Paz, un genio in fuga

Correva il 1977. L’anno delle occupazioni delle università, della cacciata di Luciano Lama, il segretario della Cgil, dalla Sapienza di Roma, poi dell’assassinio di Francesco Lorusso e dell’incendio di Bologna, occupata militarmente dagli autoblindo di Kossiga (così si scriveva sui muri, con le s disegnate come quelle delle SS) a mettere fine alla ribellione e a minacciare di seppellire sotto una pietra tombale, con la benedizione del Partito Comunista Italiano, alcuni mesi di esperimenti politici ed esistenziali. Correva l’aprile e su “alter alter”, rivista della Milano Libri collegata a “Linus”, uscivano le tavole di un giovane disegnatore di San Severo che in quella Bologna ribollente viveva e frequentava il Dams. La storia si intitolava Le straordinarie avventure di Pentothal, dal suo protagonista, e il suo autore era Andrea Pazienza. Lui “nel 1977 è una specie di bomba H dell’arte contemporanea pronta a esplodere portandosi dietro un talento certo, grazie al quale immette nella carta segni rimasticati in ogni dove, accompagnandoli con una scrittura infantile e fascinosa, ebete e profonda”. 

 

 


Paz o della sovversione

 

Così racconta quel debutto Stefano Cristante, sociologo della comunicazione che ha dedicato vari studi agli eroi di carta, ai protagonisti di quell’arte ‘minore’ che nella seconda parte del secolo passato sempre di più si connette con la vita metropolitana, dando rappresentazione ai suoi miti e alle sue inquietudini. Lo fa in uno studio intitolato Andrea Pazienza e l’arte del fuggiasco. La sovversione della letteratura grafica di un genio del Novecento, pubblicato dall’editore Mimesis, un libro senza neppure un’illustrazione, se si eccettua il disegno di copertina. Pazienza lo racconta, a partire da quel 1977, attraverso una descrizione approfondita delle opere, per riallacciare alla fine del volume fili biografici e interpretativi, soffermandosi sulla sua formazione, sulle sue collaborazioni con Scozzari, Tamburini, Liberatore e altri disegnatori come lui di rottura in riviste quali “Cannibale”, “Il Male” e “Frigidaire”; per arrivare a definirne la personalità e l’arte attraverso la figura del genio in fuga – nel suo tempo, dal suo tempo, oltre il suo tempo. 

 

La scelta di non accompagnare il racconto con immagini, oltre che per non ridurre a citazioni da antologia le creazioni di Paz, sembra dettata dall’ammirazione per la sua capacità particolarissima e multiforme di costruire storie. In Pentothal “l’unità stilistica prescelta da Andrea è il caos, l’assoluto anarchico, il tutto-ciò-che-mi-è-possibile-rappresentare”, in sintonia con i mesi creativi del Movimento bolognese; vi si può leggere il disgusto per la politica e per gli stili di vita tradizionali, con in sovrappiù l’irruenza, anche linguistica, dello studente fuorisede meridionale un po’ goliardico. In opere successive le trame e le storie si fanno più stringenti e conseguenti, pur non rinunciando a ellissi, salti, folgorazioni. Cristante a proposito di Zanardi, un punto di arrivo, parla di “esattezza”, nel senso in cui Italo Calvino usava questa parola nelle Lezioni americane, e la dimostra citando varie sequenze, come quelle di Giallo scolastico (1981) in cui il protagonista ruba una Polaroid, attraversando come un fulmine varie vignette. Cristante arriva infine all’esplosione delle storie estreme, prima della morte a soli 32 anni, soprattutto con Gli ultimi giorni di Pompeo, un albo nerissimo, desolatissimo, uno scivolare verso l’annullamento e la morte, con le tavole invase dal testo, in stampatello, in caratteri che sembrano voler registrare le pulsioni, gli smarrimenti, i salti, gli incubi del personaggio attraverso il lettering.

 

Da Zanardi, Giallo scolastico.


Il segno e la narrazione

 

Il libro viene presentato dalle note pubblicitarie su Facebook come in uscita per i 40 anni di Pentothal  (e con una battuta famosa di Paz: “La pazienza ha un limite, Pazienza no”). Ma possiamo notare che anticipa di un anno la ricorrenza della morte del disegnatore, avvenuta nel 1988; e che si inserisce tra le celebrazioni, in corso, di quel 1977 e quelle prossime del 1968. Furono nove anni di accelerazioni continue, come a velocità forsennata corsero tra il 1977 e il 1988 la vita e l’arte del fumettista. Lo ricordava così in occasione della morte Pier Vittorio Tondelli: “Vorrei scrivere una specie di ballata per un amico che non è più, un’ode per un artista che, al pari di tanti altri coetanei, si è bruciato inseguendo quella particolare follia che solo i grandi talenti conoscono, uno spreco di energie e di vita che fatalmente accorcia i tempi dell’esistenza, li dimezza, li azzera” (ora in Un weekend postmoderno).

