A proposito de “La forma dell'acqua”

Premessa sulle lacrime

 

La critica cinematografica (Carocci, 2007) è un agile volumetto nel quale il bravo Alberto Pezzotta traccia, senz'ombra alcuna di pedanteria o presunzione, alcune regole di fondo per chi voglia intraprendere una professione che già François Truffaut definiva «ingrata e poco nota». Verso la fine del libro, affrontando la questione dell'argomentazione, della sua coerenza e verificabilità, Pezzotta scrive che «argomentazioni non sufficientemente provate sono quelle di chi fonda il giudizio su fattori extracinematografici […] Molti ricordano il resoconto di Irene Bignardi che, incinta, esce turbata dalla sala dove proiettano Brood, la covata malefica di Cronenberg»: il tutto, conclude Pezzotta, per giustificare il proprio giudizio negativo sul film.

 

Chiedo scusa per questo sproloquio/digressione sul metodo. È solo che, per la prima volta dopo molti anni, mi sono ritrovato a commuovermi davanti a un film. Non parlo dell'emozione fortissima che provo ogni volta che rivedo un film che amo, né di quel senso di viscerale, spontanea esaltazione che mi prende, talvolta, davanti a un film appena uscito (sempre più raramente, oltretutto: l'ultima volta è successo un paio d'anni fa, con Vizio di Forma di P. T. Anderson). Parlo proprio di lacrime, di un pianto liberatorio. Vogliamo dire catartico? Diciamolo pure. In ogni caso, confesso di aver pianto a lungo guardando La forma dell'acqua. A Venezia, subito dopo la serata finale della 74ma Mostra d'Arte Cinematografica che ha incoronato quest'ultima fatica di Guillermo Del Toro con il massimo riconoscimento.

 

Guillermo Del Toro a Venezia, 2017.


Tutto qui? Ebbene, sì. È lecito, per un critico/studioso, piangere davanti a un film? Non si finisce per fare la fine di Bignardi davanti a Cronenberg, sporcando l'obiettività di un giudizio con l'ottusità di un sentimento soggettivo? Per anni mi ero fatto un punto d'onore di non aver mai versato una lacrimetta durante un film; nemmeno quelli davanti a cui il pianto sgorga pavlovianamente, a fiotti. Eppure stavolta, davanti alla storia d'amore fra la muta Elisa (Sally Hawkins) e un anfibio bipede antropoide, ho ceduto. Peggio: alla seconda visione ho pianto più che alla prima, nonostante fossi già a conoscenza dei punti esatti che mi avevano fatto salire il magone (o forse proprio per quello). 

Me ne sono vergognato quasi subito. Un'amica mi ha detto che sbaglio: siamo fatti di carne – e che diamine! – mica di ferro. E, si potrebbe aggiungere, come ha ricordato su Doppiozero Andrea Pinotti a proposito del testo di Vittorio Gallese e Michele Guerra, che lo schermo è empatico, attiva molteplici meccanismi di risonanza nello spettatore. Tutto vero, per carità: ma davanti a una proliferazione di reazioni “di pancia” (e chi frequenta Facebook e analoghe piazze virtuali lo sa), davanti a una sempre più spudorata (pornografica?) esibizione di emotività, in cui ogni tentativo di analisi lucida naufraga fra singhiozzi e strilli, siamo sicuri che piangere davanti a un film sia qualcosa di cui andar fieri?

Soprattutto – perché alla fine è questo quello che conta, agli occhi di chi ancora si prende la briga di leggere una recensione da cima a fondo – un pianto torrenziale vale a giustificare il giudizio positivo su La forma dell'acqua?

 

Uova sode e torte immangiabili

 

