Leo Lionni. L'illustratore di molti mondi

Il racconto autobiografico della vita di Leo Lionni, pubblicata nel 1997 per Knopf e finalmente anche in italiano per i tipi di Donzelli, inizia sin dal titolo: Tra i miei mondi. Anzi, il titolo la racchiude in pieno, la vita ricca e sfaccettata del padre di Piccolo blu e piccolo giallo – e artista, e scultore, e art director, e direttore di riviste, e infine, nella sua identità più nota, scrittore per l’infanzia. Una vita tra, sulla soglia, affacciato sul confine di mondi tra i quali non poteva fare a meno di creare connessioni e che alla fine sentiva come suoi, pur con la certezza di non appartenere davvero a nessuno: mondi geografici – la Amsterdam della borghesia ebrea, l’Italia fascista e resistente, l’America di Madison Avenue – e mondi di immaginazione – la pittura, la grafica, il design, l’illustrazione, l’editoria.

 

 

Lionni nasce nel 1910 ad Amsterdam da un tagliatore di diamanti e da una cantante d’opera, con un cognome spagnolo, o forse portoghese, che in Italia suonava facilmente italiano: il primo, involontario, dei suoi travestimenti. La famiglia è una di quelle della buona borghesia ebrea, con una ragguardevole disponibilità di mezzi economici e il gusto sufficiente per poterli utilizzare in cose belle. E Lionni è bravissimo a riandare con la memoria a un mondo d’infanzia che descrive per dettagli e per sensazioni: i piccoli animali allevati in camera, nei terrari che si era costruito a fianco del tavolo da disegno; la mano sicura dello zio Piet, disegnatore e architetto, sulla carta; le vibrazioni dei colori e i pigmenti che componevano, ai suoi occhi, le tele che amava – gli Chagall, i Klee e i Kandinsky che un lungimirante zio collezionista aveva messo insieme quando la pittura moderna costava ancora ben poco. Lionni guarda, osserva, e si nutre di quello che vede (annoterà, molte pagine dopo, di ricordare ancora così bene, settant’anni dopo, le sfumature dei quadri amati da bambino da poterli ripercorrere particolare per particolare, a memoria).

 

«[…] non c’è da meravigliarsi se, quando mi chiedevano che cosa volevo essere da grande, la risposta era sempre, senza esitazione, “un artista”. Per me, Arte era una parola generosa, che includeva pittura, scultura, canto, suonare il pianoforte, e ora architettura. E artisti erano Le Fauconnier, zio Piet, mia Madre, Van Gogh, Rembrandt, Mondrian, Berlage, Chagall, la persona che aveva dipinto il calendario appeso nella cucina di Oma [nonna, in olandese] Grossouw e i copisti al Rijksmuseum».

 

È con questo pantheon di artisti e con un profilo, sin da giovanissimo, di touche-à-tout, che nel 1925, al momento del trasferimento dei Lionni a Genova dopo Amsterdam, Bruxelles e Filadelfia, il giovane Leo si preparava a imparare la sua quinta lingua e a iniziare la sua avventura italiana, culminata con l’incontro con quella che sarebbe poi stata la compagna della sua vita, Nora Maffi, sorella di una compagna di classe e figlia di un medico antifascista, poi dirigente del Pci.

 

Un’avventura che da subito non accetta binari prestabiliti e che ogni volta si apre strade nuove, a ogni occasione. E le occasioni sono tante: dalla collaborazione con «Casabella» alla pittura astratta da “bravo Futurista”, come ebbe a dire di lui Marinetti, al lavoro come art director per la pubblicità, prima a Filadelfia e poi a New York, per grandi aziende come Ford e General Electric, a stretto contatto con gli artisti del tempo (Gropius, Albers, Warhol) fino alle consulenze per l’Olivetti e alla direzione di «Fortune» – e poi, nel 1959, a quello che chiama “lo Spartiacque”, con la maiuscola: la decisione di ricominciare da capo e di trasferirsi in Italia, di nuovo, per dedicarsi completamente alle arti.

