Primo Levi e Mario Rigoni Stern. Una lunga amicizia

Primo Levi disse che lui, Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli erano come tre petali di un trifoglio perché avevano attraversato le tragedie della Seconda Guerra mondiale, sofferto il freddo e la fame, visto e superato l’orrore, e poi scritto opere contigue per senso etico e nitore di stile. 

Levi fu catturato il 13 dicembre 1943 sulle montagne della Val d’Aosta mentre con altri cercava di organizzare una piccola unità partigiana di Giustizia e Libertà; fu trasferito dapprima nel campo di concentramento di Fossoli, poi alla destinazione finale di Auschwitz. Lì gli venne marchiato sul braccio il numero 174157 e lì avrebbe trascorso un anno e mezzo di durissima prigionia, in un luogo pieno solo di freddo, fame, dolore e umiliazioni. Il pensiero di un mondo scomparso dall’orizzonte, quello degli affetti, della cultura e dei monti diviene un rifugio dell’anima. Come quando prova a tradurre in francese la Divina Commedia al suo compagno di prigionia Pikolo: “…quando mi apparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto che mai veduta ne avevo alcuna…”. Lo assale il rimpianto: “E le montagne, quando si vedono di lontano … le montagne … oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel buio della sera…” (da Se questo è un uomo).

Rigoni Stern aveva combattuto su tre fronti di guerra – Francia, Albania, Russia – battendosi sempre in prima linea con il suo battaglione Vestone, fino all’ultima battaglia, a Nikolajewka. Dopo l’8 settembre aveva detto no a chi gli chiedeva di aderire alla RSI di Mussolini, subendo per questo venti mesi di prigionia nei lager tedeschi. 

 

Primo e Mario erano accomunati anche dalla passione giovanile per le montagne: l’abitudine e la resistenza alla fatica – raccontarono molti anni dopo – avevano contribuito ad aiutarli nei giorni della guerra e della prigionia.

Erano divenuti scrittori superando i pregiudizi di critici restii ad annoverare tra i letterati anche chi svolge un altro mestiere, e propensi a riconoscere loro solo un ruolo di attenti e appassionati memorialisti, di testimoni. Primo Levi pubblicò il suo capolavoro Se questo è un uomo nel 1947, con la piccola casa editrice De Silva, dopo il rifiuto dell’Einaudi che si decise a stamparlo solo nel 1958 e le rese uno dei libri più conosciuti e amati nel mondo. Mario Rigoni Stern invece, ebbe da subito fortuna perché già nel 1953 Einaudi pubblicò con successo Il sergente nella neve, con il sostegno di Elio Vittorini che ne fu anche l’editor. 

 

 

Erano narratori puri e non romanzieri, secondo il distinguo weberiano, perché hanno raccontato solo quanto vissuto in prima persona o appreso da altri. Narratori però di spessore letterario, dalla scrittura chiara, semplice e coinvolgente pur nella ricchezza e nella specificità dei vocaboli; li contraddistingue anche una profonda conoscenza della storia e della natura.

Il loro codice morale, composto di sobrietà e virtù civili, coraggio e generosità, capacità di indignarsi contro le ingiustizie, specie se rivolte verso i più deboli, li caratterizza senza intaccare in alcun modo l’asciuttezza e l’espressività delle loro opere: le pagine di Rigoni sono evocative e a tratti poetiche, quelle di Levi lasciano ampi spazi alla riflessione razionale.

Il primo segnale di amicizia tra Rigoni e Levi fu lanciato da quest’ultimo: in un’intervista rilasciata verso la fine degli anni Cinquanta, alla domanda su come e con chi gli sarebbe piaciuto passare il Natale, Levi aveva risposto: «con Mario Rigoni Stern, in un rifugio di montagna, a parlare davanti a un focolare»

 

La richiesta di contatto divenne esplicita e diretta nel 1962, quando, appena letto Il bosco degli urogalli, Levi scrisse a Rigoni una dichiarazione di stima inusuale per lui, sempre attento a misurare con precisione le parole:

«Caro Signor Stern, non so se lei conosce il mio nome: sono come Lei un non letterato che ha visto delle cose e le ha scritte, ed ora (dopo aver letto a suo tempo, due volte di seguito, il Sergente) mi è venuto in mano Il bosco degli Urogalli, e mi permetto di ringraziarLa per il piacere che ho provato leggendolo.

