Roth non esce di scena

Sovversione. È questa la prima parola che mi viene in mente se penso alla scrittura di Philip Roth, attraverso i suoi libri ha invertito l’ordine prestabilito delle cose, riducendo a brandelli il sogno americano, dimostrandone l’impossibilità, partendo dalle relazioni di coppia, dalla famiglia. La morale e il finto perbenismo che accompagnano la tradizione nordamericana sono stati smontati da Roth, punto per punto, convinzione per convinzione, falsità per falsità. Ogni romanzo che ho letto e amato tra i suoi, e l’elenco è molto lungo, mi ha mostrato una nuova prospettiva: storica o privata, del singolo o collettiva. Tra i sinonimi del verbo sovvertire c’è anche rovesciare che rende ancora meglio l’idea che mi sono fatto della capacità di osservare e quindi di scrivere di Philip Roth. Uno scrittore, anche molto bravo, per fare un esempio, di un tappeto ti mostrerebbe la superficie e la polvere nascosta sotto; Roth da subito ti fa guardare il retro del tappeto, lì dietro, tra il tessuto e la polvere, c’è il posto in cui stanno davvero nascoste le cose, quelle che nessuno conosce, quelle che si danno per scontate, quelle che a nessuno conviene mostrare. A sollevare il tappeto e a spazzare la polvere ci arrivano tutti, il retro non lo guarda nessuno. Questa operazione Roth la congegna frase dopo frase.

 

«Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone; un tacchino colossale che le sazia tutte. Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro. È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.»

 

Il Ringraziamento è il mezzo, la festa statunitense per eccellenza, quella a cui nessun americano si sottrae, che gli piaccia o meno, è la grande moratoria. Il giorno in cui la grande finzione individuale si fa collettiva, una preghiera recitata a sorrisi aperti per un giorno intero. La mia copia di Pastorale americana (Einaudi, trad. Vincenzo Mantovani) presenta un errore di stampa. Avrei potuto tornare in libreria al tempo e farmela sostituire con un’altra copia, ma non l’ho fatto. Da pagina 316 a pagina 362, il libro è stampato al contrario, per andare a leggere la pagina 317 dovetti voltare il romanzo, andare avanti di 46 pagine e leggere a ritroso fino alla 362. Finito il romanzo ho sempre considerato questa errata impaginazione come un segno del destino. L’ordine sovvertito delle pagine corrisponde idealmente all’ordine che sovverte Roth nelle storie che racconta. 

 

Roth racconta il modo in cui cadiamo, che è diverso dal raccontare la caduta. Il fallimento della società contemporanea è evidente a Roth, lo è stato fin dai suoi primi romanzi, ed è per questo che gli è sempre interessato mostrare la maniera in cui quel fallimento si realizza. Si realizza attraverso il desiderio e il sesso, nella loro rappresentazione e ricerca spasmodica, nella precarietà dei rapporti di coppia. Si realizza nei destini segnati delle famiglie, con un piede dentro la perfezione e l’altro sull’orlo del precipizio, quasi sempre vince il precipizio. Si realizza con lo scandalo, come in La macchia umana (Einaudi, trad. Vincenzo Mantovani). Il segreto che il professor Coleman mantiene per cinquant’anni si rivela per una parola detta per sbaglio, scatenando una vera e propria caccia alle streghe, uno scandalo appunto, una vita fatta a pezzi. Roth attacca il perbenismo del ceto medio americano e il mondo di Coleman crolla, senza pietà.

«La crudeltà è camuffata da “autostima” perduta. Anche Hitler mancava di autostima. Era il suo problema».

 

Si realizza con la reinvenzione della storia di Complotto contro l’America (Einaudi, trad. Vincenzo Mantovani), in cui Roth immaginò un’America apparentemente neutrale ma invece alleata dei nazisti. Si realizza nel decadimento del corpo, per malattia o per vecchiaia.  Esemplare da questo punto di vista è Everyman (Einaudi, trad. Vincenzo Mantovani), che comincia con il funerale del protagonista e che mostra la morte come richiamo per tutti. La morte degli amici di una vita, dei compagni di lavoro, e il deterioramento del proprio corpo per l’abbinamento vecchiaia/malattia, sono i segnali che ci riguardano tutti, everyman, appunto. Siamo noi, saremo quell’uomo, siamo Roth che così si vedeva, così si stava vedendo. Disse a proposito di questo romanzo che nel periodo in cui lo scrisse provava un dolore profondo che trasferì poi in un personaggio femminile.

 

«Sarebbe stato diverso, si chiedeva, se io fossi stato diverso e avessi agito diversamente? Sarei stato meno solo di quanto lo sia oggi? Certamente! Ma questo è ciò che ho fatto! Ho settantun anni. Questo è l’uomo che ho creato. Questo è ciò che ho fatto per diventare quello che sono, e non c’è altro da dire!».

 

No, non c’è altro da dire, lo sa bene Roth e lo sa il lettore.

 

 

Roth e DeLillo sono, secondo me, tra i più grandi scrittori di sempre, entrambi hanno intuito in anticipo il mutare del contesto sociale. A DeLillo è servita spesso la costruzione di un mondo ipotetico per descrivere il baratro del presente, a Roth sono bastati quasi sempre un college, una casa, due corpi, ma la grandezza è pari.

 

«Io non sono più molte cose che una volta ero, e non sono più capace di fare una quantità di cose che una volta facevo. A ottantaquattro anni, smettere diventa un modo di vivere. Delle cose che non ho più, faccio a meno.»

 

La frase è tratta da un’intervista concessa a Livia Manera per "La Lettura", fa desiderare di invecchiare con la medesima capacità di analisi, di visione. Non c’è nostalgia in queste parole, c’è la consapevolezza di chi molto ha scritto e ha detto con i libri, il resto è questo starsene da parte fino alla fine, una cosa che non ci riguarda più. Ci interessa, invece, leggere e rileggere i suoi libri, ritrovare quel passo colto, la profonda ironia, le sue ossessioni, il potere dissacrante della frase perfetta e cattiva, il baratro della realtà, l’inevitabilità dell’infelicità («Chi cerca la felicità in narrativa deve andare a cercarla altrove»).

 

Ci interessa rimanere innamorati della lingua che ha usato, un meccanismo perfetto e insondabile che negli anni ci è stato restituito intatto dai suoi traduttori.

 

Roth è stato immenso, che non abbia vinto il Nobel è un dettaglio trascurabile, ed è peggio per il Nobel che per lui.

 

Roth mi accompagna da trent’anni nella vita di lettore, che sia morto è un dispiacere che durerà qualche ora, il tempo di tornare a casa e accostarsi allo scaffale dove stanno i suoi libri, tirarne fuori uno a caso, leggere un incipit, come quello di Lamento di Portnoy (Einaudi, trad. Roberto Sonaglia), che è un capolavoro di scrittura, forse superiore a Pastorale americana.

 

«Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell'ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l'avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre un sollievo non averla sorpresa nell'atto dell'incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l'avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all'età di cinque anni. Credo addirittura di aver temuto che, qualora l'avessi vista rientrare in volo da scuola attraverso la finestra della camera o materializzarsi nel grembiule, membro dopo membro, da uno stato d'invisibilità, avrei dovuto per questo morire.»

 

Un breve passaggio di questo articolo viene da una recensione a “Pastorale americana” uscita nel 2014 sul litblog Poetarum Silva.

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