Pokemon Go

Pokemon Go è un gioco che rappresenta un momento di svolta. Dopo l’era della digitalizzazione e della scomparsa della realtà dentro agli schermi di televisori intubati da Playstation o Xbox, oppure di video-game su laptop, iPad o smartphone con i vari Minecraft, giochi e giochetti, con questa nuova piattaforma finalmente si sovrappone la realtà digitale a quella tangibile.

I giocatori escono dal solipsismo del rapporto unico con lo schermo, dove al massimo si potevano mettere in dialogo con altri sempre tramite l’ucronia della realtà interconnessa, e camminano, corrono, passeggiano per la strada. Da sedentari agricoltori di fattorie digitali che erano, ritornano alla loro identità di cacciatori itineranti.

 

 

 

È bizzarro che questo gioco pervada la vita di tanti giovani occidentali e asiatici proprio in un’estate che finora s’è contraddistinta per la sua violenza terroristica. Si tratta di una violenza specifica che ha trasformato alcuni cittadini di metropoli e borghi europei in tanti Pokemon cacciati da giocatori fondamentalisti che sembrano associare le loro vittime a un punteggio. Basta pensare all’orrore di un camion che cerca di investire passanti come in un gioco sadico, una caccia all’infedele-pedone.

Sempre quest’estate è uscito un libro grandioso che parla di caccia in senso molto lato: Il Cacciatore Celeste di Roberto Calasso (Adelphi - qui la recensione di Pietro Citati). In esso, l’autore, tra le moltissime illuminanti annotazioni, descrive come nell’antica Atene Platone ci ricordasse già che “l’uomo (…) è stato inventato come giocattolo del dio, e in verità questo è quanto di meglio gli sia accaduto”. 

 

Aggiunge Calasso: “Se l’uomo è un giocattolo, la sua più alta aspirazione non potrà essere che quella di partecipare a un gioco.” Come specificava Platone: “Questo è il modo di essere che ogni uomo e ogni donna devono seguire: giocare i giochi più belli, pensati in modo opposto a quelli che oggi si praticano.” 

Ora, il ragionamento platonico ha scopi filosofici che vanno un po’ di là del Pokemon Go, ma tutto è una maschera e può essere usato per estrarne significato. Ad esempio, Platone prevede anche i Pokestop, dove si possono trovare le Pokeball necessarie alla caccia delle chimere-Pokemon. Non sapete come funziona? Voi girate per la città, seguendo una mappa sul vostro smartphone, una mappa che è poi l’applicazione di Google Maps. Ogni tanto, per caso, o per l’Ananke, la necessità platonica, oppure attirato da un vostro aroma digitale, ecco che appare un Pokemon. E voi lo colpite con una pallina che serve a catturarne lo spirito, come degli dei che catturano anime.

 

 

 

Comunque sia, si tratta di un politeismo laico animato da spiritelli tra il tenero e il mostruoso, veri prodotti di un futuro apocalittico post-nucleare o forse, ancor meglio, minuscoli djinn di una dimensione parallela fantastica che vi si palesa tramite lo schermo dello smart phone. Voi li colpite, li catturate, li selezionate, li potete anche accudire e curare dopo i combattimenti, dargli delle pozioni per farli riprendere, infonder loro potere per farli evolvere in stadi successivi, farli crescere e trasformare, dunque, dopo che ne avete incubati alcuni dentro alle loro uova.

Passeggiando a caccia di Pokemon, quest’estate mi sono imbattuto in una video-installazione chiamata “Il Giardino delle Delizie, nata per commemorare il Cinquecentenario del pittore fiammingo Hieronymus Bosch. La lente così ravvicinata alle grandi tele del famoso trittico vi permette di scorgere dettagli che raramente si ha il tempo o i mezzi di ammirare. Una realtà immaginaria che inizia con Dio e Adamo ed Eva nel primo trittico per poi passare nel secondo a un paradiso perduto tra animali fantastici, frutti giganti e formazioni rocciose fantastiche. Un mondo molto Pokemon che si sviluppa tra coppie interrazziali, creature metà animali e piante e la libertà dei corpi in strani intrecci ispirati ai testi sacri e profani in voga in Europa in quell’era. 