Cristante non narra solo le storie di Paz; cerca anche di farci vedere, continuamente, la genialità del suo segno magmatico, che riciclava materiali da ogni dove. E ci riesce, ripercorrendone l’opera a partire dal flusso di pensieri e immagini a grappolo, ispirati da Dada e dal ‘77 bolognese, di Pentothal, dove si ritrova l’impegno a un’informazione autoprodotta, un approccio che si misurava con quelli di altri artisti, che “convergevano nella creazione di una nuova espressività, minoritaria ma fluida e pervasiva, capace di inserirsi con fragore nella plumbea stagione culturale delle istituzioni italiane”. Erano tutte invenzioni che si collegavano a un movimento collettivo e trovavano proprio nel fumetto uno dei medium più efficaci.

 

La storia di Paz continua con la manipolazione del Pippo disneyano, presentato come uno sballatone freak, riportato alla normalità da Topolino per motivi di film da girare e di soldi; con vari personaggi chiamati Francesco Stella: una rockstar del futuro; un tenente della Seconda guerra mondiale che, in Africa, dopo aver preso in ostaggio col suo carrarmato sfigato un’intera guarnigione inglese, scopre dalle parti dell’Atlante una valle felice piena di hashish (in Aficionados); qualche altra incarnazione con quel nome. Figure che materializzano l’evasione da una vita di regole, “il desiderio di fuga di una generazione assediata, logorata, esausta di tutto e di tutti”, annota Cristante citando Oscar Glioti. 

 

 

A questo punto Paz non è più semplicemente il visionario dissacratore di Pentothal, il flippato talentuoso che dà segno grafico ai fantasmi suoi e di una generazione. “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”, sentenziava Carmelo Bene. E quello che Andrea può fare è inventare e deformare col suo personalissimo segno. Mentre Bologna esce dal ‘77 attraverso la repressione, il ritorno a una vita catacombale, con l’eroina che dilaga e condisce di morte la nuova musica tra punk demenziale e new wave, tra i Gaznevada, gli Skiantos e altre band, mentre Radio Alice, dopo la chiusura della polizia, a poco a poco si spegne da sola, mentre le neoavanguardie depongono la sperimentazione e i plot tornano in auge, Andrea inventa storie e “sturiellet”, si fa – come sempre ci suggerisce Cristante – “commediografo di un teatro di carta”. Muove con sempre maggiore abilità personaggi, trame che, per quanto dissennate, colpiscono al cuore con l’immagine, l’intreccio, il montaggio, le parole che rompono la gabbia del baloon, immettendo il delirio sempre in un tessuto stringente e folgorante, dando forma di visione sorprendente al disgusto e allo svacco, con una capacità unica di prendere alla gola o alla pancia il lettore, facendolo crepare dalle risate o dall’ansia. 

 

Arrivano le tavole del giovane che fugge da San Severo occupata dai comunisti e che si rifugia sul Gargano per iniziare una personale resistenza partigiana, non dopo aver compilato un elenco grafico degli oggetti necessari per la sussistenza e la lotta (non possono mancare un litro di olio buono, una borsa Adidas, un fucile da sub, una doppietta…). Arrivano le vignette del presidente Pertini, Pert, e del suo “luogosergente”, Paz. Arriva il prototipo del nuovo giovane nell’età della fine dell’impegno politico, il cinico, freddo, calcolatore, spietato fino al crimine Zanardi, un liceale ancora una volta bolognese, dal profilo grifagno. E sono storie, storie, in quel teatro di carta dei disgusti e delle invenzioni, più vitale del teatro con le poltrone e i velluti che torna di moda e dei teatrini della politica dell’epoca del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani).

 


Da Partigiano sul Gargano.


