Quella sentinella della memoria in Val Veny

C’è una casermetta in Valle d’Aosta, abbandonata da decenni; la si nota arrivando nei pressi del rifugio Elisabetta, sotto le Pyramides Calcaires, in Val Veny. 

In tanti le passano accanto: escursionisti che si incamminano verso il Col de la Seigne e la Francia, alpinisti che pernottano al rifugio, famiglie in tranquilla passeggiata attraverso la piana del lago Combal. Le cime intorno sono imponenti, l’Aiguilles de Trélatête su tutte. I ghiacciai scendono a valle in pose maestose; il più vicino al rifugio è il Glacier de la Lex Blanche. Nubi vaporose si incagliano sulla guglia aguzza dell’Aiguille Noire.

La scritta “Casermetta Seigne” è ancora visibile. L’interno è desolato: sporcizia di ogni genere, lattine, escrementi di animali. Eppure, nella costruzione adibita a stalla, gli anelli per i muli e le vasche ancora integre evocano vite e abitudini. Si possono immaginare i ragazzi in divisa che la occuparono durante l’ultima guerra, preoccupati per la loro sorte ma sorridenti per età e illusioni. Fare pochi passi tra quelle mura è pericoloso, ma il sentimento che prevale è una gran malinconia, perché quei soldati erano ragazzi pieni di vita e di speranze, e tanti di loro persero la vita durante la Seconda Guerra mondiale. 

Da qui, infatti, passarono molte delle truppe italiane che nel giugno del 1940 attaccarono la Francia. Pochi giorni prima il duce aveva dichiarato lo stato di guerra contro inglesi e francesi: i tedeschi l’avevano dichiarato nove mesi prima, ed erano ormai a un passo da Parigi, e Mussolini pensò di sfruttare il momento difficile dei francesi per invadere la Savoia. 

 

Il lago di Combal sullo sfondo Laiguille des glaciers.


La guerra sul confine italo-francese durò solo quindici giorni, ma costò oltre 600 morti, più di 600 dispersi e 2.600 tra feriti e congelati. Ne scrissero Curzio Malaparte in Il sole è cieco e Mario Rigoni Stern in L’ultima partita a carte e nei primi capitoli di Quota Albania.

Fino a non molti anni fa, sul lato ovest si poteva vedere un forno per il pane, ancora intatto. Poi è crollato. Un’altra casermetta, appena prima del Col de la Seigne, è stata restaurata per essere utilizzata come osservatorio naturalistico; questa invece no, è del tutto abbandonata, un cartello ne annuncia la vendita. 

Gli escursionisti camminano accanto e non vedono, forse per la meraviglia delle montagne intorno oppure per la fretta di sedersi a tavola dentro il rifugio o di proseguire verso il confine.

Per giungere al colle con la casermetta e il rifugio Elisabetta si segue la mulattiera che costeggia la conca del lago Combal, in realtà una piana striata di ruscelli. Nel vicino lago del Miage, si distende l’omonimo ghiacciaio, adagiato verso l’acqua come un vecchio dinosauro stanco. 

Una volta saliti sul colle, si resta sorpresi e ammirati nel vedere il lungo pianoro che porta verso la Francia e che si allunga fino al Col de la Seigne. Da lassù i battaglioni alpini Edolo, Morbegno e Tirano, e un po’ più a nord il battaglione Duca degli Abruzzi, partirono all’attacco delle posizioni e delle batterie francesi, difese dagli chasseurs des Alpes.

 

Il massiccio del Monte Bianco visto dalla salita al Mont Fortin.


Malaparte era lì proprio nei giorni dell’attacco, nel suo romanzo racconta vicende di fantasia, ma in un contesto storico e ambientale fedele alla cronaca degli avvenimenti. Aveva combattuto nella Grande Guerra, ed era già ferocemente disilluso sul futuro di quell’ultima contesa mondiale.

Rigoni Stern invece non aveva ancora vent’anni, di illusioni ne aveva tante; in quei giorni di giugno marciava verso la Francia attraverso le montagne di La Thuile. In Val Veny invece era stato con gli alpini l’anno prima, quando ancora la guerra sembrava un’idea lontana e irreale. E le salite sulle cime, gli accampamenti sotto i cieli stellati della Vallée, sapevano più di avventura che di preparazione militare. Proprio alla bocca del ghiacciaio de la Lex Blanche, il tenente di Rigoni aveva ordinato a tutti i suoi alpini di lavarsi nell’acqua gelata nel tentativo, fallito, di scacciare i pidocchi. 

L’Aiguille de la Trèlatête domina le altre cime intorno; una foto del giugno 1940 ritrae gli alpini accampati nella conca del lago Combal, e le tende del battaglione Verona. Morirono quasi tutti, specie sui fronti albanese e russo. Oggi l’immagine davanti agli occhi è identica, se si accosta una foto recente a quella di allora sembra che il tempo non sia passato. 

