Bassa continua: Ligabue torna sul Po

È iniziato con un racconto dolorante squarciato da bagliori comici e da momenti di disegno espressionista il viaggio nella vita e nelle opere di Antonio Ligabue, il matto, il “naif, il visionario, intrapreso da Mario Perrotta, autore, attore, narratore solista e inventore di spettacoli di gruppo. Perrotta era reduce dal successo di spettacoli come Italiani cincàli, La turnata, Odissea, appassionate ricognizioni personali nella memoria dell’Italia delle migrazioni. Aveva tentato, con buoni esiti, un affondo in lavori più collettivi, osservando cosa è diventato oggi l’individuo nella società, riscrivendo per la scena classici come Il misantropo di Molière, I cavalieri di Aristofane, spostando Bouvard e Pécuchet nell’epoca 2.0. Poi venne Antonio Ligabue. Prima, nel 2013, Un bès, viaggio nell’uomo con pittura dal vivo, in scena. Un racconto solista. Quindi, nel 2014, Pitùr, le opere urlanti o dolci dell’artista riviste attraverso le sue ossessioni, in un “ballo” con altri sette attori. Ora con Bassa continua. Toni sul Po il progetto si chiude là dove è iniziato, tra la Svizzera e le terre di Guastalla, Gualtieri e Reggio Emilia, adagiate sulle rive del Po. Il 24 aprile, al confine elvetico, inizierà uno spettacolo condiviso da moltissimi artisti di discipline diverse, che diventeranno centocinquanta tra il 21 e il 24 maggio nella Bassa reggiana, tra il vecchio manicomio del capoluogo, le piazze, le strade, gli edifici di Gualtieri e Guastalla e gli argini del Po (si può prenotare solo qui). Ci racconta tutto lui, Mario Perrotta.
 

Partiamo dalla tua fascinazione per Antonio Ligabue. Da che cosa nasce?

La sua è una figura di diverso per eccellenza. Quando è arrivato nella Bassa, dalla Svizzera dove era nato, dove era stato abbandonato dai genitori, parlava solo tedesco, era considerato un disagiato mentale, parlava principalmente attraverso i suoi quadri, per immagini. Ho fatto un cortocircuito tra queste sue caratteristiche e una mia fragilità. Il lampo è scoppiato una volta che ero a Gualtieri a fare spettacolo e si parlava di lui. Io aspettavo un bambino in adozione. Sarebbe arrivato dall’Africa centrale. Tra di noi sarebbe stato un “diverso”, lo sapevo, e per me quella differenza era un valore. Ma ciononostante mi sentivo fragile. Allora, tramite Ligabue ho provato a buttare fuori questa mia “debolezza”, perché io credo che il teatro debba partire dalle incrinature, dai dubbi, non dalle certezze. Altrimenti nasce morto.

 

Antonio Ligabue, Autoritratto con cane

 

Quanto tempo è passato tra questo “cortocircuito”, come lo hai chiamato, e la concezione del progetto?

Un anno. E poi mi sono preso i tempi lunghi di una trilogia, uno spettacolo l’anno, per elaborare il percorso. Ho iniziato basandomi sulla vicenda umana di Ligabue. In Un bès racconto la storia di un bambino e poi di un uomo escluso, rinchiuso presto in manicomio, espulso dal luogo dove è cresciuto e poi emarginato in quello dove lo costringono a emigrare, nel quale è considerato lo scemo del paese. È la vicenda delle privazioni di un essere diseredato da tutto, la storia del desiderio di un bacio, di un contatto umano che non arriva. In Pitùr agisce la fascinazione per un processo creativo, il suo, che passa attraverso l’assenza, la mancanza, la solitudine, e anche atti prosaici come la masturbazione.

 

Poi viene questo lavoro finale, che state preparando in questi giorni, l’invasione di un ampio territorio con tantissimi partecipanti, teatranti, musicisti, danzatori, artisti visivi…

È un’installazione in uno spazio ampio, urbano e naturale, che si svolgerà dal 21 al 24 maggio e che non sarà più ripetibile. La concezione artistica è andata di pari passo alla creazione di una rete di partner che lo hanno reso possibile, coinvolti per ragioni diverse, ma tutte necessarie e urgenti. L’idea è partita dal Teatro Sociale di Gualtieri, riaperto da un gruppo di cittadini. Poi si sono aggiunte collaborazioni svizzere, come il festival di Arzo, importantissima perché mi ha anche messo in contatto con la Fondazione Pro Helvetia. Quindi sono entrati i comuni di Gualtieri, Guastalla, Reggio Emilia, la regione Emilia Romagna e anche l’altra sponda, la Lombardia, l’associazione Ars di Mantova e Olinda di Milano, e naturalmente la mia compagnia, il Teatro dell’Argine di San Lazzaro di Savena (qui tutti i partner del progetto, ndr).

 

La creazione, il lavoro culturale, oggi richiedono sempre di più l’invenzione di strutture e modelli organizzativi?

