Putin il Terribile

Penseremo al futuro della nostra grande patria, al futuro dei nostri figli e agendo così senza dubbio siamo condannati al successo (V. Putin, Commento alla vittoria, 18 marzo 2018).

 

Quella che segue non è un’analisi politica del recente risultato elettorale russo. Non ho le competenze e non dispongo degli strumenti per procedere in quella direzione. Molte sono le interpretazioni e i commenti disponibili sulla stampa e in rete per chi fosse interessato a documentarsi. Privilegio invece il tentativo di comprendere il successo del neo-rieletto Presidente, eventuali brogli e corruzioni comprese, attraverso un’indagine dell’immagine che ha creato di sé e che lo ha progressivamente portato a crescere nel gradimento della maggioranza della popolazione russa fino al plebiscito dei giorni scorsi.

Cominciamo dal fondo, dal passato remoto della Russia, rivisitato nel 1944 da Sergej Ejzenštejn su mandato di Stalin. In un’Unione Sovietica invasa dai nazisti, e governata da un leader solo apparentemente forte e sicuro, era necessario ripercorrere le tappe fondamentali dei gloriosi trascorsi del Paese per ribadirne la grandezza, riaffermarne la credibilità e, soprattutto, attestare ancora una volta che il capo, nel 1547 come quattrocento anni più tardi, non poteva essere né debole, né tenero, né indulgente. Il grande regista, assecondando la richiesta staliniana ma, come sempre, elaborandola secondo i propri raffinati artifici estetici e stilistici, fornì un ritratto del despota Ivan IV il Terribile, che riuscì a piacere al suo ammiratore ed emulo novecentesco ma, al contempo, a essere complesso e mai banale. La famosissima scena dell’incoronazione, più che altre, fu giocata su parole e sguardi. La componente visuale e quella verbale si fusero in un articolato rapporto di interazione costante.

 

I commenti relativi al gesto dispotico del principe di Moscovia che si autoproclama Zar di tutte le Russie rimandano a una realtà geopolitica delicata costantemente presente nella storia del Paese: l’Europa. E trovano espressione in entrambe le categorie sopra citate. “L’Europa non lo riconoscerà Zar”, sostiene l’ambasciatore polacco presente alla cerimonia. “Lo farà, se lui saprà essere forte” ribatte un altro. E il discorso di insediamento al potere di Ivan è tutto un programma, sia alla luce della situazione politica staliniana che di quella della riscossa nazionalista putiniana di oggi. È un discorso sintetico e chiaro e prende nette distanze da quanto lo aveva preceduto: la Russia da quel giorno sarà unita e per mantenere quell’unione la forza sarà necessaria. Basta con la frammentazione (i boiardi e il loro governo). La formazione di una guardia speciale richiederà contributi da parte dei boiardi stessi e dei monasteri (distanze dalla chiesa e messa in discussione del suo potere). Con grande determinazione si interverrà contro coloro che si opporranno all’esistenza di un regno unito e forte (identificazione dei nemici). I fiumi russi sfociano in terre straniere. L’impero marittimo era stato sottratto alla Russia e pertanto oggi lo Zar si dichiara imperatore anche di quelle terre che sono governate da altri monarchi (espansionismo). Due Rome sono cadute, la terza Roma, Mosca, si erge; non ci sarà una quarta Roma. Della terza Roma Ivan è l’unico e solo padrone. Straordinaria è l’inquadratura che corrisponde a questa dichiarazione: Ivan non guarda in camera ma volge il viso altrove e sulla sua guancia si proietta l’ombra del simbolo zarista del potere, l’aquila a due teste. Dopo la molteplicità di croci inquadrate durante la cerimonia, l’attenzione si sposta a un altro tipo di potere e di sua rappresentazione. 

