Walter Nardon. Sibber

Walter Nardon lo conosco abbastanza bene. Una decina d’anni fa abbiamo fondato, assieme a Massimo Rizzante, il Seminario Internazionale sul Romanzo all’Università di Trento. Ho curato con lui alcuni di libri di taglio più o meno accademico prima di prendere le distanze da un mondo universitario che si ostinava a non darmi da vivere.

 

Ho letto vari suoi lavori critici, dai saggi contenuti in quei volumi alla sua tesi di dottorato, dedicata alle poetiche di Gianni Celati e Milan Kundera. Ho presente anche il suo primo libro di racconti, Il ritardo, la sua lingua sorvegliata, l’incedere esatto. Sono stato più volte a casa sua, in un paesino a 666 metri di altitudine tutt’altro che diabolici, in una ubertosa valle del Trentino in cui si producono ottimi vini bianchi. Fui persino ospite al suo matrimonio e potrei dirvi quale genere di film predilige sua moglie.

 

Per tutte queste ragioni dovrei forse astenermi dal riflettere in pubblico sul suo ultimo libro, che è anche il suo primo romanzo. Se contravvengo a questa etichetta, è perché mi sembra l’unico modo per completarne la lettura e, al tempo stesso, di rendere giustizia a questo testo bizzarro e inafferrabile. Si intitola Sibber, è uscito per Effigie e ha meno di cento pagine.

 

In inglese “sibber” è un’espressione affettuosa per dire “fratello/sorella”, ma in ebraico significa sperare, desiderare. Nel romanzo di Nardon, Sibber è un uomo qualunque che più qualunque non si può. Anzi, no: se diamo ascolto all’io narrante, è esattamente l’opposto. Certo il narratore, per come inizia il racconto, ci appare un tantino presuntuoso e non troppo affidabile: «Questa non è una storia come tutte le altre. Non lo è perché io mi butto via ogni giorno e la storia l’ho cominciata proprio adesso. Quindi, almeno questo lo posso assicurare».

 

Presto però si capisce che è solo un po’ folle, scientificamente folle. Il suo antidoto contro la mancanza di scopo, contro la condizione esistenziale che nelle ultime ore di ogni domenica pomeriggio annuncia «una lenta deriva verso la materia indifferenziata», è nello «studio». E questo è il motore della trama: coinvolto nelle attività organizzative di un’associazione culturale in un’anonima città di provincia, il narratore scorge in un altro membro dell’associazione, appunto Sibber – «un uomo di mezza età, tozzo, stempiato» – il candidato ideale per uno studio o «avventura».

 

Riesce cioè a convincerlo ad attraversare la piazza della città con una valigia in mano, seguito e osservato da lui, il narratore, e dalla sua fidanzata Helga. Tutto qui. Sembra un’assurdità, ma pagina dopo pagina si svela come il disegno genialoide di una strana specie di visionario: «Pensavo che, a percorrerla con una valigia in mano, piazza Augusto sarebbe sembrata davvero sterminata, magnifica». E in effetti, complice la presenza «fisicamente» esaltante di Helga, il narratore porta a termine l’esperimento con esito epifanico:

 

In piazza Augusto, Sibber raggiunse l’apice della sua prova. Con il sole che lo illuminava in fronte, disegnando – per noi che lo seguivamo – una silhouette radiosa, avanzava col passo dell’uomo sicuro, libero e fiducioso. In quel momento il futuro sembrava sul punto di rivelare la natura della sua sostanza. La sua immagine di uomo, in virtù dei suoi tratti normali e di un animo normalmente disponibile, sembrava trasfigurarsi.

 

Ecco cosa può rivelare, o diventare, un uomo comune che attraversa una piazza con una valigia in mano, se osservato con un certo spirito – ma quale? Che sguardo è mai questo che scorge lo straordinario, persino un che di assoluto nella normalità?

A impresa compiuta, si pone il problema della «ricompensa»: come dimostrare a Sibber la propria gratitudine per la «scoperta» generata dalla sua camminata?

