Peter Sloterdijk. Tutta la musica è “musica ritrovata”

Mentre in Germania Peter Sloterdijk diventa sempre più un oggetto-tabù del – per non dire una persona non grata nel – dibattito culturale, in particolare dopo una famigerata intervista rilasciata al magazine Cicero dal titolo “Das kann nicht gut gehen” (“Non può andare [a finire] bene”), in cui criticava le politiche di integrazione e accoglienza dei profughi del governo Merkel, in Italia continua la scoperta – grazie all’editore Cortina – dei testi che hanno affermato il filosofo di Karlsruhe come uno dei più rilevanti, oltre che controversi, pensatori viventi.

L’ultimo volume pubblicato – L’imperativo estetico. Scritti sull’arte – dall’editore milanese è una versione ridotta (una selezione di 10 saggi, dei 20 presenti nell’originale) de Das ästhetische Imperativ, pubblicato ormai dieci anni fa da Sloterdijk come compendio delle proprie incursioni nei più disparati campi dell’estetica. 

 

L’operazione di selezione da parte dell’editore italiano – va detto – è riuscita: dalla lettura del testo è possibile ben comprendere la poliedricità dello sguardo estetico di Sloterdijk, che è stato per 15 anni rettore di una delle più importanti Accademie di Belle Arti tedesche, la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, dove ha insegnato – e insegna tutt’ora – estetica.

Come rileva Pietro Montani nella sua buona prefazione, si tratta di un’estetica profondamente segnata dall’antropologia, quella di Sloterdijk, e dallo sguardo ironico dello storico della cultura, verrebbe da aggiungere.

 

Se il primo saggio, dedicato a un’analisi dell’architettura dello Jüdisches Museum di Berlino progettato da Daniel Libeskind, lascia scorgere la formazione filosofica di Sloterdijk (che però, va ricordato, nasce come studioso di letteratura, e ha scritto anche due romanzi) grazie ai riferimenti a Merleau-Ponty e Aristotele, è nel secondo e nel terzo saggio del volume che le dimensioni culturologica e antropologica della sua riflessione trovano il loro massimo svolgimento. 

In “La città e il suo contrario. Apolitologia a grandi linee”, Sloterdijk si profonde in un piccolo trattato che potrebbe essere citato a mo’ di esempio a chi volesse comprendere “dall’interno” come procede un Kulturwissenschaftler. Qui, infatti, abbiamo una tesi antropologica di base, ossia che la città così come l’ha conosciuta la cultura europea è la sintesi di coloro che vogliono stare-assieme nel contesto urbano e di coloro che, invece, vorrebbero operare dal collettivo-città una secessione. Solo attraverso la (forzosa) coesistenza dei due collettivi si crea quello spazio di tensioni non risolte che solo uno sguardo troppo abituato al contesto cittadino può dare come scontato.

 

Senza soluzione di continuità, ma in maniera argomentativa convincente, Sloterdijk si profonde poi in una carrellata di ritratti filosofici, ma anche poetici e storici, che vanno a sostegno della propria tesi: troviamo così affiancati Pindaro, Platone e Baudelaire, ma pure gli anacoreti dei primi secoli del cristianesimo, Alcibiade, Diogene il cinico e gli gnostici. Tutte queste figure sottolineano la tensione storica tra essere-nel-mondo e fuga saeculi che secondo Sloterdijk si è sempre data all’origine dei grandi collettori umani che chiamiamo “città”. Se pure – ad uno sguardo da ontologi o da storici propriamente detti – l’argomentare di Sloterdijk può sembrare rapsodico, in realtà, in un saggio come questo è la forza aggregativa di immagini, contesti storici, ironia argomentativa a tracciare un’ipotesi storico-evolutiva originale. 

 

 

È questo, forse, il proprium più caratteristico di Sloterdijk: lasciare ipotesi storico-genetiche dietro di sé come se fossero sassolini da seguire a indicare un sentiero possibile, che sta poi ai filosofi, agli storici, agli antropologi o – semplicemente – al lettore accogliere, seguire e sviluppare, contraddire o avvalorare.

Che non tanto il rigore argomentativo o la verificabilità dell’ipotesi scientifica stiano a cuore a Sloterdijk, quanto la loro forza poietica, appare evidente anche nel saggio che segue, il bellissimo “La musique retrouvée”. Qui Sloterdijk si profonde in analisi antropologico-musicali (che lo hanno occupato a lungo all’inizio della propria carriera) avanzando un’ipotesi evolutiva radicale: tutta la musica è “musica ritrovata”, perché ripetizione di quel basso continuo rappresentato dal cuore della madre per ciascuno di noi, durante i mesi di gestazione.

In questo gesto troviamo applicata al caso specifico della musica l’ipotesi interpretativa più azzardata di Sloterdijk, che assumerà la sua formulazione più compiuta e grandiosa nella trilogia di Sfere: il fatto che l’uomo sia una creatura della ripetizione, condannata al tentativo – quel patetico e grandioso gesto che prende il nome di cultura – di ripetere nella gettatezza del mondo le condizioni di inclusività assoluta vissute durante la fase della gestazione.

