Salvini, o della provocazione

In una comunicazione malata di attenzione a vincere è la provocazione.

Il campione mondiale di questa strategia, ne abbiamo avuto diverse prove, è ovviamente il presidente americano Donald Trump, capace, con i suoi tweet incendiari contro (e con) Kim Jong-un, di rischiare un’escalation atomica pur di mantenere (o sviare) il centro dell’attenzione. Un altro campione è certamente Matteo Salvini, arrivato a provocare i giudici impegnati sul caso della nave Diciotti chiedendo che se la prendessero con lui. Posto poi, una volta iscritto nel registro degli indagati, gridare alla vergognosa persecuzione nei suoi confronti.

Parlando del Ministro degli interni italiano più che davanti alla trumpiana arma di distrazione di massa pare di trovarsi davanti alla provocatio nella sua più schietta radice latina: ovvero, come ci informa la Treccani, un “invito alla lotta, sfida al combattimento o a un duello” (ma anche, lo si noti perché tornerà utile, “appello a un giudice superiore”). C’è tuttavia un particolare decisivo che ci instrada a distinguere sfida e provocazione e cogliere così il senso dell’agire salviniano. La sfida si rivolge all’altro e mette in gioco l’onore tanto di chi la subisce quanto di chi la lancia perché presuppone un comune quadro valoriale. Salvini invece, nella maggior parte dei casi, non sfida qualcuno, ma mostra ai suoi che sta sfidando il “buon senso” degli altri. O ciò che gli altri ritenevano senso comune: limite etico-politico-comunicativo invalicabile.

 

Non a caso le provocazioni salviniane si muovono su un piano allusivo ed elusivo, senza mai chiamare in causa direttamente gli avversari ma solo rendendoli presenti nel dileggio e nell’indifferenza (qui c’è un’eco di certa comunicazione renziana); senza mai accettare un vero duello, ovvero un confronto ad armi pari (da qui la morte dei “faccia a faccia” televisivi e dei “contraddittori” giornalistici, favorita peraltro dalla possibilità di rivolgersi direttamente al “popolo” attraverso la rete e i social).

Da questa invisibile esclusione di un interlocutore che la pensa diversamente – che ovviamente ben si salda con l’appariscente xenofobia del messaggio in sé e per sé – nasce il sentimento di provocazione della comunicazione di Salvini. Da qui il fastidio che provoca in molti e la perversa soddisfazione che dona ad altri. La provocazione è la sfida senza il riconoscimento dell’avversario. È il monologo del potente. O ancor meglio, un delirio d’onnipotenza per codardi. 

 

Questo tipo di provocazione è perfettamente funzionale alla (legittimazione della) figura del “capitano”. Ovviamente non il capitano della squadra di calcio ma il capitano del battaglione in guerra: quello che salta fuori dalla trincea mentre piovono le granate per dare animo e chiamare al sacrificio i suoi sottoposti. Forse non è un caso che la Lega salviniana ammiri, tanto da allearcisi e da inserirne il nome nella denominazione del gruppo al Senato, quel Partito Sardo d’Azione fondato dal “capitano” Emilio Lussu che di questo spirito fu suprema incarnazione. E che prima di darsi all’antifascismo fu non a caso profondamente attratto dal rivoluzionarismo fascista, dannunziano.

Ma perché dunque saltar fuori dalla trincea? Per spostarla qualche in metro più in là? Sì, ma non nella direzione dell’avversario. 

Come ha fatto notare un altro dei padri della semiotica, Algirdas Greimas, parlando dei meccanismi della sfida, questo genere di azioni comunicative creano il terreno su cui si fondano. Ora, secondo noi la provocazione ha questo di particolare: che fonda, prova a fondare, un terreno radicalmente nuovo. O ancor meglio, sposta il terreno di gioco per cambiare il gioco che definisce il senso del terreno.

Per capirlo dobbiamo seguire ancora Greimas fino a notare che la provocazione non è la sfida di cui lui parlava agli inizi degli anni Ottanta. Riferendosi, fra le altre cose, al tema del riflusso dall’impegno nella Francia degli anni Settanta. 

