Rendere fluido ciò che è cristallizzato

I cinquant'anni dell'Istituto d'arte di Monza

Chissà quanti erano gli istituti d’arte in Italia prima della riforma Gelmini. Centinaia? Di certo erano portatori di solide tradizioni artistiche e artigianali, anche se sempre più sfuocati sembravano gli orizzonti. Forse negli anni Venti, quando ufficialmente sono stati istituiti per “addestrare alla produzione artistica, a seconda delle tradizioni, delle industrie e delle materie prime regionali” descrivevano una maggiore vicinanza al territorio e alle sue specificità produttive. Erano davvero percorsi formativi tra arti (applicate) e mestieri (di nobile lignaggio artigianale). Erano un buon contributo alla formazione di artigiani e professionisti in comparti o distretti come la falegnameria, l’oreficeria, le arti tipografiche, la ceramica, la decorazione, la tessitura via via fino a mestieri più “recenti” come la fotografia o la grafica. Sono però davvero pochi gli istituti che possono vantare una storia scritta e praticata che va oltre il mandato e le finalità formative per marcare un’esperienza di unicità e tenacia sperimentale. E quindi scrivere collettivamente davvero un “libro” e non una modesta monografia autocelebrativa. È quello che ha fatto l’ex Istituto Statale d’arte di Monza (oggi Liceo Artistico della Villa Reale Nanni Valentini), anche per festeggiare i cinquant’anni dalla fondazione, ma soprattutto per ragionare proprio sul senso di tale “unicità”. Del resto il titolo una scuola per il domani (tutto in minuscolo in copertina e frontespizio in stile Bauhaus) getta già una chiara evidenza sugli intenti. Il solido volume (240 pagine) affiancava una mostra omonima svoltasi alla Triennale di Milano tra dicembre 2017 e gennaio 2018, che con misura e lievità enucleava esempi di didattica di alcuni dei maestri passati nella scuola. La conferma tangibile di un modello formativo originale e in perenne fermento. 

 

 

La ressa all’opening della mostra, dove in un clima di rilassata eccitazione si mescolavano generazioni e ruoli, studenti e ex studenti, professori e ex professori, affermati professionisti e futuri professionisti, è già una prima risposta e la personificazione concreta di uno dei temi del libro. L’istituto è stato e vorrà essere un territorio speciale e aperto dove chi insegna e chi apprende sono attori nella sostanza paritetici, nei differenti ruoli, del fare scuola. Il libro documenta infatti questa necessità di pragmatismo e di continua riflessione e ricerca. In un saggio di Salvatore Zingale si cita Barthes “Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui si insegna ciò che non si sa e questo si chiama cercare”. Un cercare che parte ben prima della fondazione dell’Istituto, essendo gli spazi della scuola alla Villa Reale di Monza i medesimi di una “scuola-laboratorio” sorta nel 1922 (che nel 1929 assumerà la denominazione di ISIA – Istituto Superiore per le Industrie Artistiche). Una scuola per le arti e mestieri, ma che si affiancava alle Biennali (poi Triennali) delle Arti decorative ed era aperta a quella ricerca di modernità delle industrie e degli artigiani della Brianza e del mondo professionale di Milano. Una “scuola all’italiana” la definì Gio Ponti, dove insegnanti e allievi “fanno e inventano insieme”. I maestri erano personaggi prestigiosi come Marcello Nizzoli, Arturo Martini, Edoardo Persico, Alessandro Mazzuccotelli, Giuseppe Pagano. E fra gli allievi basti ricordare la triade dei grafici e artisti sardi Costantino Nivola, Giovanni Pintori e Salvatore Fancello a cui si deve gran parte dell’immagine aziendale dell’Olivetti. Chiusa nel 1943, la feconda esperienza dell’ISIA rimase a modello per l’avvio nel 1967 dell’Istituto Statale d’arte di Monza.