Questo Suo libro mi è piaciuto singolarmente: mi pare che sia importante, e che venga ad inserirsi in un vuoto, in una lacuna della nostra letteratura, così povera di esperienze di vita e di odore di natura. Sono convinto che così si deve scrivere, è il modo più serio e onesto e, se si guarda bene, in certo modo quello che “rende di più”, che convoglia più cose con meno parole, quindi anche il più poetico. Ho una sola riserva da fare sugli Urogalli: è troppo breve, finisce troppo presto. Mi ha lasciato con una grande curiosità di conoscere il Suo paese, e di saperne di più sulle volpi, sui galli, sui cani e sugli alberi. Spero che Lei scriva ancora, e ci dia altre pagine dal respiro così ampio e pulito. Spero anche di avere occasione di incontrarLa. Gradisca i saluti più cordiali e i più sinceri auguri, Primo Levi».

 

Per comprendere la fiducia e la stima di Levi per Rigoni riporto qui altre due lettere: una è del 13 ottobre 1962, Levi gli invia un suo racconto inedito, La carne dell’orso, accompagnandolo con queste parole: “…spero che Le piacerà. Ma non è assolutamente necessario che Lei si prenda il disturbo di mandarmi il Suo giudizio. Lo accetti, come mi ha scritto Lei, alla stregua di una chiacchierata fra amici intorno al fuoco”. Il racconto sarà pubblicato da Einaudi ben tredici anni dopo, con il titolo Ferro, nella raccolta Il sistema periodico. La seconda lettera è del 1970. Primo invia a Mario, per un parere, un libretto stampato in proprio con ventitré poesie che, solo nel 1984, saranno pubblicate da Garzanti con il titolo Ad ora incerta: “Caro Mario, queste sono poesie che ho scritto molti anni fa: siccome nessuno me le stampava, le ho fatte stampare io, per mandarle agli amici. Buon Natale: dev’essere bello il Natale dalle vostre parti. Qui è triste e pieno di nebbia. Auguri affettuosi a tutti voi, Primo”. 

Una delle poesie di quel libro, Una valle, evoca un territorio alpino ricco di laghi e di boschi: 

 

 

C'è una valle che io solo conosco.

Non ci si arriva facilmente,

Ci sono dirupi al suo ingresso,

Sterpi, guadi segreti ed acque rapide,

Ed i sentieri sono ridotti a tracce.

Più in alto ancora sono sette laghi

D'acqua incontaminata,

Limpidi, scuri, gelidi e profondi. 

(in, Ad ora incerta, Garzanti, 1984).      

I due amici erano passati giovanissimi, a distanza di un anno, nei pressi di una montagna e di un lago che erano rimasti nel cuore a entrambi. Rigoni ha raccontato così quel legame della memoria: “C’è un posto in cui ci eravamo ripromessi di andare, noi due soli. È un lago nelle Alpi. Lo conoscevamo sia lui che io, e volevamo andarci insieme. Il nome di quel lago non lo dico perché rimane un segreto fra me e Primo. Era un appuntamento ideale, una specie di sogno. Quel lago è in quota, circondato da montagne altissime e nere. Lo si può raggiungere due o tre mesi all’anno, e allora è azzurrissimo, con mille e mille fiori accanto. Giù, molto più giù, ci sono le vacche al pascolo, gli escursionisti non ci arrivano perché non lo conoscono. Non siamo riusciti ad andarci. È rimasto il nostro sogno” (da Primo Levi, le opere i giorni, di Massimo Dini e Stefano Jesurum, Rizzoli, 1992). 