 

Anche nei due saggi più classicamente “estetici” della raccolta, quelli dedicati al design (“L’attrezzatura per la potenza. Osservazioni sul design come modernizzazione della competenza”) e al museo (“Museo. Una scuola dello spaesamento”), Sloterdijk parte da posizioni culturologiche e antropologiche di base per spiegare fenomeni appartenenti allo spettro dell’arte e dell’estetica. Così il design diventa il modo con cui l’animale sapiens si appropria del mondo rendendolo semplice, utilizzabile, a portata di mano, e mettendolo sul mercato: qui Sloterdijk mischia in maniera azzardata e ironica Heidegger e Baudrillard, provocando colleghi e studenti di arte e – nello specifico – di design in occasione di un simposio nell’accademia di Karlsruhe, per cui il testo è stato scritto. 

Così come da posizioni da storico della cultura è animato il saggio sul museo, che viene inteso come luogo di manifestazione di una inedita -logia, la “xenologia”: «La museologia è una forma di xenologia; la scienza museale appartiene alla fenomenologia delle strategie culturali del rapporto con l’estraneo» (p. 91).

 

Il saggio forse più godibile della raccolta è però il penultimo, quello dedicato alla “Metafisica del cinema d’azione”. Qui Sloterdijk si profonde in pladoyer in favore degli action movies hollywoodiani, che avrebbero il merito inconsapevole di ripresentare costantemente le scene originarie del processo di ominazione. Se, infatti, l’homo sapiens si è evoluto nell’animale che può girare Terminator, è perché nel suo passato ha imparato a correre: correre via dai predatori e correre dietro alle prede, lanciando loro oggetti sia per attaccare che per difendersi. Queste due azioni sarebbero le matrici originarie di tutti i film d’azione, che si basano, secondo Sloterdijk, sull’eterna ripetizione dello schema inseguimento-sparatoria. Trova qui spazio anche una scanzonata spiegazione psicostorica delle esultanze dei calciatori:

 

«Sono convinto che questi orgasmi maschili da tiratore e questi culti per il colpo andato a segno siano copie del giubilo sadico primario con il quale cacciatori e lanciatori originari celebravano le loro prime, benché precarie, vittorie sulla Natura Primigenia» (p. 132).

 

Anche qui siamo di fronte a una forza immaginativa – quasi mitopoietica – più vicina alla penna di un narratore che a quella di un filosofo. O almeno di un filosofo come viene inteso nella maggioranza dei dipartimenti di filosofia, tanto in Italia, quanto (e forse soprattutto) in Germania.

Solo in questo senso è possibile comprendere i sorprendenti – e scritti con una penna invidiabile, ben resa nella traduzione italiana – saggi “Confessioni di un perdente”, “Io vi dico: bisogna avere del caos dentro di sé” e “Perdigiorno torna a casa o la fine di un alibi”.

Per descrivere questi tre pezzi, bastino due considerazioni: la prima è che nel computo dei tre saggi compaiono, in totale, solo due note a piè di pagina (lo strumento fallocratico per eccellenza della scrittura universitaria), e, di queste due note, solo una è reale – una citazione dallo Zarathustra di Nietzsche – mentre l’altra è palesemente inventata, dall’inesistente Journal for Dialogical Physics. La seconda è che i pezzi in questione appartengono al genere filosofico dell’invettiva, del pamphlet o del divertissement ironico, il che appare evidente quando se ne riportano uno o due passaggi:

 

«Ora sono pronto a incontrare il mio sosia. Sorrido alla mia immagine nello specchio come se quel tipo mi fosse umanamente vicino. Ho dimenticato le mille ragioni che avrei per sputargli in faccia, e già da parecchio tempo ho deciso che questo tipo mi va intimamente a genio» (p. 62)

 

oppure

 

«Più o meno una settimana fa Einstein mi è apparso in sogno. Era talmente disponibile che ha rinunciato perfino a farmi le linguacce. […] Mi ha raccontato che con il suo collega Dio, o, per essere più precisi, con la Sua terza persona, aveva calcolato di nuovo da cima a fondo la sua molto fraintesa equazione dell’energia. […] Universo (U) uguale Intelligenza (I) meno Anti-Intelligenza (AT), dove I denota Meditazione attraverso il fattore di resistenza alla rappresentazione nel tempo, AT denota la materia di ripetizione moltiplicata per il quadrato della circonferenza del deretano» (pp. 166-167).

 

L’audacia sperimentatrice di Sloterdijk si esprime in questi passaggi in tutta la sua ironica potenza. 

Affiancando ne L’imperativo estetico – e, più in generale, nella sua produzione – saggi sull’antropologia musicale e sulla storia degli agglomerati urbani alle proprie confessioni intime à la Dostoevskij, stralci di pensieri in stile nietzscheano e nonsenses narrativi al limite della barzelletta, riflessioni culturologiche sull’origine del museo e sul valore antropologico di Terminator, Sloterdijk compie un’operazione duplicemente estetica: da un lato si confronta con le più diverse forme di produzione artistica della contemporaneità, e – dall’altro – filosofa artisticamente, esponendosi come scrittore, come umorista, come analista del proprio tempo. Con successo.

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