Romeo brucia (per) Giulietta

D’amore si brucia, s’impazzisce, come testimonia già Saffo. Un romanzo di Gabriele D’Annunzio pubblicato nel 1900 si intitola Il fuoco: non riscuote particolare fortuna, ma è noto per aver trattato la storia appassionata dello stesso vate con Eleonora Duse. Il protagonista si chiama Stelio Effreni, da “Ex frenis”, “senza freni”; e lei, Foscarina, ne «era attratta da un amore e da un terrore senza limiti». Amore e terrore? Dopo 10 anni D’Annunzio scrive Forse che sì forse che no, dove le commare si raccontano una tragedia che ha per protagonista il fuoco. Novella chiede: «Non conosci il fatto di Fondi, Vana?».

 

– Il pastore feroce aveva ventidue anni – disse Novella. – La vittima ne aveva ventuno. Si chiamava Driade. – Che nome strano! – Era bellissima e intrepida. Immagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d’una rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri. Non passava giorno ch’egli non la perseguitasse e non la minacciasse. – Era un ossesso d’amore. (…) Allora il pastore nella notte chiamò a gran voce l’amata. “Driade, svegliati! Sono io. Fuoco per fuoco!” – E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna. – Fu un attimo, tutto arse, tutto fu una sola vampa. – E il pastore cantò! – Si mise a cantare una canzone d’amore, una disperata, e a saltare intorno al rogo ardente, mentre veniva per la macchia troppo tardi il soccorso. – Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia, riconosceva il grido della giovine contro la porta sbarrata; e rispondeva col canto. – Poi cantò al rugghio delle fiamme, perché nessuno più pianse, nessuno più gridò. Le quattro vittime caddero ai piedi della porta e ci restarono, a incarbonirsi, in un mucchio.

 

Il fatto raccontato da D’Annunzio è reale e sale alle cronache nazionali il 20 agosto di 110 anni fa, quando la storia d’amore tra il pastore e la bella giovane sfocia in disgrazia. Amore e terrore. Fondi è un paese di pastori e agricoltori della “Ciociaria di mare”. Il racconto dannunziano è certamente più poetico del nudo accadimento, ma tutta la vicenda sembra tanto surreale quanto odierna. L’uomo è reo di sei omicidi, ma riesce a fuggire: latita per 21 anni. Eppure non è “solo” un delinquente latitante: è un uomo con una nuova identità che si unisce a una donna da cui ha quattro figli, come riporta da “La Stampa” nel 1930. 

Quarant’anni dopo D’Annunzio, un altro poeta si affaccia su questa vicenda che tutti vorrebbero dimenticare. È Libero de Libero, che di Fondi è nativo e deve aver sempre sentito parlare di quella storia, tramandata in principio tra commare, commentando la bellezza invidiata di lei e il “fuocammore” di lui. Nel 1920 Sigmund Freud pubblica il saggio Al di là del principio di piacere dove le pulsioni di “Eros” e “Thanatos” dominano le dinamiche umane. Eppure l’indagine più profonda la compie proprio un poeta. De Libero pubblica Amore e morte per Garzanti nel 1951 e contemporaneamente annota nel diario Borrador le pene della stesura, lo scandaglio psicologico:

 

Dalle radici tanto lei che lui dovettero succhiare un veleno che non poteva non far da sedimento all'amore che li costrinse a cercarsi, quasi per vendicarsi. C'è un poco dell'uno nel carattere dell'altra: un languore femmineo in lui, una collera virile in lei. Il contrasto genera inquietudine e repugnanza, la rissa costante, una crudeltà senza limite. Infine lei, pur amandolo, sfoga su di lui il corruccio antico dei suoi genitori verso i genitori del giovane; infine lui avrebbe il potere di domarla, ma vi rinuncia per esercitare contro di lei un cruccio più segreto, indecifrabile. Il veleno è dunque il male delle loro radici. La pianta è bella, è fiorente, ma il frutto ha il baco nascendo. È questo il nodo da sciogliere, il luogo da scavare senza pietà.