 

ph. Man Ray

 

Una raccolta di avvenimenti – tra successi, eventi insperati, incontri e a volte cadute e nuovi percorsi – che è comunque, pur nella sua ricchezza, meno interessante della narrazione che le tesse insieme e che lascia intravedere, in questa molteplicità di esperienze, un filo unico. Una narrazione che parte dalle immagini consegnate ai ricordi di Leo bambino, Leo adolescente e Leo adulto, immagini che portano sullo stesso piano la luce dorata della Amsterdam dell’infanzia e i chiaroscuri di Rembrandt, la voce della madre e l’amore per la musica, i tocchi del Violinista sul tetto di Chagall della collezione dello zio e il ritratto di Nora da giovane e dei figli, Mannie e Paolo.

 

Tutte queste immagini abitano, allo stesso titolo, l’autobiografia dell’Artista Lionni – tutte hanno contribuito a formarlo, tutte finiscono per saldarsi in un’unica figura. Ed ecco che, in questa prospettiva, dal fondo degli occhi che hanno visto e registrato insieme tutto questo, una vita al servizio del racconto diventa l’evoluzione naturale di questo vedere che è capace di incuriosirsi di tutto quello che si può osservare. È così che Lionni, l’inafferrabile, il poliedrico prestato al design, all’architettura, all’illustrazione, alla grafica, alla scultura, trova una sua incrollabile coerenza proprio grazie al racconto autobiografico di sé. Il desiderio di raccontare l’avventura di uno sguardo, il proprio, e di uno stupore che si rinnova sempre diventa così la cifra distintiva di tutto il suo lavoro di creatore di mondi, dai terrari dell’infanzia ai libri per ragazzi.

 

Lionni lo mostra molto bene sovrapponendo, come fossero disegnati fogli di carta velina per osservarne le forme, il Leo bambino e il Leo adulto, più e più volte: «Non molto tempo fa, mi sono reso conto che le dimensioni dei miei libri per bambini sono esattamente quelle dei miei terrari. E ho anche scoperto che i protagonisti delle mie fiabe sono le stesse rane, gli stessi topi, spinarelli, tartarughe, lumache e farfalle che vivevano nella mia stanza più di tre quarti di secolo fa. […] I miei mondi in miniatura, sia quelli di ieri circondati dalle pareti di vetro sia quelli di oggi racchiusi fra copertine di cartone, si somigliano in maniera sorprendente. Gli uni e gli altri sono le alternative ordinate e prevedibili a un universo caotico, ingestibile, terrificante».

 

 

In quest’evoluzione quasi biologica del lavoro di Lionni, che cresce sin dall’infanzia tra i fili d’erba dei terrari, passa per i lavori di grafica, le tele astratte e il progetto della Botanica parallela (libro ma anche serie di sculture e pitture di piante immaginarie e immaginate) e arriva in forme nuove alle pagine dei suoi libri per l’infanzia, altri piccoli mondi recintati e controllabili, proprio questi ultimi sono la massima espressione della sua arte del vedere, a cominciare da quel piccolo miracolo che è Piccolo blu e piccolo giallo.

 

Il miracolo nasce dalla frase più semplice del mondo, «Vi racconto una storia», e dal desiderio di un nonno di far divertire i suoi due nipotini su un treno, sfogliando una rivista. «Staccai la pagina e la feci a pezzettini. I bambini seguirono i preparativi con trepidazione. Presi un pezzo di carta blu e ne feci piccoli dischi. Lo stesso feci poi con i pezzi gialli e verdi. Mi misi la cartella sulle ginocchia a mo’ di tavolino e, con voce profonda, dissi: “Questo è piccolo blu e questo è piccolo giallo”, e intanto disponevo i pezzettini di carta rotondi sul palcoscenico di cuoio. […] I bambini erano ipnotizzati, e notai che anche i passeggeri che sedevano a distanza d’orecchio avevano deposto i loro giornali e ascoltavano con attenzione. […] I bambini applaudirono e a loro si unirono anche alcuni passeggeri».

 

Anni dopo si sarebbero uniti molti altri lettori, a quello stupore, conquistati dall’apertura improvvisa di un varco nel vedere comune, a partire da due pezzi di carta colorata a spasso su un foglio. Così anche in Guizzino, altra favola, altro rovesciamento di prospettiva, altro modo di guardare al mondo – i piccoli pesci che ne fanno uno solo, mentre il piccolo Guizzino dice, e Lionni con lui, «Io sarò l’occhio».

 

 

 

Il libro: Leo Lionni, Tra i miei mondi. Un’autobiografia, Donzelli 2014, pp. XII-362, € 33,00

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