 

 

 

Il trittico in sintesi ricorda che piuttosto che giovani corpi eternamente in gioco negli Giardino delle Delizie, siamo destinati ad attraversare la vita come viandanti feriti, alcuni dei quali, secondo le visioni finali di Bosch, saranno portati da angeli fino al tunnel celeste da dove decollare verso una mescolanza di luce assoluta, come commenta anche Ingrid D. Rowland in una recente riflessione pubblicata dal New York Review of Books.

La video-installazione era accompagnata dalle canzonette di Lorenzo de’ Medici e brani di Erasmo da Rotterdam oltre a estratti della Bibbia di cui il trittico è ricco di riferimenti, e mi ha riportato di nuovo nella fantasia del Pokemon. A dirla tutta, proprio in sovrapposizione al grande schermo ho acchiappato qualche Pidgey e Rattata, continuando nel gioco platonico, inseguendo la mia cacciagione, come un divino magister ludi

 

Con questo giochetto-applicazione diventate dei dell’Olimpo che giocano con i destini altrui, utilizzate i Pokemon catturati come vostri guerrieri o pedine, per scagliarli nelle Palestre Pokemon contro mostriciattoli catturati da altri dei-giocatori come voi, in una sorta di sfida tra Titani. Spesso negli archi delle mura di una città, o nelle piazze, ma anche nelle rotonde, si ergono le colonne luminose di queste arene digitali. Ed è proprio in queste palestre virtuali che troverete quei “luoghi [che] possono avere – o non avere – ‘un certo soffio divino’.” (Calasso p. 245.) “Ma possono anche essere ‘sedi dei demoni’, ‘daimonon lexeis’, nel senso che i daimones – potenze e presenze innumerevoli – possono abitarvi.” 

Sono l’equivalente di quei luoghi dove si sviluppa quella che D. H. Lawrence descrive come la “nodalità di un luogo,” ovvero quando un luogo somma a un’intensità del suo spazio anche qualcosa che esprime la sua storia, come racconta Geoff Dyer nel suo recente White Sands, di prossima pubblicazione in italiano per i tipi del Saggiatore.

 

 

 

Luoghi sedi di demoni. Uomini giocattoli. La caccia. Il terrorismo. L’obnubilamento ludico della nostra ragione. “Gli uomini comuni ‘prendono sul serio i giocattoli perché non sanno che cos’è serio e perché sono giocattoli essi stessi’,” ci ripete Calasso a pagina 323. 

Chimere, mostri, ibridi, mondi in trasformazione ed evoluzione, il costante movimento degli dei e degli umani, questo raccontano Calasso, Bosch e il Pokemon Go di quest’estate, che potrebbe sembrare l’equivalente delle palline clic-clac, tormentone dell’estate 1971, ma sono qualcosa di più.

Siamo la somma delle nostre esperienze e del nostro DNA. Siamo giocattoli inseguiti da dei, ovvero dalle forze che ci fanno agire, che ci fanno amare, odiare, avere ambizioni. E siamo noi stessi giocatori che inseguono chimere. Questo ci dice Calasso e la metafora del Pokemon Go, che al contempo ci riporta tramite il mezzo, tramite la tekné, di nuovo fuori dal mondo della trasposizione digitale.

Una nipote quest’estate si è accorta per la prima volta del nome di un importante palazzo nella cittadina che frequentava, a caccia di Pokemon. Magari non s’è fermata a leggere la data di costruzione e il significato nella storia della cittadina di quel palazzo, sede dell’ufficio del Sindaco.

 

Però almeno ne conosce il nome, le è entrato nella testa, perché lì ha trovato un Pokemon con moltissimi punti. 

La sovrapposizione della realtà digitale alla realtà tangibile è solo l’inizio di un nuovo capitolo nella nostra percezione. Sono facilmente prevedibili moltissimi sviluppi in questo senso. E sono sviluppi che ci porteranno di nuovo a frequentare il presente, dopo le inevitabili vittime dell’era pioneristica di una tecnologia, con i giocatori investiti dalle auto, caduti nei dirupi o uccisi a pistolettate nei ghetti di Los Angeles, di cui abbiamo letto quest’estate. Addirittura, nel Missouri, è stata arrestata una gang di rapinatori armati che utilizzava gli aromi digitali attira-Pokemon per irretire giocatori in zone appartate, dov’era più facile derubarli.

 

Il gioco sulla trasformazione che ci ricorda che siamo noi stessi giocattoli ci trasformerà. No, anzi, lo sta già facendo. 

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