 

Un giorno, mentre parlavamo tra gli alberi del suo arboreto salvatico, gli chiesi di indicarmi dove fosse quel luogo; Rigoni mi rispose che si trattava del lago di Miserin, e la montagna era la Rosa dei Banchi. Ci si arriva da Champorcher, in Val d’Aosta. Nelle stagioni di mezzo, ma a volte, fino alle soglie dell’estate, l’azzurro delle sue acque e la regolarità delle sue sponde sono interrotti da piccoli isolotti di ghiaccio. Non lontana, verso sud, c’è la Rosa dei Banchi, una cima facile ma di selvaggia bellezza. Rigoni era passato dal lago di Miserin nella primavera del 1939, come alpino, durante il corso da sciatore-rocciatore e lo aveva poi rivisto l’anno dopo dall’alto della Rosa dei Banchi, salita dal versante piemontese, dalla Val Soana. Mi parlò di alte vette, di orizzonti senza fine; le cordate tra rocce e ghiacciai, le corse con gli sci su pianori incontaminati, lo riempivano di gioia e di meraviglia. Freddo, ripari disagiati, vitto casuale e improvvisato, non intaccavano il ricordo della bellezza avventurosa di quei giorni.

 

 

Primo Levi era passato da quella valle nell’aprile del 1940; con gli amici Sandro Delmastro e Alberto Salmoni era partito per un raid sci-alpinistico di tutto rilievo: erano saliti a piedi da Bard a Champorcher e poi il mattino dopo, con trenta chili di zaino a testa e con gli sci, avevano oltrepassato la casa di caccia reale a Dondena, il lago di Miserin, la Finestra di Champorcher per arrivare poi a Cogne. Lì Primo aveva detto basta, l’indomito Sandro aveva invece proseguito la spedizione con Alberto, risalendo la Valeille verso Piantonetto, e puntando poi verso il Gran Paradiso. “… la montagna per noi era anche esplorazione, il surrogato dei viaggi che non si potevano fare alla scoperta del mondo, e di noi stessi; i viaggi raccontati nelle nostre letture: Melville, Conrad, Kipling, London (Conversazioni e interviste, 1963 – 1987, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, 1997).

 

Sandro Delmastro è il protagonista di Ferro, quello che per Rigoni e per tanti altri lettori è il più bel racconto di Primo Levi. Un giovane libero e fiero, compagno di tante salite impegnative tra le montagne piemontesi. Uno dei più bei ricordi delle avventure con Sandro, riportato nel racconto, era stato un bivacco ad alta quota, in pieno inverno, con i piedi negli zaini per salvarli dal congelamento. 

Come faremo a scendere?”. Aveva chiesto Primo all’amico quando la notte stava salendo veloce e inesorabile dal fondo della valle. 

Per scendere vedremo”, gli aveva risposto Sandro, aggiungendo con un sorriso che al più avrebbero “mangiato la carne dell’orso”, un modo di dire che alludeva a un bivacco imprevisto, in quota nella notte. 

Nel finale del racconto Ferro Primo Levi scrive: “Ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino”.

 

Quando Levi tornerà da Auschwitz, nell’ottobre del 1945, scoprirà che l’amico era stato ucciso da un milite fascista, con una scarica di mitra alle spalle, in una strada di Cuneo. Nuto Revelli ha ricordato quell’uccisione, avvenuta nell’aprile del ’44, in La guerra dei poveri; ne era stata testimone, tra molti altri, anche sua moglie Anna. 

Dopo la guerra, nei tempi concessi dal lavoro, Levi proverà più volte a riassaggiare “la carne dell’orso”. Salì infatti la Testa Grigia, sopra Gressoney, nel 1964 il Monte Rosa e infine, nel 1983, il Pian della Tornetta, presso Cogne.

