I teatri del sacro

Lucca città del dialogo tra scena e spiritualità

“O lo fai o non ce la fai”. Un affronto di luce e oscurità nel bianco lattiginoso del palcoscenico. Uomini e donne in stracci e disperazione cercano di costruire socialità dalla sporcizia del gesto. Poveri saltimbanchi, equilibristi animaleschi su un filo che non c’è, i pantaloni slabbrati della tuta Champion tirati su, a mostrare le gambe e i piedi nudi, perché la conversione è regola di convinzione e povertà, rinuncia a ciò che hai, cammino verso ciò che sei. È confuso, troppi registri si sommano, si ripetono e si perdono, ma il teatro danza e canzone di strada su San Francesco di Roberto Corradino e Reggimento Carri Teatro coglie il mistero della scoperta di qualcos’altro oltre a noi. senza volontà di cattura, francesco grida e canta che sia la fede religiosa sia la fiducia laica sono cosa di tutti i giorni, anche quelli fatti di chiacchiere, fatti di niente, come tanti, oggi, dei nostri. Un indirizzo che ci pare racconti al meglio lo spirito de I Teatri del Sacro.

 

Senza volontà di cattura, ph. Eugenio Spagnol

 

L’appuntamento biennale dedicato ai temi del Te alle questioni della fede è tornato per la quarta edizione (8-14 giugno) a Lucca, tra il Real Collegio, il teatro di San Girolamo e la chiesa di San Giovanni. 20 debutti assoluti, tutti a ingresso libero, scelti fra 250 compagnie prima sulla base del progetto e poi su una dimostrazione preliminare del lavoro, oltre 50 artisti, tra professionisti e gruppi amatoriali di prosa, danza, teatro di ricerca e tradizionale. Dal 2008 capofila de I Teatri del Sacro è la Federazione gruppi attività teatrali (Federgat), con la Fondazione comunicazione e cultura, l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei, in collaborazione con l’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec). Le compagnie selezionate ricevono dal festival in media 7 mila euro (per un totale di circa 140mila euro) e vengono sostenute nella circuitazione, cercando di favorire le realtà locali, sale teatrali e cineteatrali, chiostri, oratori, parrocchie, diocesi, che si mettono in rete e creano economie di scala. Il direttore artistico è Fabrizio Fiaschini, anche presidente di Federgat, che considera il teatro “un luogo autentico di una finzione che libera e fa crescere, che aiuta a scoprire se stessi e a comunicare con gli altri, favorendo la maturazione di un’identità, individuale e collettiva, aperta al dialogo e al cambiamento”. Promozione e mediazione culturale per un incontro su quanto il teatro possa affrontare ancora le nostre questioni esistenziali, e su come il sacro possa abitare la scena contemporanea. Un incontro autentico dal momento che, come dicono degli artisti stessi, non trova ingerenza alcuna da parte degli organizzatori.

 

La fede è un volo che risponde solo alla bellezza. La semplicità del messaggio francescano, lasciare tutto e seguire il Vangelo, è una prova d’amore assoluto che San Giuseppe da Copertino ha sofferto e testimoniato sulla sua pelle. Per obbedienzadell’incanto di frate Giuseppe di Armamaxa e U.R.A. Teatro, regia di Fabrizio Saccomanno e Fabrizio Pugliese, scritto da Francesco Niccolini con Pugliese, anche unico interprete in scena, è la grande storia vera di un piccolo uomo fuori dall’ordinario, Giuseppe Maria Desa, nato a Copertino (Lecce) il 17 giugno 1603. Una vita complicata, un padre sciocco e truffato, quattro fratelli morti, una madre indurita da un credo arido. E la natura di incantarsi a bocca aperta davanti ai dipinti, alla Madonna e diventare lui stesso il soggetto della rappresentazione. Il divino lo abita, lo chiama e muove a sé: nell’estasi lo spirito non abbandona quel corpo martoriato da penitenze e mortificazioni, se lo porta dietro, in volo. Lo studio attento delle fonti storiche e delle leggende popolari ha portato a un testo scottante come una piastra di rame su un tumore reciso e rocambolesco come un prodigio che si rivela ai più umili e semplici. Fabrizio Pugliese dà prova di aereo incanto su uno sgabello malfermo tra il riso e il pianto, una costellazione che disegna nel cielo del nostro bisogno di razionalità lo stupore inquieto e appassionato dell’Assoluto. Un alto monologo polifonico.

