Ugo Mulas e vitalità del negativo

Nel dicembre del 1970 si apre a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, la mostra “Vitalità del negativo”. L’organizza un giovane curatore, Achille Bonito Oliva, che ha lasciato da poco i panni di artista visivo per trasformarsi in organizzatore di eventi artistici. Insieme a lui, vero deus ex machina dell’intera avventura, è Graziella Lonardi Bontempo, fondatrice degli Incontri internazionali d’Arte. Vi partecipano gli artisti più significativi della neoavanguardia degli anni Sessanta: Agnetti, Anselmo, Angeli, Boetti, Bonalumi, Castellani, Gianni Colombo, Fabro, Fioroni, Kounellis, Lo Savio, Manzoni, Fabio Mauri, Paolini, Pascali, Pisani, Pistoletto, Schifano, Zorio e altri ancora.

 

È la seconda mostra di Bonito Oliva, giovane curatore che sfodera un gran paio di baffi e indossa giacche sportive; la prima è stata a Montepulciano, Amore mio. L’arte italiana è in quegli anni al suo giro di boa in mezzo alla contestazione generale. Sono anni congestionati, convulsi, impulsivi, ribelli, ma pieni di novità. Svolta anche perché è cominciata la “guerriglia” dell’Arte povera, dichiarata dal suo mentore e conduttore, Germano Celant, una stagione che segnerà profondamente sia la direzione di ricerca degli artisti stessi in Italia sia la percezione dell’arte italiana all’estero. Il libro di Celant è del 1969, mentre nel 1980 si apre la mostra curata dal medesimo Celant al Centre Beaubourg di Parigi, Identité italienne, organizzata dagli Incontri Internazionali d’Arte; costituirà il punto di verifica di un’intera stagione.

 

 

Graziella Lonardi, scomparsa da poco a Napoli, aveva pensato di editare un libro, e aveva chiamato un noto fotografo milanese, Ugo Mulas, per documentare con i suoi scatti le stanze e gli artisti. Mulas era all’epoca al culmine della sua carriera; si era già recato a New York a fotografare la pop art americana, seguiva con costanza gli artisti documentando il loro lavoro in modo originale, lavorava per il Piccolo Teatro e altri committenti. Era già qualcosa di più di un fotografo: un artista o, meglio, uno che andava riflettendo sulla fotografia, sul suo linguaggio, sulle sue forme e materie. Tre anni dopo, nel 1973, Mulas muore e il libro, progettato con i suoi committenti romani, resta nel cassetto. Sono trascorsi quarant’anni ed ecco che quel lavoro, ricomposto e mirabilmente curato, esce dai recessi della storia, per apparire davanti ai nostri occhi sotto forma di un libro magnifico, emozionante, straordinario, curato da un giovane critico, Giuliano Sergio, per volontà della Lonardi e dell’Archivio Mulas, che l’hanno accompagnato con un’esposizione napoletana.

 

Non si tratta solo di un libro documentario, da affidare all’archivio della memoria e della testimonianza. Vitalità del negativo (Johan & Levi, pp. 203, euro 55) è sì una riflessione su quella stagione, ma al tempo stesso un’opera che arricchisce gli occhi per lo sguardo originale che Mulas vi ha gettato, fornendoci un’interpretazione visiva, e insieme concettuale, dell’arte italiana della seconda metà del XX secolo. Come scrive Sergio nella prefazione, le avanguardie del periodo spostano il proprio interesse dalle immagini della cultura pop ai sistemi dei mass media; ovvero, prendono atto dello sviluppo dell’elemento comunicativo nell’attività artistica senza tuttavia cedere al sistema della comunicazione di massa.

 

 

 

 

Poiché le scene fotografate da Mulas, vero genio dello spazio artistico, e suo perfetto interprete, sono segnate tutte da una forma di criticità, possiamo oggi cogliere il senso della parola “negativo” che Bonito Oliva aveva posto come segno connotante della mostra: la negazione come critica, che è il modo con cui l’arte allora partecipava al processo di messa in discussione dell’ideologie politiche e sociali dominanti; la vitalità come fine stesso dell’arte. Ma negativo è anche un “oggetto” fotografico su cui Mulas ragiona nell’opera cui lavora alla fine degli anni Sessanta.

 

La copertina del volume appena uscito riporta infatti la stampa a contatto degli scatti realizzati nella stanza di Kounellis, dove un pianista esegue in alcuni momenti della giornata un pezzo modificato del Nabucco al pianoforte; si tratta di 36 scatti che rendono il senso del tempo della musica e anche del tempo fotografico. E questa è anche la terza delle Verifiche di Mulas, in cui riflette sulla capacità del mezzo fotografico di rendere conto del trascorrere del tempo e di essere a sua volta tempo. Le Verifiche sono la più significativa opera di Mulas, uno dei lavori più importanti della fotografia europea, riflessione e azione al tempo stesso.

 

 Le immagini di Vitalità del negativo sono straordinarie per la loro attualità: il modo con cui le opere sono guardate, ma anche il modo con cui i visitatori guardano le opere stesse, e come gli artisti stessi le hanno guardate nel momento in cui hanno allestito lo spazio, in cui sono disposte. L’arte è una scena, e la scena è arte: la scena dell’arte. Un cambio decisivo di paradigma visivo effettuato in quel momento, di cui l’esposizione di Bonito Oliva dà conto e che Mulas manifesta, commenta, restituisce. Con questo libro in mano, testimonianza postuma di un modo prezioso di essere fotografi, possiamo capire molto dell’arte degli anni Settanta, ma anche del modo di guardare il mondo che si è inaugurato in quella stagione e che, almeno in parte, continua ancora oggi.

 

 

 

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