Pipilotti Rist, una mostra-instagram?

Downtown

 

L’impatto è impressionante. Come si spalancano le poderose porte dell’ascensore vengo abbagliato dai riverberi luminosi. Il terzo piano del New Museum di New York è una foresta di 3000 LED contenuti all’interno di sfere di plastica fatte a mano, alcune minute come pietre incastonate su un anello, altre grandi come concrezioni cristalline. Ciascuna contiene un pixel dei video proiettati nella stessa sala. È una delle installazioni dell’artista svizzera Elizabeth Charlotte Rist, in arte Pipilotti Rist (fino al 15 gennaio).

 

Pixel Forest

 

Basta salire di un piano per ritrovarsi al settimo cielo: schermi a forme di nuvole sono sospesi al soffitto. Per vederli bisogna togliersi le scarpe e allungarsi sui letti sparsi nella sala, da dividere con perfetti sconosciuti. Un setting vagamente promiscuo in cui lasciarsi cullare dalla musica sperimentale dell’austriaca Anja Plaschg (4th Floor to Mildness, 2016). Pipilotti Rist reintroduce quel guardare verso l’alto proprio delle volte affrescate delle chiese barocche, come nell’installazione nella Chiesa di San Stae per la Biennale veneziana nel 2005 (Homo sapiens sapiens). Senza punti d’appiglio, lo sguardo vaga nell’elemento acquatico, non nella profondità dell’oceano ma tra l’acqua e l’aria, tra l’immersione subacquea e le increspature della sua superficie ondosa. In tale andirivieni sguazzano il corpo dell’artista e l’immagine video, mostrando con quanta semplicità si passi da uno stato all’altro, e quanto questo passaggio trasformi la nostra percezione.

Lo stesso New Museum è trasformato in un acquario: il volto ingigantito dell’artista pigia contro la parete-schermo su cui è proiettato Open My Glade (Flatten) (2000), come un pesce incredibilmente sagace che prende coscienza dello spazio angusto che è costretto a circumnavigare.

 

Centro Commerciale

 

Midtown

 

Negli stessi giorni mi ritrovo a passeggiar oziosamente a Midtown. All’altezza di Columbus Circle, giusto all’ingresso ovest di Central Park, resto abbacinato dalle decorazioni natalizie di un centro commerciale. Nella hall d’ingresso, le stelle natalizie pendono dal soffitto riflettendosi sulla vetrata. Viola blu verde rosso giallo. Una voglia pazza di spendere soldi mi attraversa. Entro. Un po’ come quel ristorante in Playtime di Jacques Tati, in cui basta una luce circolare al neon all’ingresso per far rientrare i clienti pronti ad andarsene. Gironzolo per i negozi, prendo le scale mobili per godermi il panorama, scendo al livello -1 per i prodotti biologici di Whole Foods, acquisto merci o meglio cose, “le vere protagoniste della vita morale” come sostiene Emanuele Coccia (Il bene delle cose. La pubblicità come discorso morale, Il Mulino 2014). Attento al frenetico transitare umano, trovo un angolo per rifocillarmi. Solo una volta rincasato in una zona suburbana di Brooklyn, con meno soldi di prima ma appagato, scorro le foto e mi sorprende l’affinità tra l’addobbo natalizio e la foresta di LED di Pipilotti Rist.

 

Centro commerciale

 

Quello che a Downtown si chiama “video arte” – apice del sublime tecnologico – a Midtown diventa una strategia di “marketing sociale”, una decorazione natalizia. Che questa topografia colga il destino della video arte – con cui la carriera trentennale di Pipilotti Rist s’identifica –, da medium d’avanguardia a entertainment? Possiamo veramente accontentarci della vecchia dialettica tra avanguardia e sua spettacolarizzazione? Non rischiamo di lasciarci sfuggire le immagini di Pipilotti Rist, mediali come un’installazione di Nam June Paik e come uno shopping center, sensuali come un’icona della pop art e come un’affiche pubblicitaria, affabulatorie come un racconto mitico e come un video clip, ipnotiche come un film sperimentale e come le luci di un nightclub? Immagini che l’artista sa far funzionare in ampi spazi architettonici come testimonia, per restare a New York, lo spazio cavo del MoMA, una sorta di buco nero, difficile da trattare, in cui persino i quadri immensi di Pölke avevano difficoltà a imporsi (Pour Your Body Out (7354 Cubic Meters), 2008).

 

Saks su Fifth Avenue

 

Dreamland

 

In Ever Is Over All (1997, esposta al New Museum) una ragazza cammina spensierata per la strada rompendo i vetri delle macchine a colpi di un fiore-martello. È facile pensare a La sequenza del fiore di carta (1968) di Pasolini, a quella maledicente voce monoteista che gufa contro un giocondo Riccetto, ignaro di quanto sia colpevole l’innocenza. Ma nella performance di Rist proiettata in slow motion la protagonista non viene tragicamente fulminata da Dio, ricevendo anzi lo sguardo complice di una poliziotta. Un misto di gioia e isteria, di gioco d’infanzia e vandalismo, di sensualità melodica e aggressione come in una canzone di Siouxsie.

 

Ever is over all

 

Pixel Forest mostra bene come è cambiato il nostro rapporto con i media, con la produzione e la circolazione d’immagini, con l’alta e la bassa definizione, con la messinscena di ambienti artificiali high-tech che destabilizzano la percezione, interrogano la costruzione sociale e sessuale del corpo, in particolare della soggettività femminile.

 

Pixel Forest

 

Quella di Pipilotti Rist è una “dreamland” – le cui diverse manifestazioni nell’arte del XX secolo sono ora ricostruite in una mostra al Whitney Museum of Art (Dreamlands. Immersive Cinema and Art, 1905-2016, fino al 5 febbraio 2017) – segnata da una jouissance che ha saputo resistere al tempo. Solo che oggi, come realizzo davanti alle fotografie scattate incessantemente al New Museum, questa terra onirica è diventata diabolicamente fotogenica, una scenografia per selfies da likare e twittare ad libitum. Pixel Forest, prima mostra-instagram?

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