Sicuramente. Ho dovuto trasformarmi in organizzatore per realizzare la mia idea. E nel percorso ho incontrato figure importanti, che hanno collaborato, e che resteranno una rete attiva per il territorio. Oggi passo metà delle mie giornate in riunioni di coordinamento e metà in prove con gli artisti. Saremo in tutto centocinquanta, più una cinquantina tra organizzatori e tecnici.

 

Pitur, ph. Luigi Burroni

 

Ci racconti cosa avverrà dal 21 al 24 maggio, e come saranno distribuite le azioni?

Bassa continua. Toni sul Po inizia in realtà in Svizzera, anzi sul confine tra l’Italia e la Svizzera a Chiasso, con una sorta di anteprima il 24 aprile. Saremo circa quaranta e racconteremo di quando Ligabue fu espulso, e passò vari giorni sperando di poter rientrare nella sua Svizzera. Era stato abbandonato dalla madre da piccolo e affidato a una famiglia senza nessun atto legale. A diciannove anni, minorenne, senza famiglia, già rinchiuso in manicomio, viene espulso come indesiderato e mandato al paese del fantomatico padre, Gualtieri, un posto dove non troverà nessun parente disposto ad accoglierlo, un luogo di cui non parla la lingua. Là vivrà quarantacinque anni in modo marginale.

 

E come raccontate, nel reggiano, questi quarantacinque anni, illuminati da quadri straordinari?

Lo faremo per suggestioni tematiche, con tre spettacoli autonomi, tre percorsi. Per vedere, per capire tutto, bisogna venire tre volte. Sono il Percorso manicomio, il Percorso città, il Percorso fiume.

 

Partiamo dal padiglione Lombroso del San Lazzaro, l’ex ospedale psichiatrico di Reggio Emilia?

Sì, dove fu rinchiuso in una cella per vari anni. In quel periodo comprese se stesso in quanto artista, dipingendo, dal 1937 in poi, una serie infinita di autoritratti, per guardarsi e farsi guardare, così come era, brutto, con il gozzo, ma artista. Possiamo dire che tra quelle mura scoprì la libertà della creazione. E, fatto curioso, in quel padiglione andò a intervistarlo un giovane Romolo Valli, cronista della “Gazzetta di Reggio”. Ligabue gli regalò il quadro di un falcone in cambio di una bicicletta. In quello stesso padiglione per il nostro spettacolo opereranno artisti di tutte le forme d’arte, senza steccati. Poi il pubblico sarà portato su corriere, dove continuerà il racconto, e condotto fino alle soglie della piazza di Gualtieri.

 

Cosa succederà invece sul fiume?

Sugli argini Ligabue visse trent’anni, da solo, nel bosco. Sarà questo il capitolo della solitudine e della libertà. Narrerà una costrizione, un’esclusione, ma anche una scoperta di sé. Ripercorreremo i pregiudizi dei suoi concittadini ma anche il grande orgoglio personale di stare lontano dal consesso umano, nutrendosi di animali morti, facendosi i colori per dipingere con materiali naturali. Lo spettacolo si svolgerà nel buio, tra le sacche del Po, con apparizioni dall’acqua, con interventi dei ragazzi della scuola di danza di Michele Merola, e con tanti artisti. I nomi non voglio farli finché non abbiamo chiuso i contratti. Posso anticipare che in questo episodio suonerà, dal fiume, Danusha Waskiewicz, prima viola dei Berliner e poi dell’orchestra Mozart con Claudio Abbado.

 

Progetto Ligabue, Golena, Po, ph. Luigi Burroni

 

Infine ci sarà la città, anzi le città.

E qui il tema sarà Antonio Ligabue e le smorfie animali dei suoi concittadini. Interpreteremo la storia di un rapporto mancato con gli altri esseri umani, la sua estraneità al mondo urbano, quasi fosse un essere silvano, un po’ rifiutato, un po’ relegato, un po’ appartato per scelta... Tra Guastalla e Gualtieri useremo la forma canzone alla Brecht-Weill per narrare in modo cronologico un rapporto che non riesce a partire.

 

Saranno presenti anche i quadri di Ligabue?

Ci sarà una mostra nella Sala dei Giganti del Palazzo Ducale di Gualtieri. Negli stessi anni del progetto è nata una Fondazione Museo Ligabue, forse anche grazie alle nostre sollecitazioni, per fondare uno spazio adeguato di conservazione ed esposizione. Le opere, una cinquantina, sono prestiti di privati, affidati alla nuova istituzione per vari anni. Sarà una tappa esterna agli spettacoli, parallela. Ma tutti i luoghi saranno investiti di azioni durante la mattina e il pomeriggio, in attesa degli spettacoli serali. Nella biblioteca Maldotti di Guastalla vari attori daranno vita a micromonologhi per pochi spettatori; per le strade artisti visivi esporranno le loro opere e creeranno in diretta. Proveremo a dipingere un ritratto espanso, avvolgente di questo grande artista irregolare.

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