Ricorda il tuo futuro

L’esperienza ci induce a pensare che passato e futuro siano differenti e che le cause precedano gli effetti. Il passato quindi non possiamo cambiarlo e il futuro è legato allo spazio aperto delle possibilità, all’incertezza, alla sorpresa, o all’azione del destino. Il flusso della memoria universale, però, certe volte giunge a suggestionare le menti degli individui meno anestetizzati con nuovi dubbi, inedite questioni, o ulteriori intuizioni. Parafrasando un frammento del filosofo presocratico Anassimandro immaginiamo che passato e futuro si trasformino l’uno nell’altro secondo necessità “e che si rendano giustizia secondo l’ordine del tempo”.

 

Ma Einstein ci ha insegnato che esistono innumerevoli tempi diversi, uno per ogni punto dello spazio, che le cose evolvono in tempi locali, e che i tempi locali evolvono uno rispetto all’altro, come in una rete di eventi che si influenzano vicendevolmente. Come si fa a creare un archivio utile e credibile quando si è sottoposti a questi spostamenti continui tra molti tempi e spazi diversi?

 

Proviamo anche a pensare come archiviare le zone vuote, quelle indefinibili, e a immaginare che siano accadute o che avverranno. Ci aggiriamo continuamente in un campo delineato tra ipotesi e interpretazioni, verità e falsificazione, tra visibilità e occultamento, tra segretezza e condivisione.

 

L’archivio del futuro sarà costituito solo da ciò che accadrà nella storia e sarà documentato da una testimonianza fotografica, video, da un reportage, da una registrazione audio o da una narrazione? O è possibile intervenire con la tecnologia per ipotizzare cosa potrà accadere in questo flusso continuo e far vedere qualcosa molto tempo prima che accada? Ci saranno sviluppi legati alla fantafotografia di matrice profetica per indirizzare gli eventi, con un’idea di archivio creativo che si comporrà prima che accadano i fatti della storia riconosciuta? Immaginiamo che la cultura occidentale faccia un passo indietro nella progressione evolutiva di stampo scientifico per dare una possibilità anche a un approccio proveniente dalla tradizione di popoli primitivi, da tribù che affidavano il loro futuro alle visioni degli sciamani e dei chiaroveggenti. E chiedendo a uno sciamano di vedere il futuro in anticipo, la persona interrogante che crede alle sue risposte e visioni, in quel momento e nei giorni successivi, può influenzare le sue scelte nel tempo?

 

Questi pensieri e domande giungono mentre mi aggiro nelle stanze di Palazzo da Mosto, che ospitano la interessante sezione “Archivi del futuro” all’interno di Fotografia Europea 2017 (a cura di Diane Dufour, Elio Grazioli e Walter Guadagnini). Soprattutto le opere di David Fathi, Agnés Geoffray e Edmund Clark, sebbene approdino a risultati diversi fra loro, aprono sottilmente alla possibilità di un ulteriore spostamento: modificare la storia del futuro attraverso la documentazione fotografica di qualcosa che non è ancora accaduto. In passato si considerava la fotografia come oggettiva registrazione del reale, impronta fissa e attendibile. Poi la tecnologia ha fatto in modo che ogni fotografia potesse essere manipolata. In ogni caso, soggetta a ogni sorta di manipolazione e di interpretazione in uno spazio di ambivalenze, l’immagine agisce sulla visione. E all’interno aleggiano ulteriori nascondimenti, aperture fantasiose, ambiguità.

 

David Fathi, Untitled, 2016, Manipolazioni dell'artista, immagini originali dal CERN Archive.

 

Proviamo ad andare nella direzione indicata da David Fathi, che con ironia si immagina una biografia inventata di Wolfgang Pauli, il noto scienziato della fisica quantistica. L’artista francese interviene su alcune immagini dell’archivio del Cern scaricate online, le modifica in una maniera molto credibile per creare una nuova narrazione, esponendole poi come fossero fotografie vintage in bianco e nero.

 

David Fathi, Untitled, 2016, Manipolazioni dell'artista, immagini originali dal CERN Archive.

 

Emerge così un senso di straniamento portato dal medium dello humour, che indaga le idee astratte e le domande della scienza attraverso quelle “piccole storie assurde” che hanno preso vita dalle sue manipolazioni sulle fotografie dell’archivio, mostrando i limiti della conoscenza umana. Fathi lavora sulla reinvenzione della realtà, agisce entro uno spazio di confine tra l’empirismo e la metafisica, tra oggettività e incontrollabilità, tra la ricerca rigorosa della scienza e le emozioni, tra l’esplorazione e la conoscenza, tra la sfera privata e quella sociale, in uno stato tra la vita umana e ciò che potrebbe essere altrove.

 

David Fathi, Serie Wolfgang, Sans titre 003, 2016.

 

L’incidente, la mancanza e il fallimento sono messi ironicamente in relazione con l’idea di archivio della scienza, e le certezze degli scienziati controbilanciate dalla leggenda e dalla superstizione. Lo scarto ironico entra nelle scoperte e nelle teorie quantistiche per dare spazio all’“effetto Pauli”, una credenza non scientifica messa in circolazione dagli stessi scienziati, i quali ipotizzavano che la presenza del loro illustre collega portasse sfortuna nel corso degli esperimenti.Fathi stabilisce un parallelo tra l’atto fotografico e l’effetto Pauli, che chiama “effetto osservatore”, lasciando al fruitore la scelta autonoma di capire cosa sia vero e cosa falso nell’immagine, cosa sia scienza e cosa invenzione.