 

 

Anche l’esigenza di sottolineare la portata del nazionalismo russo venne espletata dal regista con sottile originalità: da un lato i suntuosi interni e paramenti bizantino-ortodossi (seconda e terza Roma), dall’altro la “diversità” degli abiti e dei comportamenti dei dignitari stranieri (gli altri, il resto del mondo).

 

 

E un’infinita serie di minimi particolari, decorativi o estetici, solo apparentemente marginali o trascurabili.

Potere e forza, anche violenta e spietata, ribadiva il film, restano necessari per garantire la sicurezza e l’unità del neo nato impero. Espansionismo e imperialismo non erano stati certamente estranei alla politica sovietica. È un caso che le recenti elezioni russe si siano svolte nel quarto anniversario dell’annessione della Crimea e dopo anni di violente repressioni di voci contrarie e oppositori? 

La mia attenzione si concentrerà ora sulla lenta e paziente costruzione di un’immagine, corpo mediatico o corpo politico che dir si voglia, che il neo rieletto Presidente Putin ha elaborato nel corso di molti anni e di diversi mandati presidenziali. Dimostrando una perfetta conoscenza della mentalità, delle aspettative, della storia culturale del suo popolo, Putin ha meticolosamente creato l’immagine giusta.

 

Non certo apprezzata e apprezzabile da chi abbia a cuore i diritti umani, la correttezza, la trasparenza, ma paradossalmente, anche per queste ragioni, gradita al cittadino russo medio. Sono già intervenuto più volte sul significato che nella cultura russa ha avuto, e continua ad avere, il concetto culturale di batjuška (caro e amato padre), forma diminutiva (solo in senso affettivo) del termine arcaico batja (padre). Appellativo conferito in senso lato, assecondando il rapporto di affettiva sottomissione al potere caratteristico del contadino-servo della gleba russo, anche a una serie di figure autoritarie a cui il mužìk, istintivamente e storicamente, si sottometteva con eguale rispetto e devozione: il pope, il capo del villaggio, lo zar. Da questa figura non ci si aspettava che fosse indulgente o mite, anzi, la sua eventuale durezza o crudeltà erano legittime e apprezzate in cambio della giustizia che incarnava e della responsabilità che gli veniva demandata. Persino Stalin divenne batjuška per gran parte della cittadinanza sovietica: carismatico padre dei popoli, capace, come lo era stato Ivan il Terribile, di gestire l’unità e la potenza di un Paese e di farlo rispettare dal resto del mondo. Dopo la morte, forse più corretto sarebbe dire le morti (reale, politica e mediatica), di Stalin nessun segretario generale del partito russo-sovietico sarebbe riuscito a riconquistare nel cuore del popolo questa posizione. Putin lo ha fatto. E ci è arrivato adeguando progressivamente il proprio comportamento a quelle aspettative che da decenni erano andate deluse. 

 

Costruzione-esibizione del corpo, sguardo, distribuzione tecnica dell’image

 

A differenza di tutti i suoi predecessori post staliniani, Putin ha compiuto un grande investimento nell’esposizione del proprio corpo. Da slavato e convenzionale giovinotto sovietico, per quanto in forza al KGB, si è trasformato in carismatica figura di notevole autorevolezza mediatica.

 

 

