Ti scrivo. Uomini di uomini

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.

 

Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al poeta e scrittore, la redazione vaglierà quali pubblicare sul sito di doppiozero.

 

 

Caro Pierpaolo,

 

voglio ora compiere nei tuoi confronti, a quarant’anni dalla tua terribile morte, un atto sconvolgente e inaudito, un atto davvero scandaloso (del resto la parola scandalo ti è sempre rimasta appiccicata addosso, fin dalla prima, remota e divinatoria recensione di Gianfranco Contini alle tue poesie friulane), un atto che quasi nessuno osa più: leggerti.

 

Sì, io ora voglio leggerti, leggere non la tua faccia universalmente nota e scavata, non il tuo corpo nervoso, teso nello scatto verso il pallone, non i tuoi occhi miopi e cupi, bensì le tue opere, i tuoi scritti, in versi e in prosa.

 

E, leggendoti, posso dire di aver scoperto che un equivoco grava sulla tua opera. Si dice che tu sia stato lo scopritore di una nuova ontologia regionale della letteratura italiana. Che, prima di te, nessuno avesse contezza del mondo delle borgate romane. Che tu, novello pastore dell’essere, abbia creato quel mondo, quei personaggi, quell’ambiente, tutte cose di cui, prima di te, si ignorava l’esistenza, dato che la cultura ufficiale riteneva indegno d’attenzione quel microcosmo, popolato di reprobi appartenenti al Lumpenproletariat, al sottoproletariato straccione, privo di coscienza di classe, inservibile per la rivoluzione e invece massa di manovra della reazione. E tu invece, trattandone diffusamente nei tuoi libri, l’hai per l'appunto portato all’essere, l’hai rivelato a se stesso, e agli altri, a tutti gli altri.

 

Sia pure. Ma, ripeto, leggendoti, qual è la vera immagine di esso che emerge? Pietà per i diseredati, come disse Carlo Bo, testimoniando in tuo favore al processo contro Ragazzi di vita? Conferimento di valore religioso e cristologico ad ognuna di quelle vite violente? O addirittura identificazione tua, di te stesso, confinato nella baracca di Ponte Mammolo, con loro, con quelli che condividevano il tuo destino di “esule e vitando” (ancora Contini), bandito dal Friuli e scaraventato nell’estrema periferia romana all’ombra del Penitenziario?

Non so. Non credo. Ti leggo, ora.

 

Tu li osservavi quegli uomini, educati ad altra vita che la tua. Notavi che in loro c’era come l’aria di un buttero che sonnecchiasse armato di coltello. Notavi il loro tenebrore intenso, la papale itterizia del Belli. L’ironia che trapelava da quegli occhi esibiva un rosso, umido, indecente bruciore. Erano animati da un desiderio di ricchezza, sordido, come le loro membra non lavate, le loro schiene gobbe, le loro cosce piene di croste. Bramavano soldi come zingari, mercenari o puttane. Per averli, i soldi, usavano lusinghe abbiette. Qualcuno di loro, in effetti, lavorava. Ma che lavoro facevano, quegli uomini? Lavoro di mafiosi macellari, ferini lucidatori, commessi invertiti, tranvieri incarogniti, ambulanti tisici, manovali buoni come cani. Anche lavorando non potevano scrollarsi di dosso una perenne aria da ladri o rapinatori o briganti di strada. Erano carogne di rapaci, ammiccavano in silenzio, tutti presi dai loro affari di cento lire. Erano spietati. Fondavano la loro fiducia nella vita nella facilità dell’amore: frequentavano assiduamente le mignotte delle Terme di Caracalla, sporche e feroci, abbaianti nella notte, in mezzo a frotte di magnaccia, gonfi e sbattuti.

 

A Pietralata, per educazione, non c’era nessuno che provasse pietà per i vivi, figurarsi cosa cazzo provavano per i morti. A Testaccio i giovani erano incoscienti, sprezzanti, ironici, crudeli, allegri, pigri, spietati, spiritosi, carogne, cattivi. A Donna Olimpia esibivano facce da museo criminale conservate sott’olio; quando andavano bene, quelle facce, erano facce larghe come una braciola (e fu forse Er Braciola a darti il colpo mortale, la famosa o famigerata notte dell’idroscalo? O fu forse Er Caciotta, pallido come uno straccio? O Er Riserva, quello che non teneva mai benzina nell’auto? O chi altri fu, Pierpaolo?)

 

Quegli uomini non ti erano fratelli, tu lo sapevi, non conoscevano le passioni per cui tu vivevi. Tu non li amavi. Erano migliaia. Migliaia di corpi senza amore, da usare nelle valli sacre della libidine, per poi dimenticarli. Tu l’hai sempre saputo che quei giovani erano giovinastri repellenti. Non è vero che tu l’abbia scoperto solo negli ultimi anni della tua vita. Come poteva un aristocratico raffinato come te mescolarsi a quella teppaglia mostruosa? Il sarcasmo retroattivo da te usato nei confronti di uno di loro, non a caso ribattezzato “Il Merda”, non era in realtà retroattivo. Era sempre presente, benché dissimulato, ma neanche tanto.

 

Caro Pierpaolo, prima di lasciarti di nuovo al tuo destino di santo, sant’Infame, voglio dirti che di te si citano solo e sempre due pezzi, esausti ed esangui, dei tuoi Scritti Corsari, le “lucciole” e “io so”. Ma non sapevi, no, tu non sapevi, non sapevi leggere le facce dei tuoi assassini. E sapevi invece due cose. Due cose vere. Due cose davvero importanti e decisive sapevi, Pierpaolo: che il fascismo è la vera, ultima novità, l’autentica luce di questa nazione e che l’uomo medio è un mostro. Un pericoloso delinquente! Conformista! Colonialista! Razzista! Schiavista!

Addio, Pierpaolo.

 

 

(Questo testo è fatto da citazioni, a volte letterali a volte non, tratte dalle seguenti opere di Pier Paolo Pasolini: Ragazzi di vita, Alì dagli occhi azzurri, Scritti corsari, Lettere luterane, Petrolio, Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Poesia in forma di rosa.)

 

Questo testo fa parte del contributo che doppiozero ha scelto di realizzare, articolato in tre parti - interviste, poesie, lettere - in occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato.

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