La buona scuola confusa

L’analisi delle tracce della prova scritta d’italiano all’Esame di Stato induce a riflettere sulla confusione che pare regnare negli uffici del MIUR a Roma. Si ha come l’impressione che in quelle stanze  affacciate su Viale Trastevere convivano due comunità separate: la prima, quella dominante, che ci martella da un paio d’anni con la retorica delle competenze e dello sviluppo delle software skills (su cui tornerò); la seconda, cui da tempo rimane giusto il compito di scegliere le tracce d’esame, composta da anime belle, che immagino al lavoro fra vecchie librerie in rovere:  professori vestiti di tweed d’inverno e di lino nella bella stagione, che si confrontano su fonti antiche e moderne mentre sorseggiano drinks  sui tetti di Roma inondati dalla luce dorata del tramonto.

 

 

 

Studenti e docenti costretti a fare i conti – letteralmente – per dieci mesi all’anno con ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini aziendali; istituti avviati a somigliare sempre più a succursali del mondo delle imprese, con uffici di “scuola-lavoro e territorio” intrecciati con la rete delle aziende per offrire servizi stabili di ‘placement’ (ah, quanto piace quel gergo ai dirigenti scolastici), ovvero colloqui finalizzati al collocamento, e per incentivare le software skills di cui sopra, declinate in team building, leadership, project management… In questo delirio (e in altro che vi risparmio) consistono la retorica e la prassi con cui si convive e ci si mangia il fegato nelle scuole superiori italiani negli ultimi anni.

 

Poi arriva la Maturità e cosa trovi nelle tracce d’esame?  Il caro vecchio umanesimo… Le virtù della tradizione letteraria nel saggio di Umberto Eco; il rapporto padre-figlio nelle arti e nella letteratura del Novecento; il nobile assillo implicito nel chiedersi se sia il PIL misura di tutto; il paesaggio italiano modellato da secoli di storia e cultura; l’uomo e l’avventura nello spazio; il 2 giugno 1946 e il voto femminile; il concetto di confine e l’invito alla riflessione sul significato dell’attraversamento delle frontiere. 

Bellissime tracce, in certi casi addirittura ottimi spunti per ragionare sull’attualità, ma come la mettiamo con le quattrocento ore di alternanza scuola-lavoro obbligatorie nel triennio conclusivo degli studi e con lo sviluppo delle competenze di project management? Per non parlare degli studenti dei licei invitati a confrontarsi con gli incroci più problematici della contemporaneità nonostante i propri insegnanti, che in troppe scuole ancora continuano nell’ultimo anno a trattare letteratura e storia come si faceva quaranta anni fa: da Leopardi a Montale e dall’Unità d’Italia alla Seconda Guerra Mondiale… Una cosa la Buona Scuola avrebbe potuto realizzare e non l’ha fatto: indurre una buona volta tutti i docenti delle materie umanistiche al rispetto della normativa, che dal 1998 prescrive per l’ultimo anno dei corsi di studio l’insegnamento del Novecento. Ma, come si è visto, si è preferito “affrontare le sfide  della modernità” in altro modo.

 

Con questi pensieri, mi ritrovo così a tornare dopo qualche anno nella ricca città del Nord, in uno di quei licei che forse i lettori di Doppiozero ricorderanno. A fare i conti con la fatica già raccontata di uscire dai sentieri battuti della linea Verga-Pascoli-D’Annunzio-Svevo-Pirandello, con la logora e familiare segnaletica del fanciullino e dell’esteta un po’ superuomo e dell’inetto e della perdita dell’identità. Con tesine forse meno sprovvedute, perché talvolta (e per fortuna) ancorate a resoconti di vita vissuta, come esperienze di volontariato, viaggi, passioni artistiche o sportive. Ma guai, guai a sollecitare il dialogo sugli snodi storici e culturali degli ultimi cinquant’anni delle nostre vite: lì cade la mannaia impugnata a turno dai membri  interni della commissione: scusi sa, Presidente, ma questi argomenti non erano in programma… E quale scuola, mi chiedo, potrà mai comprendere nel ‘programma’ la necessità di stimolare i nostri studenti a  riflettere sul presente?

 

Devo aggiungere, per finire, che quest’anno mi è toccato presiedere i lavori anche in un liceo linguistico  privato,  un istituto modernissimo, dotato di arredi high tech negli spazi comuni e nelle aule: banchi saldati a comporre ferri di cavallo, per dissuadere i docenti dalla deprecata didattica frontale, armadietti modulari in legno d’abete nei corridoi, distributori di acqua fresca, pannelli appesi sulle pareti con gli imperativi della modernità (Power of Mind, Cooperative Learning, Self Empowerment, e altro che ho rimosso). In questo istituto, che chiameremo eCollege, ho conosciuto per lo più studentesse dal passato complicato, certo di ottima famiglia, ma  talmente fragili da rispondere col pianto dirotto alle domande più innocue dei commissari d’esame. Questa cosa mi ha colpito e un po’ mi preoccupa: non è facile fare esami con lucidità quando un candidato su due balbetta fra le lacrime. Che (finalmente) ci si debba occupare, fra le nuove e indispensabili competenze che fanno impazzire i docenti, anche delle emozioni dei nostri studenti?

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