Piero Chiara. Crudele commedia della vita di provincia

Luino è un paese incastonato in un angolo d’Italia, cinto a ovest dal lago Maggiore, a nord e a est dalla frontiera con la Svizzera, che dista neanche quindici minuti di macchina, se non si conosce la strada; durante le giornate d’inverno, quando il cielo è terso sopra lo specchio d’acqua, «nei cumuli di carbone irti al sole / sfavilla e s’abbandona / l’estremità del borgo, [mentre] di notte il paese è frugato dai fari, / lo borda un’insonnia di fuochi». È la descrizione dicotomica del paese di Vittorio Sereni, che forse interpreta il ruolo di demiurgo nella storia che stiamo per raccontare. Una contrapposizione fra notte e giorno che anima anche Il piatto piange di Piero Chiara.

 

Con questi due scrittori ci spostiamo a Milano, nell’inverno 1957-58, durante una cena in cui Sereni ascolta con trasporto Chiara raccontare mirabolanti storie di gioco d’azzardo nella Luino degli anni Trenta. Il poeta di Gli strumenti umani è amico di vecchia data dell’animatore di quella serata e gli è buon gioco avvicinarlo per suggerirgli di raccogliere tutte quelle storie e pubblicarle in un volume, anziché continuare a scrivere elzeviri sui giornali. E così, da quel nucleo frammentato, prende forma Il piatto piange, romanzo d’esordio stampato in prima edizione nel marzo del 1962 per Mondadori. Fu Alberto a lasciarsi persuadere – oltre che da Sereni – dall’opinione di lettura di Dante Isella, secondo cui quel manoscritto restituiva «il ricantamento, niente affatto crepuscolare, patetico, della giovinezza vissuta in una cittadina, tra i tavoli di caffè e i tavoli da gioco, gli amori facili, l’ozio di provincia»; un testo del quale Walter Pedullà, subito dopo l’uscita, intuì che non si trattava di un romanzo nato da un corpus unico, quanto piuttosto di «un gruppo di bozzetti che si allargano a formare il quadro più spesso umoristico, a volte comico fino alla farsa, a volte amaro, ora indulgente e nostalgico, di un paese della provincia lombarda». 

 

Dominique Peyronnet, Donna giacente. È l’immagine che appariva sulla copertina dell’edizione Oscar Mondadori del 1968.

 

La collana prescelta è il “Tornasole”, diretta dallo stesso Sereni e Niccolò Gallo; Il piatto piange, dato in 5000 esemplari e accompagnato da Avventure in città di Saverio Strati, la inaugura: «dunque una collana non di scoperta o sperimentale – scriveva Michele Rago su “l’Unità” – nuova essa è piuttosto per la funzione che si assegna: [...] portare alla conoscenza del pubblico più vasto scrittori che abbiano compiuto un'esperienza valida e siano arrivati al momento della verifica». 

Chiara, infatti, non è un novizio della scrittura. Figlio di un doganiere di origini siciliane e di una commerciante di cesti e ombrelli, ebbe una giovinezza indisciplinata e appassionata, fra bocciature, cambi di scuole e una vorace fame per la letteratura che lo portava a essere frequentatore abituale di biblioteche; senza peraltro disdegnare le palestre e con l’età adulta i bar e i tavoli da carte e da biliardo. Durante la guerra lo soverchieranno i problemi col fascismo, che però non mancò di irridere: all’indomani dell’ordine del giorno Grandi, raccolse tutti i ritratti del duce che si trovavano nel tribunale di Varese e li radunò sul banco degli imputati. Dovette così riparare in Svizzera e lì lo raggiunse in contumacia la condanna a quindici anni. Terminato il conflitto, avviò numerose collaborazioni con riviste e si spese in recensioni ed elzeviri. Frattanto lavorava ai microfoni della Radio svizzera italiana e raccoglieva prose dedicate all’esilio elvetico.

 

Copertina della prima edizione, 1962. 

 

È con questa disordinata e molteplice formazione che Piero Chiara racconta in Il piatto piange la società della Luino di anteguerra, le sue virtù recitate e umiliate sui panni verdi, tra i velluti delle case chiuse; le braci di un perbenismo arso dalla disillusione, «immagine di una giovinezza culturalmente e spiritualmente disoccupata, nell’aria inerte e opaca del tempo fascista», dirà Geno Pampaloni. La dittatura è solo uno sfondo verso il quale i protagonisti sembrano nutrire una sostanziale indifferenza.

Pagine impacciate sono quelle di apertura del libro, per Michele Rago, superate le quali però «lo scrittore ha saputo rendere con discrezione il contrasto fra l’anonima atmosfera cui l’ambiente portava quei giovani e le loro avventure a volte straordinarie a volte tragiche ma vissute sempre senza coscienza e che solo nel ricordo riacquistano il loro esatto valore».