Non solo per esibizionismo, ritengo, anzi. Lo ha fatto con notevole consapevolezza strategica, sapendo se e quando fermarsi, sempre con apparente understatement, come se compisse un rito della quotidianità, adeguandosi a un modello nazionale ben noto e apprezzato: il machismo, gestito da lui con distacco e non senza eleganza. Come Stalin non ha amato i bagni di folla, le dionisiache immersioni tra la gente (caratteristiche di Hitler e di Mussolini), e ha preferito affidare alla riproduzione tecnica il compito di diffondere le sue gesta. Le molteplici foto di lui a torso nudo mentre caccia, pesca, nuota, cavalca o lotta hanno fatto il giro del mondo. Nessun dubbio sul fatto che sappia gestire con considerevole disinvoltura lo sguardo degli altri su di sé. Se Stalin, nel dopo guerra, per le sue fobie e paranoie, aveva dovuto far ricorso all’uniforme di grand’ufficiale con ampio sfoggio di mostrine e medaglie per cercarvi la sicurezza perduta, Putin è perfettamente a proprio agio anche privo di camicia. Il suo petto nudo è diventato un topos, quanto lo furono i baffetti di Hitler, la canottiera di Bossi, il doppio petto di Berlusconi (Marco Belpoliti docet). Ma si è tolto la camicia così come lo avrebbero fatto i suoi concittadini, mentre fanno sport, o compiono il rito della banja (il bagno di vapore russo), prendono il sole in barca o si immergono nelle gelide acque di un corso d’acqua per il rito invernale del battesimo di Cristo. Il tutto con un costante sotto testo, pure questo assai ben gestito, di superiorità rispetto a chi guarda, ben condito dalla giusta percentuale di goliardica e virile complicità. Senza mai arrivare alla grossolana beceraggine mussoliniana.

 



 

In compenso, risulta impeccabile anche in abito casual o in giacca e cravatta, sempre più spesso a fianco di rappresentanti della chiesa ortodossa o colto in momenti di devozione spirituale, oppure, fradicio, ma sempre stoicamente privo di ombrello, alla cerimonia di turno funestata dalla pioggia.

 

 

 

Si rende indispensabile, a questo punto, una piccola considerazione teorica sull’umorismo e sul senso del ridicolo. Per quanto scontato possa sembrare non è inutile ribadire che paesi diversi e culture diverse si rapportano al mondo del riso in maniere assai lontane tra loro. Ciò che fa sbellicare un russo lascerà indifferente un italiano, indispettito un inglese, incredulo un americano. E viceversa. L’errore più madornale che si possa compiere è studiare (o peggio giudicare) le culture altrui basandosi sulle categorie culturali specifiche della propria, ritenendole universali e scontatamente superiori. Le nostre reazioni a questo tipo di immagini (e soprattutto a molte di quelle che seguiranno) si distaccano nettamente da quelle del cittadino medio russo. L’atavico senso di amorevole sottomissione al potere ha influenzato anche il senso del ridicolo e dell’ironia che hanno acquisito valenze e modalità di espressione diverse. Teniamone conto prima di procedere. La mia vuole essere un’indagine, non una messa alla berlina.

Gli occhi di Putin sono stati definiti in mille modi dalla stampa internazionale: freddi, glaciali, perfidi, penetranti, provocanti, sfuggenti ecc. In realtà sono piccoli e sottili, come molti caricaturisti hanno prontamente individuato mettendoli in immediata relazione alla grandezza delle orecchie e alla prominenza del naso.

 

 

Dietro quello sguardo c’è arroganza, strafottenza, sicurezza ma soprattutto, a mio parere, distacco e addirittura sprezzo per quanto e quanti vengono osservati. “Com’avesse il mondo a gran dispitto”. Anche quando stringe mani o dispensa i suoi rari sorrisi. Il tutto grandemente apprezzato dalla popolazione che lo idolatra, molto più di quanto succederebbe per chi ostentasse populismo a oltranza o distribuisse generose e magnanime pacche sulle spalle. Dosare emozioni e sentimenti, calcolarne soprattutto le conseguenze, sembra essere stato un suo principio fondamentale. E si è rivelato vincente. Dalla superiorità nei confronti della città e del mondo quando (suo assoluto capolavoro), per il giuramento presidenziale del 2012, pretese di arrivare al Cremlino solo su una limousine che procedette indisturbata e altezzosa in una Mosca deserta e blindata, fino al lungo red carpet all’interno del Grande Palazzo del Cremlino tra due ali di folla plaudente che lo attendeva in piedi da tempo memorabile. 