 

I due giovani sono «infelice Giulietta e infelice Romeo», ma «l’amore non aveva un balcone per essi». In quegli anni il romanzo era stato definito un moderno Promessi Sposi dal critico Emilio Cecchi, ma è un giudizio affrettato, superficiale. De Libero è molto più vicino a Shakespeare che a Manzoni; quest’ultimo era infatti più concentrato sulla lingua, sulla trama e sul romanzo storico che sui tumulti d’amore. Ungaretti ha tradotto a suo modo uno dei sonetti shakespeariani, il CXLIV, che ben s’adatta alla vicenda deliberiana:

 

 


Ho per disperazione e per conforto due amori, | due spiriti, e di continuo m’ispirano: | è l’angelo migliore, un uomo leale e in tutto perfetto, | lo spirito peggiore è d’una donna di malatinta. | Per precipitarmi in inferno, il mio demonio femmina | l’angelo buono dal mio lato tenta d’allontanare, | e vorrebbe la santità intaccarne, e ridurlo a demonio | con immondo calore insidiandone la purezza. | E ch’essa abbia in demonio tramutato l’angelo mio, | non posso per diretta scienza dirlo, ma solo arguirlo; | scambiandosi quei due amicizia, da me lontani, | l’angelità dell’uno congetturo bruci nell’inferno dell’altra: | bene non lo saprò e vivrò nel dubbio, | finché l’angelo mio cattivo dal suo fuoco il mio buono non espella.

 

In Amore e morte la bella Driade è Assunta, il pastore Antonio. Driade era il nome di una ninfa legata alla quercia, albero da cui si discostava per amare i mortali e danzare in mezzo a loro. Ma nella realtà lei non è che una cavalla indomabile, con una criniera che riluce sotto il sole agostano, distinguendola dalle altre. Lui è un pastore «forastico», uomo rozzo fulminato dalla cavalla cui salta in groppa senza sella per dominarla. De Libero non giudica questa storia d’amore disperata. Scava, come un archeologo, terra e uomini. La metafora animalesca è sempre accesa per un tempo in cui persone e bestie vivevano insieme: «i genitori di Antonio e di Assunta avevano ereditato dagli avi l’odio reciproco come una bestia di razza»; il padre di lei è una belva che si aggira per casa bestemmiando come grugnendo, mordendosi le mani e sfasciando ogni cosa. 

 

«Antonio e Assunta erano analfabeti anche nell’anima». Si rincorrono, vogliono uscire dai loro istinti ferini attraverso la feritoia dell’amore. «Da un certo giorno cominciarono a sentire nelle vene un tepido fiato e una tenera peluria nelle loro voci, quando si chiamavano; cominciarono a guardarsi di sfuggita e si trovarono cresciuti di statura e belli, e sgomenti dal piacere che provavano a guardarsi. Avevano diciassette anni». Lui «fumava perché non sapeva parlare» e «non pensava, dentro di sé gridava»; sua caratteristica è l’ostinazione, che quando «persegue un fine di amore e un fine di spropositato amore come quello di Antonio, manca di destrezza e di agilità; incapace di un tocco leggero che alla lunga sbriciola anche le pietre, essa trasforma in pietra ciò che tocca». Questo amore è un labirinto, un «territorio inaccessibile». Antonio decide una fuga d’amore, come in Giorni d’amore del regista Giuseppe De Santis. Con lo stesso cineasta de Libero avrebbe dovuto girare un film, Il pastore di Fondi (la sceneggiatura era piaciuta anche a Visconti). Il progetto sfuma. Qualcosa di tragico e grave impedisce il compimento di quell’amore e brucia persino la sua rappresentazione. «Il ratto di Assunta fece scalpore (…). In breve la notizia fu su tutte le bocche, su ogni tavola imbandita per la cena, in ogni stanza da letto; girò nel circolo e nelle case dei signori, nelle bettole e nei caffè; e come la bellezza di Assunta allappava i sensi di giovani e anziani, così la bellezza di Antonio punse di gelosia e di disinganno le tante ragazze e donne che l’avevano desiderato da marito o da amante». Assunta, cocentemente attratta da Antonio, non scappa dalla morsa. Viene la madre a riprenderla, sfotte il giovane che chiede la sua mano. Al ritorno a casa il padre la picchia: Assunta «non piangeva e le sue lacrime vere erano le poche gocce di sangue che le colavano dal naso lentamente macchiandole il seno scoperto».

