Remo Ceserani. L'ambizione di cambiare le cose

Ricordo, di Remo,  la benevolenza, e quella sua capacità di accordarsi, di entrare in sintonia con gli altri. Ricordo tutti gli incontri a tre, con Pino Fasano, per preparare  il Dizionario dei temi letterari, e per discutere delle voci che via via ci arrivavano dai collaboratori. Ne ricordo la forza di carattere  del tutto dissimulata. Ne ricordo l’intelligenza, anche pratica, davvero fuori dal comune. Ne ricordo, con divertimento – la finimmo a ridere – qualche impuntatura, una in particolare, a proposito della natura traduttiva dei Vangeli (ma non ricordo più quale fosse esattamente il punto). Ne ricordo l’amicizia, della quale ancora lo ringrazio.  Ne ricordo il divertito scetticismo con il quale a volte riconsiderava il lavoro fatto, come, per esempio, capitò una volta, in una presentazione a Bologna de La letteratura nell’età globale (2012, scritto da Remo con Giuliana Benvenuti).

 

Remo, dopo aver ricordato Il materiale e l’immaginario (scritto con Lidia De Federicis), e il Dizionario dei temi letterari,  disse, e poi scrisse, che “quei progetti avevano un elemento in comune, l’ambizione, forse ingenua, di cambiare le cose (nella cultura letteraria, nell’insegnamento universitario, nelle scuole superiori), imprese che avevano un aspetto molto ottimistico, quasi utopico” (Riflessioni sulla letteratura nell’Età globale, a cura di Saverio Vita, Bologna, Aspasia, 2012).

 

Remo includeva, in quella serie di imprese nel segno dell’utopia, anche il tentativo di rifondare gli studi di comparatistica in Italia, e farne un campo di studi diverso da quello consegnatoci dalla tradizione italocentrica – come diceva lui – che faceva della comparatistica letteraria una riserva, nel senso di riserva di caccia, ma anche di riserva indiana, dell’italianistica. Remo vedeva però risultati “molto fragili” e “fallimentari”, e “sconfitte” in questa sua impresa. Quando me lo diceva, e capitava spesso, gli rispondevo di non esagerare. Remo ha davvero fondato la comparatistica “for the time being” (“almeno per ora”), come usava dirmi quando voleva attenuare qualche sua affermazione. Aveva tre lingue, Remo, oltre l’italiano: inglese, tedesco e francese, ma sono certo che leggesse anche lo spagnolo. Abilità non del tutto indifferenti in un paese in cui, come a Remo piaceva ricordare, Auerbach, in visita da Benedetto Croce, si trovò a domandarsi chi mai fosse quel “Legel” del quale  il nostro grand philosophe continuava a parlargli.

 

Remo era convinto che non si potesse capire alcuna situazione culturale se non su di un piano  non nazionale, non europeo, ma almeno occidentale, e, anzi, in proiezione, globale. Tutto questo in un’Italia e un’Europa ‘piccole’, ’circoscritte’, ‘provinciali’, poiché, come ci si diceva spesso, l’italocentrismo, non della cultura, visto che ci stiamo americanizzando, ma degli studi letterari italiani, ha il suo preciso corrispettivo nazionale in Francia, in Spagna, in Germania, in Gran Bretagna, e nelle altre nazioni di una piccola Europa avviata alla frantumazione.

 

Così, io credo, il contributo più importante di Remo, quello più decisivo, e forte, quello che io, come altri, più ammiro, è Raccontare il postmoderno (1997). Remo ha altri libri oltre a quelli citati: Raccontare la letteratura (1990), Il fantastico (1996), Guida allo studio della letteratura (1999), uno stupendo Treni di carta (1993 e 2002), Il testo narrativo (2005), Convergenze (2010), e quel bellissimo libro che è L’occhio della medusa (2011), su fotografia e letteratura (con un appunto autobiografico che deve far capire il valore che aveva quel testo per Remo, e quale ne sia dunque il valore aggiunto per il lettore: il padre  di Remo, Luigi, era fotografo). Tutti libri importanti, ma Raccontare il postmoderno è il libro che più gli ho invidiato, a partire da quell’incipit, che riconosco formidabile, a proposito del 1989 come anno dello ‘swerve’, della svolta, di un mutamento che però Remo vede, e mostra in atto, fin dagli anni Cinquanta: il postmoderno, per l’appunto. Oggi ‘postmoderno’ è caduto in disuso nella rapidità di consumo di parole e concetti che pure era, forse ancora è, insieme a parodie, rifacimenti, adattamenti, gusto rétro, un segno caratteristico della postmodernità. Del resto, a una considerazione più attenta, e a una lettura non distratta del libro di Remo, dobbiamo capire che, in qualsiasi modo noi si chiami il tempo in cui stiamo vivendo, molti dei segni individuati e discussi da Remo sono ancora in atto. Se parte delle scritture di cui Remo si occupa in quel suo libro, soprattutto scritture italiane, ha mostrato la corda, mentre altre scritture sono divenute importanti nell’incedere della massificazione-globalizzazione culturale, rimangono sempre vere e assai concretamente verificabili le categorie che Remo discerne con la chiarezza che gli era solita.

 

Così, silente, Remo continua a porci una questione alla quale non abbiamo risposta: ma dopo il postmodern che c’è? Anzi, è possibile che dopo il postmoderno ci possa essere qualcos’altro?

 

Sono grato a Remo per aver scritto quel libro che andrebbe riletto. Là Remo mostra tutta la stoffa, e tutto l’intuito, di un grande storico della cultura. Ci mancherà. A me, a molti, mancherà soprattutto come amico.

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