 

 

Ma le domande erano cambiate, il tessuto imprenditoriali e la dimensione produttiva della Brianza avevano assunto una rilevanza e un peso economico molto diversi. La domanda formativa chiedeva competenze nuove, capaci di confrontarsi con l’industria, ma anche di tesaurizzare le grandi qualità della progettualità artistica e architettonica della piazza di Milano. La fase espansiva dell’economia vedeva questo distretto, la regione metropolitana milanese, come guida dello sviluppo industriale e Milano come capitale del nord (così titolava un poema di Giancarlo Majorino della fine degli anni cinquanta). Ma vedeva anche i limiti di uno sviluppo, le diseguaglianze sociali, i costi umani e le perversioni occulte della società dei consumi. Tutto ciò non poteva non investire il tema culturale della scuola, di una scuola che puntava a insegnare saperi non solo col distacco teorico, ma col fare, con lo sperimentare, con le pratiche dei laboratori. Come non far propri i temi conflittuali, le lotte sindacali e studentesche, le ideologie e il ribellismo di quegli anni in un progetto didattico, nel come e cosa insegnare.

 


 

Il libro con i testi e i saggi introduttivi di Anty Pansera e Rodolfo Profumo ricostruisce i cinquant’anni di attività della scuola con le risposte del fare, raccontando le pratiche (didattiche e laboratoriali, ma anche di ricerca e sperimentazione) e le presenze degli attori protagonisti, in primo luogo dei vari insiemi di docenti che si sono succeduti. Ne scandaglia i momenti e le difficoltà, i problemi aperti e le soluzioni attuate: dalla occupazione del 1969 alla grande “crescita”, dall’organizzazione ante-litteram sperimentale alla maxi-sperimentazione del ciclo 1977-1994, dalle incombenze dei problemi spaziali (le strutture fisiche ed edilizie) alla caparbia ed espansiva vitalità culturale. “isa! è pericolosa..” o “isa! è decadosa…” declamano cartelli didattici (ma di protesta) in serigrafia e tipografia realizzati dagli studenti dei professori Emilio Frisia e Lino Gerosa nel 1982/83 appropriandosi e canzonando i claim per il lancio pubblicitario della Fiat Uno.

 


 

 

Via, via i rendiconti ci conducono fino alle decadi più recenti dove le nuove tecnologie aprono nuovi ambiti di riflessione e di indirizzo dell’organizzazione didattica a fronte di politiche restrittive nei confronti della scuola pubblica. Gli anni novanta si caratterizzano per la difesa dell’idea di scuola sperimentale come risposta alle richieste di contenimento dei costi della didattica. Il nuovo assetto porta con sé anche la consapevolezza del valore che l’Isa ha sedimentato negli anni, ma anche un lungimirante sguardo verso l’esterno, non più solo il territorio produttivo circostante (profondamente cambiato dagli anni del boom), ma il più ampio sistema della formazione, sempre più in discussione per le riforme della scuola secondaria superiore. L’Isa guarda oltre e accentua collaborazioni con altri organismi e istituzioni formative, proprio a partire dalla consapevolezza di possedere un’idea originale dell’educazione artistica, attuata con una didattica operativa che pone allo studente obiettivi precisi e impegnativi, ma motivandolo e accompagnandolo verso la gratificante soddisfazione di giungere a risultati concreti. Si apre una stagione di incontri e convegni che diffondono i temi e la visione maturati nella scuola come il pensiero visivo (2001), la relazione tra creatività e progetto (2002) e l’educazione con l’arte (2004). Temi purtroppo poco presenti nella riforma del 2010, ma che restano come impianto strutturante della consapevolezza didattica nel passaggio dall’istituto d’arte al liceo artistico.

 


Il libro è anche il racconto dei molti protagonisti che hanno animato le aule e gli spazi presso la Villa Reale di Monza. I loro nomi sono numerosi ed è impossibile citarli tutti, ma certo solo indagando le provenienze e competenze del primo gruppo di insegnanti risulta evidente un ulteriore tassello per comprendere la particolarità della scuola. Per insegnare come, con quali metodi e procedure, sia possibile progettare oggetti, ambienti, comunicazione e relazioni era necessario un insieme di contenuti disciplinari disposti all’apertura, alla sovrapposizione, alla messa in discussione. La scuola come luogo formativo in primo luogo per i docenti e di confronto e interazione fra tipografi e matematici, ebanisti e architetti, sociologi e fotografi, modellisti e filosofi, grafici e letterati, scienziati e designer, storici dell’arte e semiotici, sportivi e tecnici.