 

Una volta scoperto che il lago della nostalgia era quello di Miserin ho immaginato che la zona dei sette laghi fosse quella del lago Bianco e del lago Nero, nei pressi del rifugio Barbustel, nonché, più in alto, del Gran Lac e dei piccoli laghi. L’ho chiesto un giorno ad Alberto Papuzzi, il giornalista de La Stampa che aveva intervistato Primo Levi sull’alpinismo (L’alpinismo? È la libertà di sbagliare. Rivista della montagna, n° 61 del marzo 1984). Papuzzi mi ha confermato che sì, la poesia era dedicata a quel luogo: glielo aveva confidato proprio durante una loro escursione al lago Bianco, nel 1980. Il giornalista ricorda che a Levi quei luoghi ne facevano immaginare altri che non aveva mai visto: il Canada e l’Alaska, forse impressioni legate alle letture giovanili di Jack London. E la Rosa dei Banchi, pur non altissima (3.164 metri), secondo Levi era la montagna ideale, per la perfezione della sua struttura piramidale e per la sua posizione, a cavallo tra due valli, allora e ancora adesso, non rovinate da impianti sciistici e cemento. 

 

 

Tanto è l’affetto di Levi per Rigoni da dedicargli Ammutinamento, uno dei racconti del suo libro Vizio di forma, del 1971 e, soprattutto, da inserirlo tra i riferimenti etici e culturali nel libro La ricerca delle radici, del 1981. Il primo è una storia di alberi: Levi conosceva la passione di Rigoni per il larice, la betulla, l’abete. Aveva visto l’alboreto salvatico che l’amico aveva piantato attorno alla casa nel corso degli anni. Nel secondo scrive parole che colgono nel segno: “Che Mario Rigoni Stern esista, ha qualcosa di miracoloso. In primo luogo, perché ha del miracolo la sua stessa sopravvivenza: quest’uomo così lontano dalla violenza è stato costretto dalla sorte a fare tutte le guerre del suo tempo, ed è uscito indenne ed incorrotto dai fronti francese, albanese e russo, e dal lager nazista. Ma è altrettanto miracoloso che Rigoni sia quello che è, che sia riuscito a conservarsi autentico e schivo in quest’epoca di inurbamento suicida e di confusione dei valori”. 

Rigoni a sua volta dedicò a Levi il racconto La scure, in Ritorno sul Don, del 1973, che racchiude due brevi storie di rinascita: dallo sconforto senza fine che aveva accompagnato i suoi primi mesi di libertà dopo la lunga prigionia e dalla malattia improvvisa che, nel dicembre del 1968, stava per ucciderlo. 

Alla sua prima lettera, Rigoni aveva risposto invitandolo ad Asiago e Levi aveva subito accettato spiegandogli di aver appreso sin dal 1943 la tragedia dell’ARMIR e della ritirata di Russia attraverso i racconti di un tenente che vi aveva partecipato, Aldo Piacenza. Questi era stato suo compagno di scuola e i due si erano poi ritrovati nell’ottobre di quell’anno in Val d’Aosta, dove avevano iniziato la breve e sfortunata avventura partigiana.

 

Solo nel 1966 però, in primavera, Levi si era recato finalmente con la moglie Lucia ad Asiago. Era teso per i ritardi con cui procedeva il progetto di rappresentazione teatrale tratto da Se questo è un uomo, e il viaggio ad Asiago gli era parso una temporanea via di fuga. Si fermarono all’Hotel Europa, in centro: nel primo pomeriggio Mario e Anna li portarono nella loro casa in Valgiardini. Ma escono subito e s’immergono tutti e quattro nel bosco retrostante; lungo il sentiero incontrano alcuni caprioli e conversano di alberi e di animali, da punti di vista diversi: uno li conosceva per esperienza, l’altro da studioso. Levi resta ammirato davanti al buon vivere dell’altro, a ridosso del bosco, con l’orto sotto le finestre e le montagne vicine. Ma sulle api dell’alveare rosso davanti a casa, e sugli animali del bosco, lepri e caprioli, che vengono a mangiare le briciole lasciate da Rigoni, i due hanno un’affettuosa divergenza di opinioni. L’uno vede negli animali solo rapporti di causa-effetto e impulsi di sopravvivenza, l’altro riconosce loro anche sensibilità e capacità di provare emozioni. A sera Rigoni offre all’amico formaggio dell’altipiano e grappa fatta in casa. 