 

David Fathi, série Wolfgang, Untitled, 2016.

 

Anche la serie di fotografie Incidental Gestures è una manipolazione di immagini di archivio. Agnès Geoffray ritocca, falsifica, reinventa l’originale, come un atto di riparazione, per ridonare dignità alle vittime: veste una collaborazionista nuda che fu portata in strada per essere umiliata nel giorno della Liberazione, dona di nuovo un volto a un viso sfigurato, addolcisce e camuffa impiccagioni, come se le persone fossero appoggiate a pali, quasi trasognate.

 

Agnès Geoffray, Libération I-II, 2011, From the 'Incidental Gestures' series Inkjet print on museum paper, diptych


Oppure enfatizza la dimensione drammatica di una scena banale: una donna con la schiena a ponte sembra in stato di trance, nella posizione della isterica, e pare evocare anche la danza estatica e dionisiaca di una menade; il volo nel vuoto di un trapezista, sospeso dinnanzi alla sparizione di una barra ad altalena che non potrà afferrare.

 

Agnès Geoffray, Incidental Gestures, 2011 12. Courtesy Frac Auvergne

 

L’artista francese inventa un revisionismo al contrario, una rilettura, prendendo spunto dalle manipolazioni e dalle censure messe in azione dai regini totalitari: conduce le immagini di archivi precedenti in una nuova realtà. E questa nuova immagine insinua nello spettatore qualcosa che accentua o mitiga il proprio potenziale drammatico. La realtà “altra” proposta da Geoffray in postproduzione pare una via consolatoria, costruttiva e riparatrice: al di là della prima impressione, invece, aleggia qualcosa di terrificante, un ignoto metafisico, costituito proprio dalla ricostruzione di un passato immaginario, un falso ben fatto, che si appropria di immagini della memoria collettiva e rende visibile il sottile confine tra l’incidentale e la volontà di mistificare ciò che è accaduto veramente.

 

Agnès Geoffray, Incidental Gestures, 2011-2012, Variable sizes, Inkjet print on museum photographic paper Courtesy Frac Auvergne

 

L’investigatore antiterrorismo Crofton Black e il fotografo Edmund Clark indagano invece ciò che viene negato agli occhi dell’opinione pubblica, le censure e quello che è rimasto in sospeso, occultato, nelle redazioni delle testimonianze ufficiali. Documentano con fotografie e copie di documenti le trame e le pratiche segrete di detenzione avvenute durante la guerra al terrorismo da parte della CIA statunitense dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, le indagini che seguirono. Per cinque anni cercano i siti legati al programma di relazioni governative desecretate. Dopo aver trovato documenti di transazioni commerciali che provano l’esistenza di una rete mondiale di prigioni segrete, fatture, contratti, Clark produce un lavoro fotografico sui luoghi di detenzione segreti, sulle strutture logistiche dove la gente fu imprigionata, per ricostruire la comparsa della scomparsa. La serie di fotografie ‘Negative Publicity: Artefacts of Extraordinary Rendition’ è un tentativo di svelare i meccanismi di controllo dell’informazione nel nostro tempo, ovvero ciò che accade quando qualcuno crea il buio per tenere tutto sotto controllo rimanendo invisibile, con azioni che vanno oltre i confini della legalità, invocando il segreto per la sicurezza nazionale.

 

Edmund Clark, Negative Publicity #021, 2016, Photograph, Copyright Edmund Clark and Crofton BlackCourtesy Flowers Gallery

 

Clark rende visibile la censura attraverso la scelta di celare parzialmente i luoghi dove sono avvenuti i sequestri di persona e le prigioni delle detenzioni segrete  –  i black sites scelti dalla CIA in varie parti del mondo – con i pixel ingranditi smisuratamente, quasi a evocare l’irruzione formale dell’astrazione americana nata nel periodo della Guerra Fredda, oppure con sfocature, con camuffamenti, dove anche le intere frasi occultate dei documenti evocano forme geometriche nere, o le cancellature rimandano a espedienti stilistici o concettuali praticati dall’arte contemporanea. Come si fa a costituire un archivio di tutto ciò che è stato censurato e nascosto dai poteri forti nel corso della storia? Black e Clark cercano di evidenziare questo problema, ricreando in una maniera molto veritiera quel “sistema nascosto in piena luce”.

 

Edmund Clark, Negative Publicity #043, 2011, Photograph, Copyright Edmund Clark and Crofton BlackCourtesy Flowers Gallery

 

Torno alle domande poste precedentemente. Possiamo ipotizzare l’utilizzo della pre-produzione fotografica nel processo di archiviazione, in prospettiva della memoria di un futuro pre-immaginato? Se si immagina un archivio assoluto, dopo le scoperte quantistiche è necessario già predisporre una documentazione preventiva di ciò che accadrà in futuro. Gli scienziati si chiedono come mai ci ricordiamo solo le cose che ci sono accadute in passato e non quelle che vivremo nel futuro. Ognuno di noi potrebbe già lavorare sul ricordo degli accadimenti personali futuri per migliorare le scelte da decidere in quel flusso che chiamiamo presente? Seguo la teoria della relatività e immagino che il passato e il futuro agiscano gradualmente sullo spazio e sul tempo che stanno tra loro due. Immagino che passato e futuro si attirino con la forza di gravità modificando spazio e tempo attorno a loro, dileguando quel presente, che secondo la scienza quantistica non esiste. Ma questa è un’altra storia, e si sposta di continuo.

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