Su Luce D’Eramo, Silone, e diosacos’altro

A sedici anni, durante una brutta influenza, ho scoperto Ignazio Silone. Un prete mi aveva messo in mano incautamente L’avventura d’un povero cristiano e io smisi di essere cattolico. Di colpo. Appena finito il libro. Anche se naturalmente ero già lì lì, e quel libro semplicemente mi raccontava a me stesso, con più chiarezza e legittimandomi. Come fanno i libri che contano nella vita. Mentre scrivevo la tesina per la maturità su Silone – una tesina così ingenua acritica e fanatica che ancora me ne vergogno – Luce D’Eramo pubblicava la sua monumentale e insuperata monografia su Silone. Naturalmente le scrissi. Lei era così incredibile che mi mandò, per posta, in prestito, due libri introvabili, su Silone, libri che io lessi e restituii. Sempre per posta.

 

Non ho voglia di mettere in fila le date, anche se sarebbe facilissimo, preferisco tenere tutto un po’ confuso come in un sogno – perché tale era allora, vivevo quelle vicende come trasognato, nel tempo senza tempo dei miti  – quindi con sbalzi, sovrapposizioni, magari qualche incongruenza temporale. Sta di fatto che Luce D’Eramo – scoprimmo di compiere gli anni lo stesso giorno – Lucetta, anche per me ormai, stroncò con una lettera personale, pedagogica, la mia tesina, ma ne scrisse sulla Fiera Letteraria. Io mandai gli auguri di Natale a Silone, lui mi rispose di suo pugno, io per venti giorni non  capii chi mi avesse scritto poi quando capii ebbi un attacco da fan di quelli tipo che svengono vedendo passare Ligabue a Correggio, andai a parlare con Silone a casa sua in via di Villa Ricotti 36 (passo spesso lì all’angolo di XXI aprile, e non resisto dal buttare gli occhi sul campanello, dove c’è scritto ancora Silone), a due passi dalla casa di Lucetta, in via di Villa Koch 1, lei di qua lui di là da piazza Bologna (400 metri esatti, mi dice oggi google maps). Silone morì, Lucetta mi invitò in qualità di relatore a un convegno internazionale a Roma (ci sono gli Atti), mi venne la febbre alta – e dai – per l’emozione ma in qualche modo riuscii a leggere il mio intervento.

 

Poi un giorno – ma probabilmente era stato prima di questo - Lucetta mi telefona e mi dice: vieni che per il mio rientro nel mondo letterario do una festa di fine anno a casa mia. E io andai. C’erano Moravia, Dario Bellezza, sicuramente Daniella Ambrosino e Giorgio Parisi, e un’altra trentina di personaggi famosissimi ma che io non ricordo, solo perché ero troppo ignorante e troppo alieno e troppo giovane per conoscerli. Stetti tutta la sera silenzioso nel mio angolino, pescato ogni tanto da Corinne Lucas. Lucetta e lei si rivolgevano come se fosse vivo a uno strano ninnolo esposto in una vetrinetta, un cagnolino il cui nome ho ricordato per anni e adesso ho dimenticato, ma sono sicuro un giorno mi tornerà in mente, all’improvviso, e dicevano che era un marziano (poi Luce scriverà Partiranno, il suo romanzo di fantascienza). Sono sempre stato convinto ci credesse davvero, che non fosse affatto un gioco.

 

La mattina dopo mi scusai per la figuraccia e Lucetta mi disse che, al contrario, ero stato un abile stratega: il bel tenebroso che non si concede aveva fatto colpo su più di un imbecille. Dormii a casa di Lucetta, quel capodanno, cioè non dormii, perché quando tutti se ne furono andati lei mi mise in mano il poderoso dattiloscritto di Deviazione (che non era ancora stato pubblicato). Lessi tutto, tutto d’un fiato, fino al mattino di quel primo gennaio senza data perché per me resterà senza data anche se chiunque potrà facilmente scoprire quale anno fosse.

Ammetto. Non capii subito perché quel libro esaltasse tanto Lucetta. Ero ignorante un po’ alieno forse troppo giovane.

 

Mi ricordo lei, però. La passione, la foga con cui ne parlava, io sul divano, lei da quella carrozzella che mi faceva impressione (e intanto mi diceva, e l’avrei vista, che nonostante la carrozzella guidava la macchina, si spostava in aereo, tutto da sola…), una foga che le faceva mangiare le parole, mi diceva: capisci? capisci? non mi sono resa conto per tanti anni, ho dovuto scrivere per capire veramente, capisci? capisci? Per molti anni ho rimosso, poi non ho più potuto, ho ripreso in mano testi scritti allora, li ho fusi in questo romanzo (ma è un romanzo? ancora oggi non lo so), dovevo capire dovevo capire, mi ripeteva in quella notte memorabile (io non capivo quasi nulla, lei mi sopravvalutava), dovevo capire cosa ho dovuto fare per salvarmi. Capire cosa avevo fatto, perché, chi ero, e poi chi ero diventata.

 

E mi raccontava di quel muro – reale e simbolico – che le era crollato addosso a Magonza e le aveva perduto per sempre l’uso delle gambe, e quanti anni ci aveva messo a rileggere la propria storia, le proprie scelte e convinzioni, e lo stupore di se stessa, e della sua vita, la doppia andata e ritorno dai campi di concentramento, tutte le svolte e le giravolte della coscienza. Andare nei lager per scelta prima, per smentirne l’orrore, poi per subirlo, l’orrore, come compassione (“cum-patire”, avrebbe spiegato Silone, “patire con”) ed espiazione.

Deviazione non mi è mai sembrato un gran titolo, per questo grandissimo libro. Ma importa qualcosa, adesso?



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