Un libro siffatto, con i suoi numerosi riferimenti a fatti veramente accaduti ai suoi concittadini, procurò a Piero Chiara qualche guaio. Infatti, per certi luinesi fu troppo facile riconoscersi in alcuni episodi noti agli abitanti del borgo e sembra che troppo poco l’autore si sia sforzato di modificare i nomi delle persone coinvolte.

 

Esaltando il lato burlesco dello stile adottato, la critica nel maggio del 1962 assegna a Chiara il Premio Silver-Caffè, un riconoscimento che vedeva seduti in giuria Calvino, Comisso, Queneau, Zanzotto e – fra numerosi altri – Dino Buzzati, che sul “Corriere della Sera” parla dell’opera come di una lettura piacevolissima.

«Un piccolo capolavoro nel suo genere» sentenzia la penna di Caro Bo su “La Stampa”, perché fra le pagine del Piatto il lettore «troverà finalmente un mondo di paese che non sa di letteratura, avrà da leggere senza un attimo di stanchezza e, cosa che non succede quasi mai, arrivato alla fine, sarà preso da un senso di sincero rammarico». La particolarità dell’opera non sfugge nemmeno a “Epoca” che a tutta prima lo definisce un «racconto fresco e insolito» per poi lasciare spazio a Pampaloni e a un suo lungo articolo in cui, oltre a invitare tutti a recarsi urgentemente in libreria, viene formulata finalmente un’opinione critica che non si curi solo dell’ambientazione provinciale, ma approfondisca la caratterizzazione dei personaggi: Chiara «muove la sua materia come una pur sempre affettuosa favola della vita, e si ferma sempre un attimo prima che il suo segno rapido e crudele si chiuda in caricatura. [...] Lo Sberzi e gli altri sono individuati e vivi, con una nettezza che sembra impietosa, e sono difficilmente cancellabili dalla memoria; e al tempo stesso sono in realtà parvenze e fantasmi». Ai caratteri dei protagonisti è attento anche Luigi Baldacci, quando su “Il Popolo” accosta la fragilità fantastica del Càmola all’Ariosto e nel Tolini avverte «una suggestione lenta di satira degna di Carlo Porta».

 

Piero Chiara al tavolo da gioco. 

 

Altri riconoscimenti arriveranno in forma privata l’anno seguente. Da Marino Moretti, per esempio: «Lei ha scritto un libro molto bello, molto estroso, molto originale, molto Suo: in più debbo ringraziare l’amico comune Alberto che questo libro mi ha fatto godere, un dono che non si fa tutti i giorni, e forse nemmeno tutti gli anni». Anche Leonardo Sciascia invia una sua lettera, in cui si scusava di aver letto in ritardo il libro perché «qui o non è mai arrivato o è sparito appena arrivato» e si affretta a darne un giudizio positivo.

È la chiusura del cerchio, di un’accoglienza senz’altro positiva, ma prudente: se la critica spende la parola capolavoro, lo fa specificando «nel suo genere», se si impone in un premio internazionale, si tratta di un concorso dedicato alla letteratura umoristica. Ed è forse non da un quotidiano, ma dalla rivista “Letteratura” del giugno 1962, che giunge il giudizio più appassionato, quello di Mario Costanzo: Il piatto piange è «la storia [...] di una provincia metafisica del cuore; ed è, in questo senso, una storia di ognuno e di ogni luogo. Ma è poi anche una cronaca del vero, che all’universale fantastico arriva, appunto, attraverso una trama minuta, fittissima, di verità particolari». Particolari che Chiara scova non solo dalla sua esperienza personale o da uno sguardo all’indietro, ma anche dalla cronaca politica, quando successivamente all’approvazione della legge Merlin sulle case chiuse germoglia in lui l’idea del personaggio di Mammarosa.

 

Terminata l’esperienza della collana “Tornasole”, la cui vitalità editoriale si estinse nell’arco di un paio di stagioni, il romanzo venne riversato con alcuni aggiustamenti nei “Narratori Italiani” e tirato nuovamente in circa 5000 copie, approdando agli “Oscar” nel 1968. È l’inizio della fortuna commerciale di Chiara, che raggiungerà vertiginose altezze con la maggior parte delle sue opere successive: nei primi anni Ottanta, oltre quattro milioni di suoi libri circolavano per il mondo, ma al contempo, quella critica che nel 1962 lo salutava come il narratore ironico e indagatore dei vizi dell’uomo, gli si allontanerà sempre più.

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