 

Laguille de la Trelatete, il ghiacciaio de la lex blanche.


Tra le montagne del fronte italo-francese, oltre ai morti e ai feriti, ci furono anche molti casi di congelamento, a causa del disastroso equipaggiamento dei soldati italiani e dell’insolito maltempo di quel giugno. Le divise erano di panno autarchico grigioverde, ai polpacci anacronistiche strisce dello stesso panno delle divise. Quest’ultime, che fungevano da gambali, se non avvolte con perizia, intralciavano il passo e bloccavano la circolazione. Gli scarponi erano di cuoio scadente e rigido, con una pesante chiodatura, con il freddo gelavano senza rimedio e ferivano i piedi. Solo gli ufficiali e alcuni reparti scelti (il battaglione Cervino) avevano le più adeguate suole in vibram.

In una pubblicazione ufficiale dell’esercito italiano, Le operazioni del giugno 1940 sulle Alpi occidentali, si legge: “…nei reparti erano soldati di classi giovani i quali venivano per la prima volta sottoposti all’azione del fuoco nemico su costoni e pendii interamente battuti, su passaggi obbligati e per di più aspri e difficili, senza possibilità di defilarsi”. Tante inutili morti, a fronte di modeste perdite francesi. Molti giovani soldati perirono in giornate di bufera, con i passi e le montagne avvolti in una grigia nuvolaglia nevosa, altri morirono sotto un cielo azzurro e luminoso, le cime coperte di un bianco morbido e accecante. Strano e terribile andarsene per sempre di fronte alla bellezza eterna e indifferente della natura.

 

Laguille noire de Peuterey vista dalle rovine sottostanti al rifugio Elisabetta.


Sulle battaglie combattute in quell’angolo di Alpi, vale la pena leggere, purtroppo solo in francese, Les carnets du captaine Bulle, di Gil Emprin: la biografia del leggendario savoiardo Jean-Marie Bulle, capitano degli explorateurs-skieurs francesi, eroe della difesa contro gli italiani e poi, ancor più, eroe della Resistenza. Morì nei giorni della liberazione di Parigi: si era recato inerme, a trattare la resa di un presidio tedesco presso Albertville, per evitare altre inutili morti tra i civili. Venne invece imprigionato e poi assassinato. Le vicende del capitano Bulle e dei combattimenti del giugno 1940 sono riportate anche in Eclaireurs-Skieurs au combat, di Jacques Boell. Un capitolo è stato tradotto in italiano e fa parte degli scritti raccolti in La guerra della naia alpina, a cura di Rigoni Stern: “…gli alpini portano l’offensiva: delle compagnie intere, evitando il Col de la Seigne che credevano minato, passano dal versante nord e si concentrano intorno a Les Lanchettes. Alla nostra artiglieria si presenta un facile bersaglio, i colpi cadono in pieno sulle colonne e, malgrado le gravi perdite, gli alpini dilagano senza sosta nella Val des Glaciers.”

 

La caserma Seigne, sullo sfondo Laguille de la Trelatete.


Il miglior modo per l’escursionista di camminare e vedere la Val Veny non è però seguire la mulattiera militare che costeggia la piana del lago Combal e poi sale al rifugio Elisabetta. Consiglio di compiere il giro circolare Arp Vieille desot, Mont Fortin, Colle des Chavannes, Col de la Seigne, rifugio Elisabetta, lago di Combal. Il sentiero è lungo ma il dislivello non è eccessivo, il percorso è molto vario e con ampie vedute sulla catena del Monte Bianco, dall’Aiguilles des Glaciers alle Grandes Jorasses. Le rovine del ricovero militare in cima al Mont Fortin, a 2.755 metri, sono un avamposto tra le nuvole, da lì si vedono tutte le montagne e i ghiacciai della Val Veny ma anche quelle della Val Ferret e, ancora più lontano, il Rutor e il Gran Paradiso. Nel lasciare il Mont Fortin per dirigersi al Colle, invito a camminare il più possibile sulla cresta, così da avere sempre il panorama del Monte Bianco sulla destra; sulla sinistra il paesaggio è comunque affascinante: i prati, i piccoli laghi e le rocce fanno pensare ad una brughiera scozzese. Anche in estate la solitudine è quasi certa, e inspiegabile vista la bellezza dei luoghi: ampi orizzonti, montagne immense, cime innevate, declivi vertiginosi, acque come specchi, appena increspate dal vento. 

 


La grigia casamatta di ferro e cemento sul Colle des Chavannes appare cupa e desolata, ma con un po' di fortuna può capitare di vederne uscire un branco di stambecchi.

