Ti scrivo. Oggi è domenica

Caro Pier Paolo,

 

come ci si rivolge a uno scrittore, letto e amato e mai conosciuto, se non con domande? Domande che rimbalzano sui testi, come rimbalzerebbero forse sulla tua attenzione, ché oggi avresti 93 anni, se potessi fartele, se potessi dirti che mi tormento ancora sui temi a proposito dei quali ti tormentavi tu, in quella nevrosi fra sentire e capire, fra conoscere e scegliere, fra pensare e agire che ti rendeva vero. Sull’aborto e sul divorzio, ad esempio, avevi ragione: erano i corollari dell’istituzione capitalistica della coppia consumatrice, mini cellula dell’onnivora società dei consumi, ma davvero avresti preferito l’ordine patriarcale, a tutto e solo vantaggio dei maschi? E davvero credevi che si potesse “imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista tutta una serie di liberalizzazioni ‘reali’ riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale ecc. ecc.”? Perché non solo poco si è fatto per imporre quelle misure, ma siamo addirittura regrediti al punto che il diritto di abortire è perennemente minato da medici obiettori dentro le mura degli ospedali, e sentinelle – loro si definiscono pro-life – fuori dai cancelli che vorrebbero sostituirsi alla coscienza individuale delle donne.

 

Allora mi domando, ti domando, la dialettica non era, e non potrebbe essere meno che mai oggi, fra il tuo sterminato mondo contadino pre-industriale, coi suoi valori e le sue credenze religiose, e l’altrettanto sterminata omologazione capitalistica inneggiante al godimento individuale, ma piuttosto fra l’acquisizione di diritti e valori, che valgano nell’immanenza, da opporre a un ordine garantito da Dio e dai suoi (autonominati) ministri in terra? Perché è questa la partita che continuiamo a perdere, il vizio in cui l’umanità continua a cadere: cacciare Dio nelle parole e nei fatti per ritrovarselo sotto mentite spoglie, con travestimenti sempre più odiosi, e comunque sempre là dove ci sia da lottare per cose come il potere sulla vita e la morte, dunque i corpi. Ora che il capitalismo maturo in cui viviamo nei paesi occidentali ha abbondantemente mostrato una netta insofferenza per i processi democratici, e il vuoto della politica è risucchiato e manipolato dal potere della finanza, la tentazione di un Dio che garantisca ordine, leggi e trascendenza è fortissima. È legittima, e forse corrisponde a un bisogno insopprimibile dell’umanità la ricerca di un senso ultraterreno, eppure io non sono d’accordo che in parte con Michel Houellebecq, che prima ancora di ipotizzare un’avanzata dello stato islamico, come ha fatto nel suo ultimo romanzo, ha più volte dichiarato che l’umanità non può stare senza religione: no, l’umanità deve imparare a stare senza religione, questo sarebbe il vero compimento dell’Illuminismo, il che non vuol dire stare senza Dio; anzi sarebbe così bello se ognuno se lo cercasse per davvero, ogni giorno della propria vita, senza il conforto delle punizioni e dei premi istituzionalizzati, insomma delle chiese, il cielo stellato sopra sé. Gli anni Settanta non ti piacevano, li trovavi cupi e già pieni di quel piombo con cui sarebbero stati identificati poi, tout-court. Ma cosa diresti dell’inerte centrifuga del tempo in cui ci troviamo oggi?

 

Ed erano poi solo cupi gli anni Settanta? Quando ti hanno ucciso io ero una bambina. La tua morte, come più avanti quella di altri personaggi pubblici – su tutti Aldo Moro – entrò in casa attraverso i giornali, i commenti dei genitori e dei loro amici. Uno di questi, sposato e con prole ma gay, due anni dopo decise di andarsene in Australia; non era ricco, non era particolarmente istruito, ma credo sognasse di potere vivere la propria sessualità senza dover mentire, nascondersi, o peggio venir preso a bastonate e morirne come era successo a te. Ha avuto una vita felice, in seguito, a quanto ne so.

 

Ma torniamo agli anni ’70. Ho il ricordo confuso di discorsi pronunciati a metà che ti riguardano, di frasi lasciate in sospeso, di allusioni che spuntavano quando a me pareva si parlasse di tutt’altro. Sesso costumi e politica erano i discorsi dei grandi all’epoca, la sera dopo le cene, quando noi venivamo spediti a giocare altrove con la scusa che loro fumavano e il fumo faceva male ai bambini. Pareva che ogni volta dovessero decidere delle sorti del mondo o di sé. Quanto ci credevano. E quanto erano inebriati da questa libertà di esprimersi, di dire i desideri i gusti i capricci, e le convinzioni. Loro che venivano da famiglie contadine, piccolo borghesi e proletarie, dove raramente ci s’invitava a cena, men che mai per i dopocena, e mai si era avuta l’illusione, che sarebbe parsa sciocca e blasfema, o il convincimento che sarebbe suonato pericolosamente sovversivo di assistere e partecipare a un cambiamento in diretta della morale.

 

Le parole captate di straforo diventavano per me ben presto calamite che ne attiravano altre, così tu ti eri trasformato in un nome che stava per cose adulte: desiderio, proibito, dolore, libertà, scelta.

