Raccontare un mondo senza "io"

Di Amitav Ghosh, forse il maggiore scrittore indiano vivente, sono noti in italiano sia i romanzi di ambientazione storica che altri, bellissimi e fuori genere, come Il cromosoma Calcutta, Lo schiavo del manoscritto, Il paese delle maree. I suoi reportage narrativi, di forte valenza politica, sono stati raccolti nel volume Circostanze incendiarie.

  

Il suo ultimo libro, non meno appassionante, si chiama The Great Derangement (La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, tradotto da Anna Nadotti e Norman Gobetti, edito come tutti gli altri da Neri Pozza). È una riflessione ricca di digressioni narrative sui rapporti che intercorrono tra le cosiddette catastrofi ambientali e il nostro concetto di realtà, passando per le relazioni tra la geologia e la letteratura. Vi si pone tra l’altro la domanda non secondaria su come sia stato tracciato il confine tra la fantascienza e la letteratura tradizionale, che ha accentuato la separazione già abissale tra Natura e Cultura. Si addita infine, ed è la parte più affascinante del libro, la responsabilità della distruttività umana nella nostra incapacità di raccontare il mondo al di là dell’ombra gettata dall’umano, dunque la nostra incapacità di raccontare un mondo senza “io”, che sia sacro, animico, animale o tutto questo insieme.

  

In breve, il filo del discorso di Ghosh è il seguente (ed è sorprendentemente convergente con l’analisi del nostro Gianni Celati nel saggio Finzioni occidentali): è proprio “con la fiducia borghese nella regolarità del mondo” – che ha inaugurato e nutrito il genere del novel, consacrando il gusto moderno per la letteratura realista – che “abbiamo raggiunto un livello di assoluta cecità”. L’ironia del romanzo realista è che “le strategie mediante le quali evoca la realtà sono quelle stesse che occultano il reale”. Il concetto di realtà garantito dalla narrativa realista e la visione occidentale del mondo sono tutt’uno, e sono una prigione delle cui crepe sempre più vistose continuiamo a stupirci quando accade qualcosa di inconsueto – un terremoto, un tornado, una crisi economica. Amitav Ghosh, sia chiaro, in questo libro si sofferma solo sulle catastrofi ambientali. 

  

Per esempio: gli insediamenti urbani di Malacca, una delle isole Nicobare, furono devastati dallo tsunami dell’inverno 2004 perché costruiti sulla costa, secondo lo stile occidentale, invece che nell’entroterra, secondo la cultura del luogo. In Italia si potrebbe parlare delle tante esondazioni di fiumi che accadono quasi a ogni pioggia. O, quasi due secoli dopo la Ginestra di Leopardi, delle villette, se non dei condomini, costruiti sulle pendici del Vesuvio, vulcano notoriamente attivo ma considerato come un eterno dormiente.

   

“Ci stiamo schierando sull’orlo di una nuova era in cui gran parte delle nostre abitudini passate, nel pensiero come nella pratica, sono diventate fonte di cecità, e sono un ostacolo nel farci percepire le realtà della nostra situazione attuale. Scrittori, artisti e pensatori stanno ancora lottando in tutto il mondo per trovare i concetti e le idee che consentiranno di impegnarci ad affrontare gli eventi senza precedenti di questa nuova era. Ma scoprire nuovi modi di impegnarsi richiede tempo, che è esattamente ciò che non abbiamo”, mi dice Amitav Ghosh. Si trova per qualche giorno in Italia, e ci siamo incontrati poco prima che andasse al Salone del Libro di Torino.

  

Forse la percezione divenuta famosa alcuni anni fa di una “fine della Storia”, copriva in realtà quella di una “fine delle storie”, la fine della capacità di raccontare ciò che sta fuori dalla sfera dell’umano. Espungendo il fantastico nel romance, il romanzo della realtà (novel) ha espunto dall’orizzonte degli eventi proprio la natura e relegato nell’improbabilità tutti gli eventi che minano la sicurezza e la consuetudine umane. Come i terremoti, i tornado, le esondazioni. 

Dice Ghosh: “Il cambiamento climatico (o quello che alcuni chiamano la nuova epoca geologica dell’antropocene) sfida tutti i nostri presupposti prevalenti – non solo quelli che si riferiscono al funzionamento del mondo che ci circonda, ma anche i nostri modi di pensare la storia e la società. L’Illuminismo europeo ha dato vita ad un’idea di “storia” come movimento in avanti, una progressione continua in direzione della libertà.

  

“Questa concezione teleologica è stata fortemente contraria alle idee pre-moderne di Storia, generalmente di natura ciclica… Il cambiamento climatico pone una sfida molto potente e forse anzi una refutazione delle teleologie moderne e post-illuministe. Penso che l’idea illuminista della storia sia molto difficile da abbandonare – basti considerare per esempio il numero di volte in cui il presidente Obama ha usato la frase “il lato giusto (the right side) della storia”, pur essendo perfettamente chiaro che gli avvenimenti attuali non stessero andando verso nessuna direzione promettente”.