Dal Colle poi un sentiero appena visibile, tra sfasciumi, porta in lenta discesa verso il Col de la Seigne, al confine con la Francia. Le montagne francesi sembrano diverse, imponenti ma più dominate dal verde. 

Nel suo libro Malaparte racconta il passaggio degli alpini accanto a una panchina posizionata proprio su quel colle, per il riposo e le vedute dell’escursionista: una presenza surreale tra gli scoppi e le nebbie dei combattimenti di quel giugno. Non lontano da lì, nascoste da un avvallamento, le mura alte e senza più tetto dell’ex ricovero Guedoz, dove Malaparte scrisse buona parte delle pagine di Il sole è cieco

Malaparte nelle sue pagine evidenzia sdegno per le follie della guerra, ma è attento a coprirne le cause con un disinvolto fatalismo. Rigoni Stern, crollate le sue illusioni giovanili di fronte all’orrore del conflitto sui fronti albanese e russo, reagirà in modo netto: dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 pagherà il rifiuto di aderire alla RSI con venti mesi di prigionia nei campi di concentramento tedeschi. E dopo la guerra riverserà i suoi ricordi e la sua indignazione civile nel Sergente nella neve, narrando i fatti come li aveva visti e vissuti, senza commenti: “Perché la verità andava scritta per come era andata veramente, perché l’orrore era nei fatti”.

 

La discesa lungo il Vallon de la Lex Blanche e verso il rifugio Elisabetta è tranquilla, si costeggiano ruscelli, si ammira sulla destra in alto il gran costone che si dipana con continuità dal monte Lechaud.

Durante il ritorno, lo sguardo si sofferma sulla piccola costruzione militare intorno al rifugio, sotto le guglie imponenti delle Pyramides. Presto diventa un puntino lontano, fino a scomparire. Si può salvare dal degrado la casermetta della Val Veny? È in una posizione unica al mondo ed è piena di ricordi: una sentinella della memoria. 

Lungo il tratto finale della mulattiera si scorge una targa della fine del 1975, incassata nel tronco di un albero; era stata affissa dai carabinieri di Courmayeur, che avvisavano della scomparsa di un ventenne cercatore di cristalli, lo descrivevano e chiedevano se qualcuno lo avesse visto. Sparire a vent’anni mentre si cercano pietre luminose? Si passa avanti un po’ turbati. 

Poi i riflessi di luce nell’azzurro dell’acqua, là dove il lago Combal si ricorda di esser stato tale, allontanano i pensieri: il lungo cammino è quasi finito e quel brillio è puro rimpianto.

 

Settembre 1939, accampamento degli alpini in Val Veny presso il ghiacciaio de la lex blanche. La tenda di Rigoni è quella più in alto.


Per saperne di più:

 

Il sole è cieco di Curzio Malaparte uscì a puntate nel 1941, sul settimanale Il tempo, alcuni capitoli furono bloccati dalla censura fascista e mai ritrovati in seguito. Quando, dopo la guerra, il romanzo uscì in volume per l’editore Vallecchi, restò privo di quei capitoli. Ne è disponibile una ristampa negli Oscar Mondatori.

L’ultima partita a carte di Mario Rigoni Stern è stato pubblicato da Einaudi nel 2002. Lo si può leggere anche nella raccolta delle opere dello scrittore edita da Mondatori (Meridiani).

L’ufficio storico dell’esercito italiano pubblicò Le operazioni del giugno 1940 sulle Alpi occidentali

nel 1947. L’opera è stata ripubblicata nel 1994 con la riscrittura di alcune parti e l’integrazione con documenti francesi. 

 

Les carnets du captaine Bulle, di Gil Emprin è stato pubblicato da La fontaine de Siloé, Montmélian, nel 2002. Contiene una prefazione di Mario Rigoni Stern. 

Sulla guerra nel fronte italofrancese può essere utile leggere La guerra dimenticata. Giugno 1940, di Henri Azeau (Mondadori, 1969), il capitolo La battaglia delle Alpi, in Storia d’Italia nella guerra fascista, di Giorgio Bocca (Mondadori 1996) e Attacco a occidente di Mauro Minola (L’arciere, 2005). 

La guerra della naia alpina è una raccolta di testi di Monelli, Jahier, Gadda, Malaparte, e autori francesi e slavi mai pubblicati in Italia. Contiene anche, sotto il titolo Tra fango e tormente, la prima stesura di Quota Albania di Mario Rigoni Stern. Quest’ultimo è anche il curatore del volume e presenta tutti i testi inseriti. Il libro venne pubblicato nel 1967 nelle edizioni Ferro di Milano. Non è stato più ristampato.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!