Il 10 gennaio 1936 Antonin Artaud parte per il Messico. Segue le tracce di una tribù dedita all’uso e al culto del peyote. Nell’agosto dell’anno seguente esce anonimo sulle pagine della “Nouvelle Revue Française” il racconto Al paese dei Tarahumara: “Il soggiogamento fisico era sempre presente. Quel cataclisma che era il mio corpo… Dopo ventotto giorni d’attesa, non ero ancora rientrato in me; – bisognerebbe dire: uscito in me”. L’esperienza che Artaud compie non concerne il divino, bensì se stesso. Lo spiegherà nel 1945 all’amico Henri Parisot: “Significa che non è Gesù Cristo che sono andato a cercare dai Tarahumaras, ma me stesso, il signor Antonin Artaud, nato il 4 settembre 1896 a Marsiglia”. Il peyotl è un cactus, Lophophora willimasii (Lem.), che si trova nelle zone aride del Messico settentrionale. La sua comparsa ufficiale data 1888, quando Ludwig Lewin pubblica la prima relazione che lo classifica dal punto di vista botanico descrivendone le qualità allucinogene. Alla fine dell’Ottocento sono diversi gli studiosi, tra cui Havelock Ellis, ad essere attratti dalle modificazioni psicologiche che provoca nelle persone che l’ingeriscono. Un frate francescano, Bernardino de Sahagún, arrivato quarant’anni dopo la conquista del Messico da parte di Cortez, aveva steso la prima testimonianza scritta sulla storia del cactus peyote. In Historia General de las Cosas de Nueva España informa sulle cerimonie a base di piante sacre; dopo di lui un naturalista e botanico, Francisco Hernandez, mandato nel 1570 da Filippo II a conoscere la botanica del Nuovo Mondo, redige Historia plantarum Novae Novae Hispaniae in 16 volumi. Vi esamina droghe e medicamenti usati dagli indiani, tra cui anche questa pianta. L’Europa apprende così l’esistenza della “radice diabolica”.

 

La parola peyotel, o peyote, è di origine Nahuatl e probabilmente significa “splendore” o “illuminazione” attraverso il riferimento al bianco del bozzolo da seta, tocapeyotl. Ugo Leonzio la fa derivare invece da piule, nome generico messicano per significare “allucinogeno”. Il peyote lo si consuma sotto forma di “bottoni” masticati o ingurgitati dissecati, oppure bevuti in un infuso; di sapore disgustoso, provoca vomito e nausea. Uno degli alcaloidi estratti dalla pianta è la mescalina. Gli effetti di questa droga riguardano la percezione visiva: “Dopo qualche tempo compaiono arabeschi o figure colorate, che s’avvolgono e svolgono in un gioco delicato, incessante, talora attenuate da ombre scure, talaltra di una chiarezza inondante”. Così scrive Lewin che ha portato il cactus al museo botanico di Berlino, l’ha classificato e chiamato Anhalonium Lewinii. L’effetto che provoca è quello di smaterializzazione e di sdoppiamento della propria personalità: ci si vede da fuori, sia dall’interno sia dall’esterno, con continui cambiamenti di aspetto e colore. L’intossicazione allucinogena è provocata da 27 alcaloidi di isoquinolina; le ricerche farmacologiche iniziate da Lewin consentono d’isolare varie componenti, tra cui appunto la mescalina. Nel 1896 Arthur Heffter ne descrive gli effetti dopo averne ingerito 16,6 grammi in forma di estratto alcoolico. Il suo nome, imposto dai chimici che la scoprirono, deriva dal messicano mezcal, a causa di un errore d’identificazione della pianta da cui proviene. La mescalina pura è sotto forma di polvere cristallina; sciolta in un liquido è più gradevole del peyote.

 

Opera di Stephen Eichhorn.