Prima ancora di essere candidato a ben tredici Academy Awards, il film di Del Toro è stato giudicato aspramente da molti cinefili già la sera del Leone d'Oro veneziano: corrono voci di persone andate letteralmente in escandescenze in sala stampa, durante la diretta della cerimonia conclusiva. Tuttavia, La forma dell'acqua ha dato fastidio non soltanto a quelli che, generalizzando un po', potremmo chiamare “cinefili da festival”, i nerd attardati su una visione dilettantesca e caricaturale della politique des auteurs, detrattori a prescindere del cinema di consumo (quelli che un amico ha definito con aspra ironia “la criticaglia”). Anche critici più attenti e pacati hanno sollevato qualche giustificata perplessità. Il già citato Pezzotta, per esempio, sull'ultimo numero di Blow Up sbeffeggia il coté metalinguistico del film, tacciandolo di semplicismo e paragonandolo (in negativo, ovviamente) a Borowczyk e Coppola; su CineforumWeb, pur all'interno di una riflessione articolata e tutt'altro che banale, Roberto Manassero conclude inappellabile: «È un film già passato, dal cui nulla non ci si può aspettare nulla». Ora, che La forma dell'acqua sia un'orgia cinefila di classici hollywoodiani anni Trenta-Quaranta-Cinquanta, non è nemmeno il caso di sottolinearlo: c'è Jack Arnold e il suo Mostro della laguna nera, c'è King Kong, ovviamente, ci sono i B-movies senza divi, ma con indimenticabili facce (oltre a Sally Hawkins, qui abbiamo Jenkins, Stuhlbarg, Octavia Spencer e Shannon). E se Jean-Pierre Jeunet si è sentito in dovere di denunciare un plagio ai suoi danni (ma pare che i "furti" siano più d'uno), significa che quello di Del Toro potrebbe essere persino un citazionismo al quadrato: citare Jeunet che cita l'immaginario Hollywoodiano degli anni Trenta-Quaranta-Cinquanta.

 


Un film derivativo all'ennesima potenza, insomma. E però vien da dire: dobbiamo davvero prendercela tanto? Non si diceva la stessa cosa, esattamente un anno fa, a proposito di La La Land (altro film prima passato – e premiato – a Venezia, poi trionfatore agli Oscar e infine, a suo modo, divenuto un piccolo cult)? E perché, invece, quasi nessuno ha avuto da ridire sull'ennesima riproposizione in chiave filologico-manierista del melodramma alla Douglas Sirk da parte di Todd Haynes con Carol ? Che Hollywood stia da anni ingurgitando e rigurgitando se stessa mi pare ormai un dato di fatto. Per non confinarsi in un cul-de-sac critico, forse conviene semplicemente prenderne atto e passare ad altro.

 

Quanto a coloro che ne hanno lamentato la stucchevolezza visiva – stile Il favoloso mondo di Amélie (sempre a proposito di Jeunet) – li inviterei a osservare attentamente come la componente “meta” del film sia assorbita con una consapevolezza tale da dar luogo a prospettive, se non proprio inedite, quantomeno bizzarre. Non mi riferisco tanto allo sbirro fallocratico e fascistoide (un monocorde Michael Shannon) che, nella cornice della villetta monofamiliare si sbatte la dolce mogliettina abbassandosi a malapena le brache (un disvelamento fin troppo facile della faccia nascosta dell'American Way of Life, bigotta e sessualmente repressa). Penso semmai al disegnatore pubblicitario gay (un Richard Jenkins magnifico come al solito) che si sforza con scarso successo di trovare la chiave più giusta e appetitosa per pubblicizzare i prodotti, quasi una sorta di versione caricaturale dell'auteur all'interno della Hollywood di oggi. Ma le torte che campeggiano nella pasticceria, ci dice il film, nonostante il loro aspetto prelibato, altro non sono che una sofisticazione alimentare – proprio come, verrebbe malignamente da chiosare, le zuccherosità che la fabbrica dei sogni ci ha rifilato per anni. Forse è per questo che la visionarietà di Del Toro pare quasi trattenuta, o comunque non mantiene fino in fondo le sue promesse (basti pensare alla meravigliosa sequenza dei titoli di testa, con l'appartamento sommerso dall'acqua): come se avesse il timore di sposare troppo quell'estetica un po' plastificata, che difatti “corregge” con la concretezza del soffitto che perde acqua, della sala cinematografica spopolata o – addirittura – del gatto mezzo divorato... 

 

Alle torte belle e immangiabili, Del Toro contrappone l'autenticità delle uova sode. Non tanto come simbolo di vita e rigenerazione (sai che scoperta!), ma come piacere, modo di volersi bene, cura dell'altro. Non è un caso se, fin dalle prime scene, la bollitura delle uova venga mostrata in alternanza con la quotidiana sessione di autoerotismo della silenziosa protagonista. 

 

 

Epilogo per mostri

 

Fin qui la questione estetica. Più complessa, invece, la questione politica. Ché il film di Del Toro, infatti, ambisce anche a essere un apologo fiabesco sulla diversità, perfettamente in sintonia coi tempi. L'intento del regista per sua stessa ammissione, era quello di rifare il Mostro della Laguna nera dal punto di vista del mostro. Ma il ribaltamento dello schema di partenza, orchestrato dal regista con la co-sceneggiatrice Vanessa Taylor, è così programmatico da risultare talvolta troppo meccanico e didascalico: il mostro restituito alla libertà e non ucciso, la caffetteria per famiglie che si rivela un covo di omofobi e razzisti... e molti altri esempi si potrebbero fare.