Vite parallele

 

Cristante, nel capitolo su Pompeo, ci fornisce una traccia interessante da approfondire. Ricorda come l’artista fosse affascinato dalla declamazione di Carmelo Bene, dalla sua phoné, dispiegata in un disco che ascoltava e riascoltava. Paz provava a rendere con le dimensioni del maiuscolo, con l’inclinazione, il tremolio, lo spessore delle lettere del fumetto, il ritmo avvolgente del grande attore che spezzava, frullava, ingolava, ruggiva, martellava, esplodeva le parole di poesie di Majakovskij, Pasternak, Blok, Esenin. Carmelo riappare in una tavola con Manfred intabarrato che ripete “…ma io so fare ciò che più aborro” (Manfred, poema drammatico di Byron con le musiche di Schumann, fu tradotto e messo in scena dall’attore salentino alla Scala nel 1978); ma soprattutto nei versi di Pasternak per il suicidio di Majakovskij inseriti, con altri brani letterari, nella discesa verso l’oscuro di Pompeo. La suggestione fornita dallo studio di Cristante sull’amore dell’ultimo Paz per la voce orchestra della “macchina attoriale” Carmelo Bene fa germinare l’idea, forse non peregrina, che si possano scrivere le vite parallele dell’attore demiurgo e del creatore espressionista di deformati mondi grafici tangenti la realtà, due figure segnate da genio e sregolatezza distanti una, determinante, generazione (quella pre-‘68 e quella post ‘77). 

 

Il periodo della bohème Pentothal si potrebbe ipotizzare simile a quello delle provocazioni degli anni delle cantine romane del primo Bene, quando disfaceva i testi e li ricomponeva in azioni spesso simili a provocatori happening, che volevano snidare la rappresentazione con l’urgenza di esserci, che volevano spaccare letteratura e teatro con la vita. Il momento del “commediografo di un teatro di carta” corrisponderebbe a quello in cui Carmelo torna nei grandi teatri a “togliere di scena” i testi, quelli propri e i classici, rivisitati, negati, rifatti, rovesciati, cortocircuitati, da Nostra Signora dei Turchi (1973) e da La cena delle beffe (1974) a Macbeth Horror Suite (1996), ad Adelchi (1997), all’ennesima versione di Pinocchio (1998). E poi c’è la phoné di Pompeo, il vibrare di sguardi perduti, derisori, distanti, dal basso in alto o dall’alto in basso del giovane circondato da teschi e da parole, parole, parole, letterarie e di vita straziata, diversamente scritte, segnate, avvilite, giganti, palpitanti... 

E però queste vite parallele dovrebbero segnalare come la vicenda di Bene, l’artefice che si lascia andare al proprio genio in cerca di insopprimibile presenza teatrale, si svolge in un arco di tempo che va dalla fine degli anni ’50 alle soglie del nuovo millennio. Mentre in Paz tutto è concentrato, accelerato, in poco più di dieci anni.

 

Da Gli ultimi giorni di Pompeo.


Accelerazione e fughe

 

L’accelerazione è la figura che domina questa figura proteica di artista che visse la cultura dei piccoli gruppi e delle ribellioni di massa, che si rinchiuse nell’individualismo, nello sballo, nel narcisismo. La stessa accelerazione di quegli anni tra il ‘68 e il ‘78-‘80, il precipitare dalla contestazione globale al rifiuto della politica alla lotta armata al riflusso nelle vite private e nella spettacolarità anni ‘80. Pazienza affrontò quei tempi vivendo intensamente quello che accadeva a Bologna, l’università, le ribellioni, la vita dei gruppi degli appartamenti che si riversava poi nelle piazze perché il privato è pubblico; e poi Radio Alice, la Traumfabrik, ossia la casa occupata dove incontrò Scozzari, i Gaznevada, l’eroina. Lo fece ridendo e cazzeggiando molto, come racconta Scozzari in Prima pagare, poi ricordare, spandendo genialità in disegni che venivano fuori con mozartiana leggerezza, come ha notato Milo Manara. Lo fece anche ritraendosi in un proprio mondo di solitudine e di incubi, fuggendo poi da Bologna, da una città in cui, quando era arrivata la fama, erano iniziati i mugugni per come usava la vita propria e quella degli altri nelle sue storie disegnate. 

 

Scriveva ancora Tondelli: “Andrea riconduceva qualsiasi stimolo esterno – l’occupazione della facoltà, gli scontri con la polizia, o la tesina all’esame di italiano – alla sua arte, cioè a quello che era il suo modo di vivere, l’unico che, come ogni grande talento, conoscesse: quello della propria ispirazione. Andrea non trovò quindi la propria vocazione con i fatti del 1977, ma seppe, in quell’occasione storica (…) piegarla alla propria sensibilità”. E qui cita Oreste Del Buono, lo scopritore di Paz: “La Bologna che fa da sfondo alle Straordinarie avventure di Pentothal non è una Bologna fantastica, ma una Bologna storica fantasticamente immaginata da Andrea Pazienza prima che la storia accadesse, mentre la storia si avviava a essere”.

 

 

Da Le straordinarie avventure di Pentothal.