 

Il realismo occidentale iniziò dunque l’occultamento della realtà, fino all’attuale derangement o cecità che ci impedisce di vedere che la terra è inumana. La terra senza più la magia del romance non è più la Terra, e se non sappiamo nemmeno leggerla, figuriamoci raccontarla. Non siamo più capaci di dire e dirci la verità. Ghosh è tra i pochissimi autori contemporanei (un altro, penso, è Murakami) i cui libri sanno conciliare il romance con il novel, il fantastico con la realtà, il probabile con l’improbabile. Il paese delle maree esemplificava queste problematiche: il conflitto tra l’abitare umano e la natura, le foreste di mangrovie abitate dalle tigri, l’acqua dell’oceano che si mescola alle acque dolci della foce del Gange, il comunismo dei poveri, i profughi ambientali e la pianificazione dei governi, la Storia e il soprannaturale, il marxismo e le occupazioni della terra destinate alla sconfitta, in luoghi destinati a scomparire e riapparire. Infine, quell’esperienza non intellettuale, forse addirittura mistica, prossima all’illuminazione, che è il “riconoscimento” – che sia vedere il tornado in azione o “guardare una tigre negli occhi” in una foresta fangosa.

  

 

In La grande cecità Ghosh sembra ritenere davvero che l’unica speranza per rifondare la nostra civiltà e re-indirizzare il nostro destino è immaginare nuovi racconti, nuovi modi di raccontare la vita e il mondo. Che sia questo il senso dell’espressione “raccontar(se)la giusta”? 

Gli chiedo se la perdita del senso della realtà, ingessata nella routine del probabile e del normale corso degli eventi (oggi più che mai smentito dalle cosiddette “catastrofi” naturali), sia anche e soprattutto la perdita di un senso narrativo dell’esistenza.

“La perdita del senso della realtà vissuta ha molto a che fare secondo me con la nostra incapacità di affrontare le forze non-umane, specialmente nella letteratura e nelle arti. La centralità dell’umano della letteratura contemporanea è secondo me non una causa ma un sintomo di un più ampio spostamento culturale. L’umano-centrismo è in gran parte un effetto della ‘modernità’. Per esempio, Moby Dick di Melville non era esclusivamente umano-centrico, come sono invece i romanzi più contemporanei. Ancora oggi le persone che dipendono per la loro vita dall’agricoltura, dalla caccia e dalla pesca devono necessariamente partecipare agli aspetti non umani del loro ambiente, in modo molto più vicino degli abitanti delle città. In altre parole, i processi che alimentano le emissioni di gas a effetto serra nell’atmosfera sembrano renderci ciechi alle conseguenze proprio facendoci focalizzare sempre di più l’attenzione sull’uomo”.

 

Forse, gli chiedo, “la visione coloniale del mondo” cancella la realtà anche creando da anni un eterno presente, un’assenza di futuro (che non sia il futuro di questo presente, cioè una ripetizione), sul modello di una televisione che non viene mai spenta, dove ogni istante cancella l’istante precedente senza conservare nulla?

“È interessante che tu tocchi questo tema. Ieri sera ho avuto il grande piacere e il privilegio di incontrare Giorgio Agamben, di cui ammiro molto il lavoro. Abbiamo avuto una conversazione molto interessante sul “presentismo” dell’attuale momento, e su quanto sia difficile comunicare ai giovani il senso di continuità con il passato. Ha anche fatto un’osservazione che mi ha colpito molto: le visioni del futuro sono sempre proiezioni di potere. Penso che abbia ragione”.

   

L’edizione italiana del libro di Ghosh mostra la parte superiore della grande statua blu del Signore Shiva, Maestro venerabile, semisommersa dalle acque del Gange dopo l’impetuosa travolgente piena della primavera del 2013: la riconosco perché l’ho vista, ero lì, uno dei luoghi sulla terra dove il sacro e la natura, diciamo pure il Divino, si fanno maggiormente sentire. Non posso non chiedere a Ghosh se la visione indiana del mondo (ammesso ve ne sia ancora una che si possa chiamare così) possa offrire all’umanità e alla Terra un’alternativa all’infelicità e alienazioni definitive, nel mondo autodistruttivo e cieco, letteralmente punk (“no future”) dell’Occidente…

  

“Penso che molte civiltà, tra cui la cosiddetta “occidentale”, avessero altre potenzialità, proprio come l’India. Ma l’“Occidente” è stato forse il primo a perdere o sopprimere queste potenzialità, e il resto del mondo lo ha seguito. Oggi c’è poca differenza tra l’India, la Cina e l’Occidente, almeno in materie come il consumismo e la vita materiale in generale. Considera però il romanticismo anche dell’automobile, che è da tempo una caratteristica della vita Americana, connessa col mito del viaggio, della frontiera, della libertà. E che oggi è una caratteristica anche della vita indiana e cinese. Quando ero bambino, l’India guardava al debito e l’indebitamento con orrore, come a una strada verso la rovina definitiva. Oggi in India, come negli Stati Uniti e in Cina, le banche competono tra loro per creare cicli di indebitamento. La vera tragedia dei nostri tempi è che i modelli di desiderio e le idee su ciò che fa una buona vita sono condivise in gran parte del mondo. In questo momento è inutile guardare l’India, la Cina o il Giappone per fornirci modi alternativi di pensiero”.

  

“Mentre ti rispondo – continua Amitav Ghosh – sono seduto in un treno ad alta velocità che sta attraversando una delle parti più industrializzate dell’Italia settentrionale. Attraverso la finestra vedo una superstrada bloccata dal traffico: sto osservando un paesaggio emblematico dell’accelerazione dell’era del combustibile fossile. Sono in viaggio verso una città, Torino, che incarna l’accelerazione dell’Italia del XX secolo: è qui che Fiat ha creato quelle macchine succhia-carbonio che sono divenute il fondamento dell’economia italiana. Quando arriverò a Torino starò in un hotel che si trova effettivamente all’interno dell’antica fabbrica Fiat – e dove si tiene anche la fiera del libro di Torino… L’ironia fiorisce nell’ironia”.

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