 

I due parlarono a lungo ancora il giorno successivo, mentre passeggiavano tra gli abeti e i larici della Val di Nos, a nord di Asiago. Poi i cimiteri della Grande Guerra riportano a entrambi ricordi dolorosi; mentre camminano fianco a fianco Levi gli dice: “Saresti stato un buon compagno per me nel lager”.

Poco tempo prima della sua tragica scomparsa Levi gli inviò una lettera con una poesia rimasta inedita, imperniata sul legame con i due amici, il titolo è A Mario e a Nuto: Ho due fratelli con molta vita alle spalle / nati all’ombra delle montagne. / Hanno imparato l’indignazione / nella neve di un Paese lontano, / e hanno scritto libri non inutili. / Come me hanno tollerato, la vista / di Medusa, che non li ha impietriti. / Non si sono lasciati impietrire / dalla lenta nevicata dei giorni.

In almeno un’occasione i tre si trovarono insieme a parlare in pubblico, ad Aosta il 22 ottobre 1977, a raccontare il mondo dei vinti, vale a dire il mondo dei contadini e dei malgari delle montagne, che stava scomparendo, trascinato da quello che Andrea Zanzotto ha definito il “progresso scorsoio”, che concede un relativo benessere, ma cancella tradizioni e competenze, rovinando valli e montagne con cemento e infrastrutture. 

Primo Levi morì l’11 aprile 1987. Rigoni apprende la notizia da un giornalista del Resto del Carlino che, al telefono, gli chiede un commento. Rigoni sbatte giù la cornetta, si chiude in sé, e va a passeggiare per i boschi con le lacrime agli occhi.

Nemmeno il bosco mi ha ridato serenità. Alla sera ho ripreso in mano i suoi libri, e ho singhiozzato come un bambino. Non era malinconia, era disperazione. Ho continuato a rivederlo. Lo rivedo spesso, Primo, sul sentiero dietro casa dove, quel giorno di tanti anni fa, erano passati i caprioli” (da Primo Levi, le opere i giorni) . 

 

Rigoni, vissuto più a lungo di Levi, lo renderà protagonista di due racconti: L’altra mattina sugli sci con Primo Levi, in Sentieri sotto la neve del 1998, dove immagina di dialogare e di sciare insieme con l’amico, confrontandosi sulla natura e sul senso del nostro vivere inquieto, e Primo Levi, moderna Odissea.

Due uomini nella bufera, che serberanno sino alla fine il dolore di quanto avevano visto e sofferto; i momenti terribili che avevano vissuto tornavano di notte, come incubi, specialmente dopo un giorno passato a rievocare guerra e prigionia in incontri pubblici, magari con i ragazzi di una scuola. Ma nessuno dei due ha mai pensato di sottrarsi a un impegno che sentivano come un dovere, quello di testimoniare: per chi non c’era più, perché era scomparso in guerra o nei lager o durante la Resistenza, e per i giovani, per far conoscere gli errori e gli orrori della nostra storia, perché non sapere conduce inevitabilmente a ricadere in tragedie analoghe. Primo Levi, scomparso alla fine degli anni Ottanta, citava come esempio lo sterminio di un terzo della popolazione in Cambogia, Rigoni ebbe invece modo di sapere dei lager e delle stragi etniche nella ex Jugoslavia. 

Valgono anche per i suoi amici, Primo Levi e Mario Rigoni Stern, le parole che Nuto Revelli pronunciò, nel 1999, quando gli fu conferita la laurea ad honorem in Scienze dell’Educazione: “Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani dovessero crescere nell’ignoranza, come eravamo cresciuti noi… Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta”.

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