 

Il narratore lo spia di nascosto, trova conferma della sua «sicurezza» e «disinvoltura», e il progetto di una «festa progressiva» per Sibber cresce fino a prevedere, niente meno, una visita domenicale a casa di questo uomo capace di «scoprire l’essere comune delle cose», dotato di «grazia» e «misura» incomparabili. Nel corso di questi preparativi, Sibber si rivela poi dotato, come se non bastasse, di una «virtù festivizzante» che rende il compito più facile ed esaltante del previsto. Il punto è che noi lettori tutte queste qualità di Sibber non siamo mica sicuri di scorgerle – ma neppure il contrario.

 

Non ho ancora detto che Nardon, a dispetto di un fraseggio a tratti molto concettuale, sa distillare un effetto comico e surreale dalla nozione che il protagonista ha delle cose. Il ricordo di un escursionista che in cima a una montagna fa volare un aquilone misurando il filo secondo le altezze di monumenti celebri, l’adesione del narratore al canto insensato dei partecipanti a un corso di pratiche relazionali in una palestra scolastica o la canzone tradizionale irlandese che il compagno della sorella di Helga intonerà nel giardino di Sibber accanto a un enorme budino sono scene di un’ilarità raffinata, al limite del nonsense.

 

E fanno da contrappunto alla spiegazione sempre più esplicita di ciò che Sibber è, o rappresenta: in lui le azioni più elementari diventano «gesti memorabili», Sibber è «un autore, definitivo, di gesti quotidiani» che «conosce il fondo delle cose in modo trasparente e immediato» e perciò «non ha bisogno di passare per il nostro processo di coscienza, incerto, condizionato dalle nostre mancanze»; solo in passato, incontrando una donna, ha avuto «un momento di debolezza, vale a dire un momento in cui si era dovuto sentire inadeguato, un uomo come tutti gli altri».

 

Che altro aggiungere a queste ultime parole? L’ultima volta che sono ricorso tanto alle citazioni per commentare un libro è stato molti anni fa, mentre scrivevo la tesi di laurea: dovevo parlare della Macchina mondiale di Paolo Volponi, il cui protagonista ha uno sguardo e un idioletto talmente originali e “spostati” rispetto al senso comune che non è possibile illustrare il suo messaggio senza utilizzare le sue stesse parole. Ma questo è l’unico aspetto per cui il personaggio di Nardon somiglia in qualche misura al matto visionario e sovversivo del grande scrittore urbinate.

 

Per il resto, Sibber è un esemplare assolutamente piccolo-borghese e non-rivoluzionario – per comprendere il quale, anzi, le categorie sociologiche non hanno nessuna pertinenza ermeneutica. Sibber è un inno sommesso a ciò che al narratore, nella sua compulsione intellettuale, è definitivamente precluso: un accesso non mediato alla realtà, il farne parte irriflesso. Ma questa non è una tragedia, al contrario: è il romanzo comico e gnoseologico, celatiano e gombrowicziano, di uno spirito affamato della natura materiale della vita.

 

Nardon ha una formazione filosofica e si vede, così come dalle sue pagine emerge un consapevole anticonformismo estetico: la verità incarnata da Sibber surclassa, agli occhi del narratore, da un lato le preoccupazioni sociali del professor Berardi con «le sue lunghe disquisizioni sulla pace nel mondo e sul consumo del caffè», un insidioso tipo umano «costretto a restringere l’interesse alla società, come se questa si muovesse in un ambiente neutro, secondo leggi chiare ed evidenti» (da questo punto di vista il libro di Nardon, nella sua alata profondità, è un piccolo stronzo fumante deposto di notte sul tavolo attorno al quale oggi tanto si dibatte di letteratura e realtà).

 

Dall’altro, lo sguardo dell’io narrante ci trasmette il degrado immaginativo di quei membri dell’associazione che, amanti dei film d’avventura, concepiscono quest’ultima come attitudine regressiva e si incontrano con altri bambinoni, travestiti da pirati, per giocare a battaglia navale («A loro della realtà non importava», un po’ come a certi cultori del fantasy).

 

I veri eredi dell’avventura, in verità, sono proprio il narratore, la fidanzata Helga e l’umile doppio Sibber, perché la sfida di Nardon, che è un lettore appassionato di Mark Twain, è stata quella di affermare lo spirito di avventura nel rovesciamento paradossale del suo modello, ossia in un libro dove accadono soltanto cose assolutamente comuni, velate di una tenue insignificanza. Eppure, alla fine, il protagonista è cambiato e ha imparato qualcosa.

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