 

 

È vero, la sfida e la provocazione sono entrambe forme della manipolazione. Ma mentre la prima è un tipo di “costrizione morale”, la provocazione è una costrizione immorale. Mentre la sfida è, seppure in modo paradossale, una “proposta di contratto” fra i due sfidanti e dunque sebbene attraverso un conflitto riconosce un comune quadro dell’onore, un’etica comune, un sistema di valori, la provocazione (tanto più quella allusiva, non dichiarata) mira a rompere il contratto vigente, a ricusare l’etica condivisa, a definire come validi altri valori comunitari.

La sfida infatti gioca a provocare l’altro, a solleticarne l’orgoglio accusandolo di una incompetenza o di una impotenza che si sa già non esserci (si dice “Non credo tu abbia il coraggio…” pensando e sperando che l’altro ce l’abbia e dunque entri nel duello), per poi batterlo. Dunque, per dirla ancora con Greimas, mira a “sostenere il falso per ottenere il vero”. La provocazione invece, potremmo dire noi, “sostiene il vero per ottenere il falso”: Salvini nel suo agire contraddittorio e provocatorio è vero, autentico: o quantomeno così viene riconosciuto da coloro che si specchiano in lui. Il punto è che questa verità viene utilizzata per sostenere valori falsi. O se si preferisce, valori ritenuti inautentici rispetto al quadro valoriale (fino a ieri?) vigente.

 

In tal senso colui che sente la provocazione, che sente il fare di Salvini come provocatorio, oltraggioso, si trova senza armi. Mentre nella sfida il soggetto sfidato è “costretto a rispondere”, e dunque pur perdendo la libertà di scelta ha la possibilità di rifarsi vincendo il duello, nella provocazione allusiva il problema dello sfidato è che il suo simulacro non è mai parte della comunicazione del provocatore, se non come allusione alla figura del perdente: di qui la facilità con cui Salvini si descrive come interprete dei sentimenti di 60 milioni di italiani. Nemmeno Grillo, che pure tuonava “vogliamo il 100%!”, era arrivato a un populismo così “totalitario”, che pone chi gli si oppone nel ruolo de l’ultimo uomo, per dirla con quello che sarebbe dovuto essere il titolo del 1984 di Orwell. La provocazione dunque sta proprio nel comunicare che si può fare a meno dell’altro, nel lasciargli intendere che la sua presenza è superflua, è un piccolo rumore di fondo prossimo a essere cancellato. Niente di più, niente di meno.

 

Apparendo come una sfida ma essendo tutt’altro, cadendo fuori dal gioco sempre giocato, la provocazione provoca prima di tutto non uno scatto d’onore ma uno sbandamento emotivo e un’incertezza cognitiva. Colui che sente la provocazione ma che non viene sfidato non sa cosa rispondere: non sa se deve rispondere. E conseguentemente non sa cosa rispondere. Non a caso molto spesso il suo reagire si risolve nel balbettio inconcludente o nell’imitazione del provocatore, del suoi linguaggio, dei suoi modi. Il che dimostra che il provocatore ha già fondato un nuovo terreno. Che a forza di provocazioni quotidiane, a forza di alludere a pratiche e valori nuovi, ha piano piano spostato il limite fino a trascinare i suoi avversari in quel campo valoriale che fino a ieri era pensato essere fuori dal vissuto comune. O che era addirittura semplicemente impensabile.

 

Ora, se chi subisce la forza semiotica della provocazione entra volente o nolente nel nuovo terreno, chi ci trova sono proprio i provocatori, gli specialisti e padroni del nuovo campo. E che il terreno sia pieno di troll è proprio l’effetto dell’agire provocatorio salviniano. Mentre la sfida è l’atto di incitare l’altro a reagire, la provocazione è l’atto allusivo che serve a incitare i propri a sfidare gli altri. A non aver paura di dichiararsi, agire, affermarsi. Anche a costo di generare i Traini di turno.

Per questo si potrebbe riadattare l’adagio attribuito a Oscar Wilde e dire che non bisogna mai discutere con un troll, o un Traini, perché prima ti trascina al suo livello e poi ti batte con la sua esperienza (in fatto di violenza, verbale o fisica).