 

È una madonna vergine che piange sangue. Antonio viene arrestato per tentato rapimento: «Ora la notte poteva dormire, ma per qualche ora vagava nel buio la brace della sua sigaretta, come fosse il suo occhio ardente, irrequieto». Esce dal carcere smagrito, ma più bello e virile. Assunta intanto è costretta dal padre a “fare la conoscenza” di Ernesto, un ricco giovane che vuole sposarla. I due giovani amanti «s’illudevano d’essere usciti dalla loro vicenda che infine pareva esaurita già nelle turbolente premesse; invece essi, riconducendosi in mezzo alla folla, da cui un giorno s’erano tolti, coinvolsero anche la folla, il paesaggio e le cose, non meno responsabili dell’odio che quelli muoveva». E qui de Libero fa sfoggio di tutta la sua maestria. La passione è descritta come una grandissima e variopinta fiera, mercato dove le fiere si vendono e si comprano, come la mano d’Assunta. Amare e armare sono separati da una consonante, Antonio e Assunta dalle “razze”. Questa distanza li infuoca, ne fa una miccia esposta al sole di un territorio rigoglioso e aspro. C’è un’altra mano che li muove: appartiene a un corpo incontrollabile da cui nasciamo.

 

Laggiù s’incontrano le cose più disparate, che di solito nell’universo stanno disposte secondo una regola di clima, allo stesso modo che nell’intimo di Assunta e di Antonio. (…) Laggiù il cipresso fa da recinto all’arancio; la palma sconfina tra le capellature dei salici; l’ulivo si contorce attorno all’eucalipto; la vite si strappa dal ficodindia; e tra gli uni e gli altri stanno mescolati pioppi e querce, tutte le specie d’albero da frutto, la specie d’ogni verdura (…). Per essere germoglio di tale natura, la gente non potrebbe essere diversa; generosa e tracotante, taciturna e spaccona; spietata nel far soffrire gli altri non lo è di meno nel far soffrire sé stessa; prontissima all’ira, nella sua rara allegria resta tanto di quell’ira che è una malinconica ira, e impedisce la piena del riso. I fiumicelli perenni che irrorano ogni zolla, talvolta ristagnano fomentando la malaria, allora la febbre inasprisce il sangue alla gente, e i suoi pensieri diventano pesanti, crudeli le passioni, i desideri struggenti. Spesso la Morte viene laggiù da giustiziera, e non da consolatrice degli afflitti. Quella gente ha una concezione impietosa della vita e dell’amore, e gli scioglimenti di quegli intrighi sono così assurdi. Di questa razza erano Assunta e Antonio, i loro parenti, gli amici, i nemici.

 

Qualcuno stuzzica Antonio: «Quel povero cavallo corre dietro la cavallina pazza e si prende le frustate …». Una delle scene memorabili è il “fidanzamento pubblico” in spiaggia, sotto gli occhi di tanti compaesani, ma soprattutto del narratore e di Antonio che osservano il «circo equestre» al cui interno «da quegli sguardi e parole Assunta venne scovata nel suo nascondiglio, spogliata e dilaniata, e l’avrebbero bruciata viva come usavano i quacqueri con le streghe». La giovane dalla celebre treccia non vuole sposarsi. «Pareva che sino a quel momento lei non avesse avuto che un solo scopo a vivere, che una sola impresa da compiere: lottare contro Antonio, come se le due famiglie nemiche avessero scelto e mandato in campo i loro campioni più forti. Ma a vittoria avvenuta, Assunta non s’era sentita né paga né deserta, quasi la dominasse un altro scopo: lottare contro se stessa, che amava Antonio e altro uomo non poteva amare». Riecheggia il mito di Pentesilea, la splendida Amazzone che si scontra a cavallo con Achille. L’eroe omerico se ne innamora perdutamente, ma solo dopo averle tolto l’armatura, una volta sconfitta ed esanime. Achille la possiede da morta. 

 

«O mia o di nessuno…», ripete Antonio. L’ordigno è pronto: una miscela di folla, follia, passione, razze e razzìe. La miccia s’accende davanti alla capanna in cui Assunta sta con la vecchia zia. «Era la prima volta, da quando non erano più ragazzi che Antonio chiamava il nome di lei; non aveva più chiamato Assunta, non era abituato a chiamarla con nessun nome, non aveva più pensato il nome di lei, e una volta che gli era venuto alle labbra, lo implorava: “Assunta, esci …”». Il fuoco divora l’amore. Le fiamme dividono i due giovani amanti come chi si guarda da una riva all’altra dell’inferno in cui altri li hanno gettati. D’Annunzio è certo «che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri, si metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino».

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