La vicenda del giovane Pazienza Andrea è un continuo “errare, essere nomadi”, come quella generazione raccontata dalle immagini di un libro di qualche anno fa di Enrico Scuro, I ragazzi del 77. Una storia condivisa su Facebook (Baskerville, 2012), con qualcosa in più, “con il proprio genio incorporato”. Qui il virgolettato è ancora dal libro di Cristante, che fa di Paz un personaggio mercuriale, che prende, macina, trasforma, scappa sempre altrove, in un’epoca di metamorfosi, affrontate dietro lo schermo protettivo del narcisismo d’artista, una maschera che si sarebbe trasformata, negli anni più vicini a noi, in narcisismo di massa, per sopravvivere allo svuotamento e alla disperazione. Una “turbo-giovinezza” di un autore che si definiva, alla Pessoa, una moltitudine. Che scriveva, nel Partigiano: “Ah! Ah! Vorrei… Ecco… Avere qualcosa da fare, qualcuno da aspettare… Vorrei aspettare… un vento, un vento forte, sì, un vento. Qualcosa che non sia… la solita puttanata”.

 

Pompeo, in cerca continuamente di eroina, affascinato dalla Nera Signora sua sodale che un altro personaggio di una storia di Paz, Campofame, avrebbe sgominato, annientato, lasciando i viventi in un limbo impossibile dove non si muore più, dove si è condannati a vivere, Pompeo lo dice chiaramente: “L’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo, lo studio, l’amor… …cerca (non si leggono bene queste parole nel baloon, forse stanno per l’amorosa ricerca, nda), lo scemo naturale, il simpatico, l’antipatica, due + due fa quattro, sveglia alle otto, viaggi, incidenti in pullman, Milano, cene d’affari, e non valgono quei personaggi più di quell’altri, mutuati della felicità. Palle anche lì, palle peggiori qua. Vuoi mettere risorgere, risorgere, risorgere, risorgere… Vuoi mettere risorgere, risorgere, RISORGERE, RISORGERE…”, con quelle parole finali scritte in stampatello più grande, “a raccontare un’espansione sonora della mente”, alla Bene. La realtà è malata, l’eroina (ancora Cristante) può essere un lenitivo? “Vivo sulla lama, mi com/muovo nei bassifondi, parlo coi ricercati dallo Stato, brigo, mi procuro e dilapido milioni, poi, rischio, mi struggo, mi umilio, mi arrendo, poi mi faccio, e tutto torna bello, più splendente di prima”, dice Pompeo nella tavola 63. E, più avanti, come il no-future now dei Sex Pistols: “Un futuro… Puah, mi affatica il solo pensiero”. 

Ancora Tondelli: “È questo che la morte di Andrea mi mette davanti, spietatamente; il lato negativo di una cultura e di una generazione che non ha mai, realmente, creduto a niente, se non nella propria dannazione”.

Il dolore e la maschera. Di una generazione allegra e sconfitta, fuggitiva, verso dove non si sa. Bisognosa di vita, di affetti, di specchi caldi, da qualche parte, in qualche altrove disperatamente cercato. Dopo verrà la normalità, per i sopravvissuti. 

 

Da Gli ultimi giorni di Pompeo.


Il graffio vivo

 

Cristante ha la consapevolezza di stare facendo un’opera relativamente nuova, con questo sguardo complessivo, analitico, un’evasione dagli approcci per lo più semplicemente biografici o aneddotici e dagli articoli dal taglio giornalistico finora accumulati su Pazienza e sui disegnatori a lui vicini. La scelta di raccontare senza immagini funziona, perché ti fa figurare il mondo dell’artista e ti spinge a tornare a guardare le tavole, a leggere o a rileggere le storie integrali. E allora è shock, shock visivo, emozionale, di rara potenza. E non puoi che concordare con il saggista: “Andrea era un concentrato di intensità e di energia creatrice, capace di assimilare uno stimolo alla velocità della luce e di trasformarlo in un segno prorompente, come in un perenne e sorprendente fuoco d’artificio visivo e mentale”. 

E ancora, sull’impresa di studiare Pazienza: “Un singolo artista, per quanto grande, non riuscirà mai a dire la propria epoca per intero, ma nemmeno l’epoca in cui è vissuto un grande artista potrà contenerlo. Perciò la ricerca continua, perché gli sguardi su un’opera e su un artista sono necessari da prospettive diverse, per trovare indizi capaci di fare luce su una storia dell’intensificazione narrativa che è parte estrema e vitale dell’immaginario collettivo da vari decenni”. 

Perché il segno pop, raffinatissimo, cannibalico e personale in modo assoluto di Paz, che riusciva perfettamente a tradurre in velocità l’immaginazione, quel segno, pur saldamente infitto in anni della nostra storia che sembrano ormai lontani, è ancora graffio vivo e bruciante.

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