Ti scrivo. Sulle lucciole

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.

 

Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al poeta e scrittore, la redazione vaglierà quali pubblicare sul sito di doppiozero.

 

 

Caro Pier Paolo,

te ne sei andato molto tempo fa ed è necessario innanzitutto che ti aggiorni sui cambiamenti che sono avvenuti. Purtroppo devo dirti che sulle lucciole ti eri sbagliato. Nel 1975, in un articolo sul Corriere della Sera, scrivevi che erano scomparse da tempo. Invece ci sono ancora. Sono ritornate e sono anche molto numerose. Nelle prime sere d’estate popolano i prati, ma si possono anche trovare nei pochi spazi verdi rimasti all’interno delle città. Perché in Italia, in questi decenni, si è costruito molto e i prati sono stati sommersi da enormi colate di cemento. Dal dopoguerra ad oggi le zone coperte dal cemento e dall’asfalto sono più che raddoppiate. Le lucciole però ci sono ancora. Per te la loro scomparsa era una dimostrazione evidente del fatto che la natura era stata distrutta dall’inarrestabile avanzata dell’industrializzazione e del consumismo. Era cioè un modo per comunicarci che la società dei consumi aveva violentemente cancellato in pochi anni l’ambiente naturale e la possibilità per gli esseri umani di vivere in sintonia con i ritmi atavici del pianeta che ci ospita. La rinascita delle lucciole ci comunica invece che la natura riesce ad adattarsi all’ambiente. Certo, ha la necessità di modificarsi, ma dimostra di essere in grado di sopravvivere ai gravissimi danni che le vengono procurati dagli esseri umani. Così oggi abbiamo probabilmente delle “lucciole geneticamente modificate”, ma si tratta comunque di lucciole che illuminano ancora le nostre sere d’estate.

 

Perché questo è quello che è avvenuto: la natura vera è stata distrutta e il suo posto è stato progressivamente occupato da una natura artificiale. I ritmi della natura sono stati brutalmente sconvolti, con temperature medie che si innalzano continuamente, i ghiacci del Polo che si stanno sciogliendo e gli animali che sono disorientati e cambiano i loro rituali millenari di spostamento perché non riescono più a riconoscere il loro habitat. Mentre gli esseri umani vivono confrontandosi ogni giorno con una natura puramente finzionale, ingannevole e saturata da immagini e forme di comunicazione che nulla hanno a che fare con la possibilità di sperimentare il mondo attraverso i sensi del corpo. E sempre più frequentemente mangiano dei cibi biologici o dei biscotti di origine industriale ma che promettono di venire da un Mulino Bianco completamente immerso nella natura. Così facendo, pensano di ripristinare almeno la natura che c’è al loro interno. Quella del loro corpo. Sì, lo so bene che per te la scomparsa delle lucciole era anche una metafora di una cultura tradizionale e contadina che pensavi stesse morendo. Ma anche questa c’è ancora, seppure “geneticamente modificata”. I mercati popolari, ad esempio, non sono scomparsi. Ci sono ancora, con le loro bancarelle, ma a vendere i prodotti adesso sono di solito dei commercianti cinesi. E sono apparsi anche dei nuovi mercati che riproducono quelli tradizionali, come quelli che si trovano all’interno della catena di ristoranti Eataly. E anche i bar tradizionali, dove le persone si incontravano, non sono scomparsi. Solamente che oggi hanno molto spesso l’aspetto accogliente dei tanti McCafè della multinazionale McDonald’s. E pure i nostri luoghi pubblici, le belle vie e piazze dei centri storici delle nostre città, sono stati riprodotti perfettamente all’interno dei centri commerciali extraurbani. Anch’essi, dunque sono stati “geneticamente modificati”.

 

Pertanto sul consumismo avevi ragione tu: ha progressivamente stravolto la nostra esistenza. L’ha fatto però dandoci l’illusione che nulla stesse cambiando. Che il passato e le nostre tradizioni fossero ancora lì davanti a noi. Integrati al suo interno e ripresentati continuamente sotto forma di revival o, com’è di moda dire oggi, di “vintage”. Sotto forma di esperienze false e ingannevoli, forse diresti tu. Ma ti assicuro che le persone di oggi le trovano tremendamente affascinanti. E, non ci crederai, ma una volta che si abituano a esse trovano deludente la realtà del passato.

 

La psicologa statunitense Sherry Turkle ha raccontato che i milioni di visitatori di Animal Kingdom, un parco della Disney che si trova in Florida ed è abitato da animali veri, si lamentano perché trovano che questi animali siano poco realistici. Per loro non sono cioè così “tipici” come quelli che sono presenti in California, nell’analogo parco Disneyland, i quali sono in realtà dei robot perfettamente somiglianti. D’altronde, sempre lì, a Disneyland, quando scrivevi della scomparsa delle lucciole, Walt Disney aveva già installato a partire dalla metà degli anni Cinquanta delle “lucciole elettriche”. Cioè lucciole più luminose di quelle naturali. E lucciole in qualche misura eterne, perché funzionano ancora oggi. Ma anche lucciole prive di qualsiasi legame con la natura e dunque irrimediabilmente artificiali. Parte integrante dunque di quel processo di artificializzazione dell’esistenza contro il quale tu ti scagliavi duramente. E contro il quale oggi non si scaglia più nessuno. Perché questa, prima di lasciarti, è l’ultima brutta notizia che purtroppo devo comunicarti: nessuno si lamenta più di tutto quello che ti ho raccontato. Tutti sembrano essere soddisfatti di vivere in compagnia di una natura artificiale.

 

Quanto ci manchi Pier Paolo.

 

Questo testo fa parte del contributo che doppiozero ha scelto di realizzare, articolato in tre parti - interviste, poesie, lettere - in occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato.

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