Un decano del cinema d'avanguardia made in USA, James Benning, ha scritto su Facebook che La forma dell'acqua, come tutto quello che Hollywood produce, "è come la sezione sportiva di un quotidiano: serve a distrarti da quel che c'è scritto in prima pagina". Pur col massimo rispetto per Benning, mi pare che sia del tutto fuori strada: al contrario, se c'è una cosa che il film di Del Toro vuole fare è quella di conquistarsi, se non proprio il titolo, almeno l'articolo di spalla o di fondo. Più legittimo, semmai, nutrire qualche sospetto di fronte a un elogio così programmatico della diversità: in questi tempi di #metoo e di contrasto all'eteronormatività, rischia davvero di puzzare un tantino di pinkwashing. Insomma: che si voglia salvare la Creatura degli Abissi, passi; ma che a farlo sia una donna delle pulizie muta, con l'aiuto di un coinquilino omosessuale, di una collega di colore e di un sovietico doppiogiochista, beh, forse è un po' troppo. E se anche l'amore fra la ragazza senza voce e il mostro non si limita al platonico (tutt'altro...), il risultato è comunque una fiaba per adulti (bambini- adulti o adulti-rimasti-bambini), nella quale il rapporto con l'alterità viene risolto in maniera tutto sommato a-conflittuale e a-problematica (tanto, nella vita reale, chi mai dovrebbe davvero confrontarsi con un dilemma del genere?). Ma anche questo è un segno dei tempi, a pensarci bene. Basta dare un'occhiata ai film in lizza per gli Oscar di quest'anno: non finisce allo stesso modo il più apprezzato film di questi mesi, Chiamami col tuo nome, con il padre comprensivo e liberal e il suo fin troppo lodato discorso?

 

 

Eppure anche qui bisognerebbe, credo, guardare più in profondità (o in superficie, che poi è la stessa cosa, davanti a un film come questo). Innanzitutto, Del Toro non rimuove il negativo: la bestia non diventa un bellissimo principe, ma rimane l'essere squamoso di prima; né la bella recupera la voce – se non brevemente, in una parentesi onirica sotto forma di musical anni Trenta. Il brutto rimane brutto, insomma. In secondo luogo, il film ci ricorda che anche il brutto possiede una sua sensualità e sessualità: una volta tanto ci fa piacere vedere protagonista assoluta di un film una donna come Sally Hawkins, non bella magari, e forse un po' gelsomineggiante; ma certo tutt'altro che asessuata. Ripensando nuovamente al film di Guadagnino, è impossibile non notare la differenza: in Chiamami col tuo nome abbiamo donne private di ogni carica erotica (la mamma) o, peggio, utilizzate dai maschi di tutte le età (vuoi per consumare la prima volta, vuoi – fuori campo – per matrimoni di copertura); ne La forma dell'acqua, invece, c'è una donna che vive la propria sessualità senza complessi, che sa donarsi a se stessa e che, proprio per questo, è perfettamente in grado di darsi agli altri, anche quando appaiono lontani da ogni norma.

 

Ma è soprattutto nel finale che il film di Del Toro, a mio avviso, acquista un valore decisivo. Quel tuffo/rigenerazione in fondo al mare dei due amanti può avvenire soltanto in una dimensione utopica, dichiaratamente fiabesca, con tanto di deus ex machina («Tu sei un dio!», esclama con tono biblico Shannon, dopo che il bestio, dato per spacciato, gli ha tranciato la giugulare con una zampata). La fuga nell'utopia o in un non meglio specificato altrove sono il sintomo di un malessere generale (stavo per scrivere “occidentale”, ma forse è esagerato): il tuffo fiabesco di Hawkins e della creatura è l'equivalente dell'Aldilà colorato di Coco (un altro film, per la cronaca, sul quale ultimamente ho versato parecchie lacrime: che stia diventando un'abitudine?). Parafrasando James Joyce: la realtà e la Storia (che nel film è una Guerra Fredda ridotta a guisa di arredamento vintage) sono ormai l'incubo da cui vorremmo risvegliarci. Altro che film “già passato, da cui non ci si può aspettare nulla”: con tutti i suoi limiti, La forma dell'acqua è un'opera che parla – tanto, tantissimo – di noi e del nostro presente. Lacrime incluse.

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