Somministrata in dosi opportune modifica la qualità della coscienza in modo così profondo e con effetti meno tossici di qualsiasi sostanza conosciuta in precedenza (U. Leonzio). Per questo attira l’attenzione di ricercatori. Nel 1950 un giovane psichiatra, Humphrey Osmond, nota la somiglianza tra la composizione chimica tra mescalina e adrenalina, mentre altri suoi colleghi pensano che possa servire nella cura della schizofrenia. Lo scrittore inglese Aldous Huxley compie alcuni esperimenti sulla propria persona con l’aiuto di Osmond; è interessato al rapporto tra realtà oggettiva ed emozione soggettiva, di cui ha trattato nei suoi romanzi. Nel 1954 pubblica Le porte della percezione; due anni dopo Paradiso, Inferno. Vi racconta le esperienze con la mescalina attribuendo alla droga virtù mistiche, “capaci di trasportare agli Antipodi della mente” (Leonzio). I due libri circolano in Europa e in America e hanno innumerevoli lettori. Osmond scrive: “L’azione del peyote non accentua l’io ma lo espande nell’io degli altri, con una sempre più profonda empatia o sentire-dentro. L’io si dissolve e nel dissolversi si arricchisce…”. Se l’alcool causa una trascendenza discendente, il peyote invece una ascendente. La mescalina produce visioni e apre porte che per la maggior parte delle persone erano chiuse.

 

Tra il 1961 e il 1965 Carlos Castaneda esplora la medesima droga in Messico; ne scrive in un libro intitolato A scuola dallo stregone. Don Juan, la sua guida, aiuta Castaneda a “vedere” la “realtà non ordinaria”. Questi libri avranno una notevole influenza su un’intera generazione di lettori indicando nella mescalina lo strumento per ottenere una visione mistico-religiosa, come racconta anche Oliver Sacks in Allucinazioni . Questa droga permetterebbe a chi non è artista di partecipare alle sensazioni dei grandi creatori, pur non potendo avere le loro doti artistiche (A. Castoldi). Emerge con il libro di Huxley l’idea dell’artista come “un individuo naturalmente drogato”: “Un visionario senza talento può percepire una realtà ulteriore non meno grande, bella e significativa del mondo visto da Blake; ma egli manca completamente delle capacità di esprimere, in simboli letterari o plastici, ciò che ha visto”. Mentre Artaud e Castaneda vedono nell’uso del peyote un’iniziazione individuale che li include nella cultura di una comunità; per Huxley l’avventura della droga è un fatto privato, che si compie nel chiuso della propria stanza con l’assistenza di un medico. Negli stessi anni lo scrittore francese Henri Michaux prova varie esperienze con le droghe, dall’hashisch alla mescalina.

 

Ne scrive in un libro del 1961, Connaissance par les gouffres. Il libro si apre con un’emblematica frase: “Le droghe ci annoiano con il loro paradiso. Ci diano, piuttosto, un po’ di conoscenza. Noi non siamo un secolo da paradisi”. Come scrive Emanuele Trevi nell’introduzione al libro dello scrittore francese, sotto l’urto psicotropo dei principi attivi le droghe diventano in Michaux una specie di stato di emergenza che permette alla mente di conoscere il proprio funzionamento, i limiti, ma anche le possibilità. Saranno questi autori a orientare i movimenti giovanili americani che stanno sorgendo all’inizio degli anni Sessanta, gli hippy e la stessa Beat generation. Il fascino di cui si carica la mescalina e il cactus messicano è quello di cercare “un’individualità non contaminata dal discorso sociale” (Castoldi). La strada verso l’uso gli allucinogeni per allargare la coscienza dell’Io è aperta.

 

Cosa leggere per saperne di più

U. Leonzio, Il volo magico (Einaudi) libro ancora utilissimo; G. Samorini, Mitologia delle piante inebrianti (Edizioni Studio Tesi), e del medesimo autore: Droghe tribali (Shake Edizioni); A. Castoldi, Il testo drogato (Einaudi) libro dedicato al rapporto tra letterati e droghe; F. Benítez, Payoteros (il Saggiatore) una breve storia del peyote e del suo utilizzo; B. Inglis, Il gioco proibito (Mondadori) classico dedicato alle droghe proibite; A. Artaud, Al paese di Tarahumara e altri scritti (Adephi); A. Huxley, Le porte della percezione – Paradiso, Inferno (Mondadori); O. Sacks, Allucinazioni (Adelphi); H. Michaux, Conoscenza degli abissi (Quodlibet) con introduzione di E. Trevi. 

 

Questo articolo è uscito in versione più breve su La Repubblica, che ringraziamo. 

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