 

Se questo può accadere è perché a differenza della sfida, in cui lo sfidante assume su di sé il ruolo di mandante, nella provocazione, lo abbiamo visto, è implicito il richiamarsi a un mandante/giudice superiore: per questo abbiamo detto che la provocazione è da “codardi”, perché non assume su di sé il fare provocatorio ma lascia intendere che la provocazione è sempre messa in pratica per conto di qualcun altro. Enfaticamente, per una giustizia e un bene superiore: ad esempio, la salvezza dell’Italia dall’invasione migrante. Più prosaicamente, per assecondare il sentire del “popolo” di cui il provocatore assume su di sé il dovere della pura espressione. E se prima questo sentire pareva banalmente confinato, per esempio, alla volontà di riconoscimento territoriale – si pensi alle felpe messe giorno per giorno, luogo per luogo – oggi invece a chiedere di essere rappresentata è (sarebbe) una paura densa di risentimento alla ricerca di uno sfogo (dagli esiti imprevedibili). La relazione intima, ammiccante, connivente che l’occhiolino salviniano esprime quando nel tweet segue a frasi dal contenuto letteralmente immondo è quella di un “giustiziere” che chiede una sanzione positiva (i like, la condivisione, il sostegno, l’esposizione pubblica) ai propri “mandanti”.  

 

Se nella sfida lo sfidante metteva in scena il proprio simulacro, nella provocazione il provocatore è un simulacro per i propri. Il corpo nudo di Salvini non è per sé ma è lì, soprattutto, per conto del desiderio dei suoi (ipotetici) ispiratori: un desiderio di superamento del senso di pudore collettivo, desiderio di un corpo quotidiano, anonimo e invisibile, che vorrebbe esporsi così com’è, nella sua bruttezza (morale prima ancora che fisica) e nonostante ciò essere desiderabile e desiderato. Potente.

Se la sfida produceva “brand”, lo intuiva già Greimas, la provocazione è per questi motivi tutta nella logica degli “influencer” che paiono essere simulacri assoluti, puri medium di una influenza che parte da altrove per arrivare altrove. 

Certo, probabilmente dietro queste provocazioni salviniane, ci sono algoritmi come “la Bestia”, al lavoro per tracciare confini conflittuali, reazioni maggioritarie, gradimenti umorali e poter così approfondire il lavoro su conflitti, reazioni e umori: per crearli/assecondarli (il limite è ormai labile, dato che l’aspirazione utopistica della cibernetica di prevedere i comportamenti si risolve nel più realistico lavoro di creare la realtà che si vuole prevedere). Ma queste opacità algoritmiche non avrebbero senso ed efficacia se a incarnarle non ci fosse un vero, splendente, simulacro: ovvero se non ci fosse un autentico provocatore come Salvini, capace proprio perché coerentemente provocatorio di poter essere nuovo pur essendo vecchio, di essere antipolitico pur avendo fatto solo il politico, di essere ipernazionalista pur essendo stato anti-meridionale e anti-italiano, di essere ministro degli interni pur essendo sempre fuori, in giro a infrangere limiti costituiti.

 

Che fare dunque? Rifiutare di giocare il gioco salviniano è necessario ma insufficiente. Probabilmente ciò che serve è la proposta di un altro codice dell’onore. Un codice che non può essere quello già esistente, percepito dai più (anche da chi non ha simpatie per Salvini) come delegittimato o comunque deperito. Insomma, alla provocazione, e al suo linguaggio di violenza, bisognerebbe rispondere con una sfida innovativa proprio in quanto realmente creativa e sinceramente nonviolenta. Ma qui sta il difficile. Come si può intuire la sfida, non essendo cosa da codardi o da conservatori, è sempre prima di tutto una sfida con se stessi, è sfida al cambiamento di se stessi.

Fermiamoci a queste considerazioni molto generali. Probabilmente non è un semiologo sardo indipendentista che può dire agli amici italiani come tirarsi fuori dalla grossa provocazione in cui si trovano immersi.

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