 


 

L’architetto Riccardo Orefice insegnava progettazione (dal 1970 al 1994) con alle spalle un’esperienza con Mario Bellini, Italo Lupi e Augusto Morello in quel laboratorio che era l’Ufficio Design della Rinascente e l’acuto lavoro redazionale nella rivista Superfici con Leonardo Fiori, Remo Muratore e Attilio Marcolli. Narciso Silvestrini, studioso di geometria e teorie del colore, e che ben sapeva che il libro dell’universo è “scritto in lingua matematica” (Galilei), proponeva un’approfondita idea del disegno geometrico. “La geometria si colloca al punto di intersezione tra il fisico e il metafisico, tra il reale e il virtuale, il fine didattico della geometria è il controllo della creatività, in altri termini la creatività logica”. Detto questo aveva anche un fiuto superlativo nel trovare trattorie per camionisti dove continuare i discorsi fra colleghi. Per oggi affermati grafici l’Isa è soprattutto la scuola di Michele Provinciali e di AG Fronzoni, due maestri con approcci agli antipodi. Provinciali insegnò all’Isa fino al 1971 poi intraprese una spedizione archeologica in Persia, accompagnato da Ennio Vicario, fotografo, suo assistente e altro pilastro della scuola (1967-1992). Il suo approccio alla progettazione e all’insegnamento era basato su una “poetica dell’oggetto”. Invitava gli studenti a entrare – anche fisicamente – nell’opera alla ricerca di un disvelamento narrativo e performativo.

 

 

Così epica resta la lezione happening svoltasi nel cortile della scuola, dove su lunghi fogli di carta gli studenti erano invitati a improvvisare una grande opera collettiva di action painting. Mentre Fronzoni fu insegnante per oltre vent’anni e immortalò col suo stile l’immagine della scuola. Marchio, cataloghi, manifesti, comunicazione sono segnati dal suo rigore assoluto, minimalista e massimalista. Con la sottrazione e parsimonia del segno puntava a raggiungere il massimo della potenza estetica e comunicativa. Le lezioni di Fronzoni richiedevano agli studenti una rettitudine e una sobrietà di comportamenti, raggiungere la catarsi del segno era un processo di distillazione che in primo luogo chiedeva un rigore estremo dove progetto ed esistenza erano da considerarsi la stessa cosa. Se con Silvestrini si indagava il crinale matematico tra il fisico e il metafisico, con Nanni Valentini, artista e didatta (dal 1969 al 1985) a cui ora è dedicato il liceo, gli studenti potevano incontrare una singolare esperienza di educazione artistica dove compito formativo, pratica estetica e riflessione culturale si fondevano. «Mi piace manipolare la terra, vedere attraverso la tela, bagnare di colore le cose – diceva ai suoi allievi –. Cerco di capire cosa c’è nell’interspazio tra il visibile e il tattile. Forse un desiderio di rendere fluido ciò che è cristallizzato».

 

 

E si potrebbe continuare, quasi all’infinito in questo flusso didattico e sperimentale, con Alfonso Grassi o Massimo Dradi (progettazione grafica), Claudio Ogier o Liliana Curcio o Roberto di Martino (modellistica), Attilio Marcolli o Ugo La Pietra (design, architettura, ambiente), Giuseppe Di Napoli o Antonio Mottolese o Marco Mirzan (educazione visiva), Romano Barboro (laboratorio di grafica), Ennio Vicario o Roberto Maderna (laboratorio di fotografia), Anty Pansera o Lisa Ghianda (storia dell’arte), Salvatore Zingale, o Marco Belpoliti, Mario Porro (storia del pensiero scientifico) o Roberto Casati. E molti altri che il libro ospita con saggi sui temi e gangli teorici affrontati dalla scuola e con un florilegio di testimonianze dove il pathos del ricordo non cancella mai l’istanza dell’“insegnare a vedere” e del “dire e mostrare”. Insomma una buona scuola.


1) AA.VV., una scuola per il futurodall’ISA di Monza al Liceo artistico Nanni Valentini

1967-2017, Mondadori, Milano 2017

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