OdB: un narratore ironico

Ricordo di Oreste Del Buono

Era un vero ragazzino, Oreste, tutto preso dai suoi libri, giornali e fumetti e pieno di patacche su giacca e calzoni. Era un ultras d’altri tempi e se voleva fare uno scherzo a un interista, lui che era stato responsabile del tifo organizzato milanista e che si era fatto cacciare dalla direzione di Playboy pubblicando copertina e intervista a Gianni Rivera in veste di “playmate” con tanto di servizio fotografico sotto la doccia, lo invitava a pranzo da Giannino, il tempio della gastronomia milanista. Frequentava registi, grafici e artisti ma non ricordava mai doveva aveva messo le opere che gli regalavano (conservava un Francis Bacon infilato sotto al letto e il Dino Buzzati non sapeva dov’era finito). Aveva tradotto molti romanzi francesi, inglesi e americani, da Georges Bataille a Benjamin Costant a Oscar Wilde a Desmond Morris ma quelli a cui teneva di più erano Arthur Conan Doyle e Raymond Chandler… fu il primo in Italia a pensare che la distinzione tra “alta” e “bassa” per la letteratura fosse un’idiozia: esistevano buone storie e bravi scrittori, tutto il resto era l’eredità di professori in cerca di un canone critico. Quella di del Buono era una visione pratica della letteratura, mossa dalla curiosità e dalla scoperta di scrittori nuovi e avvincenti, che passò anche attraverso la vicinanza, come narratore, all’utopia del nouveau roman e alle sue procedure di racconto della realtà.

 

Oreste era un uomo piccolo e vitale, nato all’Elba nel 1923, e apparteneva alla generazione di intellettuali che, appena usciti dalla guerra, avevano creduto che dalla cultura potesse nascere una società migliore. Ritornato dal fronte a Milano, dove si era stabilita da tempo la sua famiglia, si trovò naturalmente a condividere scelte e iniziative con altri intellettuali che ambivano a nuovi orizzonti letterari: Elio Vittorini, Marco Valsecchi e Domenico Porzio. Parecchi anni dopo avrebbe aderito anche al Gruppo ’63, ma per i gruppi aveva una strana attrazione, preferiva orbitarci vicino, annusarli ma non essere vincolato a condividere le scelte. Gli piacevano le persone simili a lui: capaci di rivelarsi all’improvviso e di sorprendere con le proprie intuizioni, amava gli outsider. Per dire quanto fiuto avesse per i casi editoriali e quanto amasse evitare i percorsi prevedibili, basterebbe elencare gli autori che lanciò; ecco alcuni esempi a caso: Giorgio Scerbanenco, Susanna Tamaro, Chiappori, Altan, Hugo Pratt, Andrea Pazienza… alcuni di loro avevano già una loro piccola o grande storia, ma lui pensò che con un’adeguata ricollocazione – è il caso di Scerbanenco o Pratt – avrebbero avuto un’attenzione maggiore, sarebbero usciti dal ghetto dei generi rimanendo popolari ma rispettati per quello che valevano. Arrivò persino a inaugurare i Tascabili Einaudi con l’Odissea facendone un grande successo di vendita (nessuno prima di lui aveva pensato che una versione autorevole ed economica di Omero sarebbe stata preferita sia da chi a scuola lo studiava che da chi aveva finito e nostalgicamente voleva ridarci un’occhiata), per poi proseguire a breve distanza con Gino e Michele e la loro antologia Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano.

 

Era un uomo fumantino, rapido nelle dimissioni, diceva di averle rassegnate più di cento volte, non amava le costrizioni. E nella sua vita ha lavorato per tutti i maggiori editori italiani, arrivando negli anni Ottanta al paradosso di dividersi mezza giornata a Rizzoli e l’altra in redazione a Mondadori, a dirigere il Giallo. Non nascondeva però che il suo editore preferito era Rizzoli, forse per il carattere estroverso di Angelo, uomo bonario fattosi dal nulla (era un orfano cresciuto al collegio dei Martinitt), che produceva cultura sia con l’editoria che con il cinema. Diffidava di altri, il Mondadori fin troppo ambiguo nel Ventennio e di Einaudi, troppo integralista, snob e sabaudo per i suoi gusti. A Oreste del Buono piaceva la materia grezza, sentirsi plasmatore, creativo anche quando non scriveva e non sapeva resistere alla provocazione dell’inamidato mondo delle patrie lettere, operazione che culminava con le missive e gli articoli contro di lui che conservava in tasca per poi leggerli quando incontrava qualcuno dell’ambiente.

 

Prestò la sua autorevolezza di uomo di editoria e noto giornalista ai generi letterari e al linguaggio del fumetto, facendoli crescere in consapevolezza sia nella mente degli autori che in quella dei lettori. Linus, rivista che aveva contribuito a ideare nel 1965, sotto la sua direzione dal 1972 al 1981 diventò un punto di riferimento per una sinistra italiana non rappresentata in parlamento, una massa indefinita che comprendeva quelli del PCI e i gruppi extraparlamentari e coinvolgendo anche alcuni ambiti cattolici… I fumetti si incontravano con la satira e con le riflessioni politiche contenute nell’inserto L’Uno, diventando uno strumento di crescita politica e culturale per un’intera generazione. C’è da chiederci cosa sia stato di quei lettori che oggi hanno più di cinquant’anni, visto che il giornale aveva dati di vendita oltre alle centomila copie che come diffusione, visto lo stile di lettura del periodo, andavano moltiplicati per dieci, ma sicuramente del Buono avrebbe oggi qualche buona idea per recuperarli con un nuovo progetto. Linus raccontò per primo il ’77 grazie anche ai fumetti di Andrea Pazienza, riscoprì autori fino ad allora relegati ai periodici per ragazzi, come Hugo Pratt, Dino Battaglia, Attilio Micheluzzi e Sergio Toppi e fu merito di OdB – così firmava i suoi editoriali – se un grafico raffinato come Guido Crepax diventò un altrettanto raffinato narratore per immagini; promosse la Nouvelle Vague fantascientifica della “bande dessinée” francese dai “Metal Hurlant” Moebius, Druillet e soci, i cosidetti “umanoidi”, fino agli irriducibili Claire Bretecher, Lauzier e Reiser; introdusse l’underground americano da Robert Crumb a Richard Corben e per evitare di fare un elenco di nomi e di meriti basti dire che fu persino il primo a pubblicare i supereroi Marvel in Italia, con un episodio di “Fantastic Four”.

 

I Peanuts sono sempre stato il riferimento ideale di OdB, che diceva, con orgoglio e malinconia, di sentirsi Charlie Brown. Una mattina negli ultimi anni, andandolo a trovare a Milano, lo trovai in redazione a Linus (a cui era tornato nel 1995), non era riuscito a uscire di lì, era rimasto tutta la notte a rimuginare dentro la sua stanza e non sapeva neanche lui di cosa. Aveva gli occhi cisposi e lo sguardo perso, il sorriso appeso di chi sorride perché non c’è altro da fare. Era vero, piccolo e interdetto, assomigliava proprio a Charlie Brown.

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