 

 

Freddezza e mancanza di scrupoli che dallo sguardo passano ai suoi gesti, alle sue prese di posizione. Dalla drastica soluzione del problema terroriste cecene al teatro Dubrovka (2002) alle recentissime tensioni con la Gran Bretagna. L’Europa è tornata a essergli nemica (sanzioni, stigmatizzazioni, condanne), i suoi oppositori sono spesso da lui bollati e condannati come “agenti stranieri”, ma la convinzione dei russi è che l’Europa (oggi disprezzata) “lo riconoscerà se sarà forte”, come era successo ai suoi due predecessori nel 1574 e nel 1944. 

Concludo con qualche considerazione relativa alla molteplicità dei gadget a lui ispirati e a lui dedicati: la riproducibilità tecnico-elettronica del suo corpo e del suo spirito. Sempre più difficile, per chi russo non sia, capire dove si concluda l’ossequio e inizi la derisione. Ma avevo messo in guardia. 

L’artista dei vip post sovietici, Nikas Safronov, lo aveva effigiato sul modello del ritratto di François I di Jean Clouet.

 

 


Per il suo sessantaduesimo compleanno un artista gli ha dedicato dodici tavole in cui viene raffigurato qual Ercole alle prese con le ben note fatiche.

 

 

Da alcuni mesi è in vendita un profumo, Leaders, ispirato da Vladimir Putin.

 

 

Tra le centinaia di souvenir, che ne confermano l’appartenenza al mondo delle icone politiche universali passibili anche di interpretazioni spiritose (Regina Elisabetta, svariati Papi, Angela Merkel, Trump), ne privilegio una per la sua peculiarità ricca di sotto testi: la statuetta che lo raffigura, immancabilmente a petto nudo, mentre cavalca l’orso russo.

 

 

La scritta che pubblicizza il gadget recita: “L’orso non chiederà permessi a nessuno. L’orso non cederà la sua tajga (foresta). V. Putin”. Fin troppo facile leggere tra le righe e interpretare rimandi neppure troppo reconditi.

E poi magneti per il frigo, mugs, magliette, adesivi, matrëške, berretti, busti, mosaici, fino a un prestigioso Putinphone, smartphone con la sua effigie in rilievo e lo stemma della Russia. Il 2018 ha visto l’apogeo del fenomeno calendari, di ogni foggia e sorta, tutti dedicati a lui, contesi su Amazon.com e Ebay.

 

 

Immancabili, per fortuna, sono le parodie sarcastiche, i meme irrisori o semplicemente graffianti, prontamente vietati sul territorio del Paese ma non per questo meno presenti sui social network e in rete. 

Ironie sul suo machismo da Marlboro Man, sulla sua omofobia, sul suo atteggiamento totalitario, sui metodi troppo disinvolti con cui si sbarazza di avversari pericolosi. Decostruzioni che dichiarano la non appartenenza all’universo di chi in quel discorso crede e si identifica a tutto tondo.

 



 

Non voglio sostenere che queste siano le ragioni che lo hanno portato al famigerato 76% abbondante di consensi. Credo però che questi particolari minori - ripeto: sapientemente e pazientemente coltivati per decenni - siano responsabili al pari di altri più macroscopicamente identificabili, della creazione della piattaforma necessaria per potersi permettere dichiarazioni e prese di posizioni come quelle che il mondo conosce e che gli hanno garantito un sostegno che torna a sfiorare il culto della personalità. Per farsi “perdonare”, in nome della sicurezza statale e del recupero di una grandeur perduta, connivenze con figure corrotte, calpestamento dei diritti umani, espansionismi, demagogie. Categorie che, ancora una volta, hanno valenze e priorità diverse dal continente russo ex sovietico a quello europeo. Il messianismo di antica memoria riprende la sua forza. Se lo zar sarà forte l’Europa lo riconoscerà. A suo modo, lo diceva già Gogol’ nelle sue Anime morte (1842): al passaggio della trojka-Russia “si fanno in là e le cedono il passo gli altri popoli e le altre nazioni”. Mnogaja leta, compagno-zar Volodja!

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