 

Allora vedi, non erano poi solo piombo quegli anni. Erano anche famiglie che provavano a dirsi cose mai dette prima, erano donne che sceglievano di avere figli e lavorare, scoprendo nuove forme di nevrosi ma anche spazi di condivisione e autonomia inaccessibili anche solo pochi anni prima, erano omosessuali che andavano altrove, sapendo che altrove i loro bisogni non erano solo colpa e devianza.

 

Ti sarebbero interessate queste storie? O la parabola storica che ognuno di noi può concepire coincide coi limiti dell’acquisizione della consapevolezza di essere nel mondo con l’elaborazione di un progetto e di un’aspettativa su quel mondo destinata per forza di cose a essere chiusa, come da un sipario, ogni qual volta si esaurisce la fattura materiale di quel mondo, la sua temperatura, l’intonazione sentimentale che lo ha reso unico?

 

È curioso quanto sta accadendo in questi giorni: i giornali, la televisione, i blog e i siti culturali su internet parlano di te senza tregua, mentre io temo che siano pochissimi i lettori sotto i trent’anni che ti conoscono, che hanno finito un tuo libro, visto le tue opere cinematografiche, ascoltato le tue interviste. E mi domando, ti domando, oggi che senso darebbe un ventenne ai tuoi versi (se li leggesse): “Oggi è domenica/ domani si muore /oggi mi vesto/ di seta e candore” che per me, quando li scoprii, facevano il paio con la sterminata domenica italiana di Sereni, piena di attonito e cattolico decoro, di sospensione, di fine del mondo.

 

E il dolore che non ti vergognavi mai di esprimere davanti allo scempio e all’ingiustizia – oggi vanno più di moda il cinismo o l’indignazione – davanti alla rovina irrimediabile, come già tu la definivi, della forma delle città e del territorio, pensi che sarebbe comprensibile a un giovane o a un cittadino italiano di trenta quarant’anni? Te lo domando, perché come ben sai, ci si abitua a tutto, o quasi. Nello specifico gli Italiani sembrano essersi abituati con stupefacente solerzia e adesione a vivere in case e contesti senza disegno, senza fantasia, senza qualità, sempre per usare parole tue. Amano le villette a schiera costruite a ridosso di tangenziali, snodi ferroviari e autostrade. Non hai idea di quante ne sono state costruite negli ultimi quarant’anni, senza contare gli alloggi abusivi, più di dieci milioni, pare. Viviamo in un’estesa suburbia, compressa in un paese lungo e stretto. Hanno miniaturizzato l’idea del verde intorno a casa in asfittiche aiuole dove cola il muschio che spurga dai cementi infradiciati del nord, dove insieme a qualche nano in gesso colorato e a piastrelle in gres porcellanato, che imita il cotto, puoi trovare esotici Baobab e piante di banano, pronte a morire alla prima gelata (tanto si ricomprano all’Ikea per pochi euro). Vanno forte anche le rotonde, le bretelle di raccordo, le varianti di valico, le strade e i ponti che non portano a niente, ma hanno alimentato l’edilizia, il principale mercato di speculazione nazionale. Siamo così immersi in quella che tu chiamavi irrealtà – un connubio di mancanza di progetto e funzione – che anche i centri storici, a dire il vero oggi meglio conservati di un tempo, quando erano tristi parcheggi all’aperto, sono quinte altrettanto irreali di una recita che forse non interessa più nessuno.

 

La bellezza era per te anche salvezza, volevi fare il pittore, avresti voluto laurearti in storia dell’arte. In storia dell’arte ho compiuto i miei studi, compreso un dottorato e un post-dottorato, perché volevo capire il senso di ciò che vedevo, delle piazze, dei cornicioni, delle modanature, dei portali, delle fontane, dei dipinti e delle sculture di questo paese in cui per secoli anche la maniglia dell’uscio più umile poteva essere cesellata da una mano sapiente di artigiano e avere un suo disegno, corrispondere a un progetto e a una funzione, poi non più. Ho imparato una meravigliosa lingua morta, la cui manutenzione ha un costo altissimo. Ma adesso chi credi voglia farla quella fatica? Ci terremo i nostri anonimi centri commerciali, le palazzine con gli infissi in vetro anodizzato, le stecche residenziali che nel 2015 esibiscono ruderi di postmoderno architettonico come fossero novità, e le strade, le migliaia di strade – non bastano mai – che solcano la penisola, con lingue di cemento franose spesso alluvionate, piene di rifiuti ai bordi, periodicamente esondate dalle fogne. Questa è la nuova lingua. Con questa finirei a parlarti, con questa forse, mio malgrado, ti sto già parlando.

 

A te che piacevano tanto le varietà linguistiche, forse sarà rimasta un po’ di curiosità per l’idioma di questa lunga e lenta agonia dell’impero capitalistico che ci ha reso indistinguibili, un sottofondo sordo, nella terra che un tempo era stata un mosaico di fiere diversità locali. A te che hai scritto “non vogliamo essere subito così senza sogni” forse apparirebbe il baluginio di qualcosa di nuovo e buono anche nella barbarie addomesticata in cui viviamo oggi.

 

 

Questo testo fa parte del contributo che doppiozero ha scelto di realizzare, articolato in tre parti - interviste, poesie, lettere - in occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato.

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