 

Per obbedienza, ph. Eugenio Spagnol

 

L’immagine luminosa di una mancata disubbidienza è Free Spirit – rumorale di Compagnia Ariella Vidach e AiEP. Figure diafane, fantasmi di sembianze e tempo parlano e proiettano su di sé e sul pubblico brandelli di frasi, ossessioni dei corpi di farsi verbo nello spazio. È sparito dalla Terra l’uomo che ha trasformato le promesse in malefici e la chiamata alla ribellione del ’68 resta monca, il “ce n’est qu’un début” è senza svolgimento, senza marcia, senza il “continuons le combat!”. Sul palco si apre una danza che sillaba le consonanti e le vocali del continuo comporsi e decomporsi del gruppo di danzatori nei suoi elementi compositivi originari: è la forza del gruppo che determina la libertà del singolo. Un dialogo tra movimenti e comandi, ma non bastano i ‘cioè’, i ‘ma’, i puntini di sospensione, per agire la ripetizione del vuoto di questi tempi. L’incedere della decadenza è dato più dai lampi di pioggia sul cortile del Real Collegio che dai passi dei danzatori. Una ricerca che ricerca la ricerca e trova il già trovato.

 

Free Spirit, ph. Eugenio Spagnol

 

Premono invece sul palco tutto il peso delle loro scelte Claire-Lise Daucher e Anne Palomeres in Corrispondenze di Occupazioni Insolite e Impulse, regia di Roberto Aldorasi su testi ancora una volta di Francesco Niccolini. Tre sedie bianche, il nero spoglio delle quinte, due sorelle e una perdita tra loro incolmabile. L’una è fotoreporter, l’altra è monaca di clausura. Sguardi e modi diversi di scrivere una realtà uguale e contraria. La vita è vita sempre, è vita ovunque. Gesti muti restituiscono il viaggio delle lettere che si scambiano, le parole che si depositano sul foglio e aspettano di essere lette. Sono movimenti, però, che tratteggiano un senso solo per chi li fa, da fuori si vedono unicamente forme nell’aria, un codice sfuocato che strappa la situazione dal racconto del momento. Una danza per occhi spalancati che non vedono ciò che è davanti a loro, ma un ricordo che è prima di loro. La scoperta reciproca diventa esercizio, sforzo fisico, cui si aggiunge la fatica delle interpreti nel parlare una lingua, l’italiano, che non è la propria. Perciò, si trovano costrette a scandire le frasi per renderle comprensibili, mantenendo uguale e immobile il tono, e accentuando il carattere ‘pubblicitario’ delle metafore di Niccolini, come questa: “casa è dove ci sono i tuoi amici”. Una somma che si smarrisce negli addendi.

 

La perdita, il distacco, i torti della ragione, le promesse non mantenute, l’amore oltremodo e oltremondano, sono temi che appartengono anche a Ramayana – parte prima, progetto speciale concepito da Roberto Rustioni per Fattore K, Associazione Olinda, Armunia con “gli allievi neodiplomati delle più importanti scuole di teatro italiane”. Il panorama de I Teatri del Sacro si allarga dunque ai testi non cristiani: il Rāmāyaṇa è uno dei più grandi e venerati poemi epici dell’India, paragonabile solo al Mahābhārata. Si narrano le avventure di Rāma, ovvero il dio Viṣṇu, il Protettore, reincarnato per sconfiggere il male. Ma Rāma è anche un eroe innamorato di Sītā, rapita dal perfido Ravana, il capo dei demoni. Il destino è un esilio funestato di prove e Rustioni, che ha in mente il Mahābhārata di Peter Brook, sviluppa un viaggio di cui riluce la giovinezza, ma non sempre la luce è pura. Siamo ancora nella povertà, i costumi sono stracci di immaginazione, ma qui, a differenza di senza volontà di cattura, francesco, lo smarrirsi in un’opera che vorrebbe essere ‘totale’ non porta a niente di semplice vicino alla bellezza. Lasciano interdetti le vocine, i corpi strampalati, le pose che provano a mimare o stilizzare i pensieri del non detto, non confidando nella capacità del pubblico di colmare, con la propria sensibilità, i vuoti di ciò che non si può dire a parole. Ginnastica e vocalizzi più lunghi del talento.

 

Corrispondenze, ph. Eugenio Spagnol

 

Accettare il proprio destino, eppur cercare la maniera di cambiarlo, è privilegio che spetta alle creature di robusta e creativa costituzione. Ce lo ricordano Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi con il loro De revolutionibus – sulla miseria del genere umano, tratto dalle Operette morali di Giacomo Leopardi. Ne Il Copernico il Sole chiede all’astronomo polacco di convincere la Terra a uscire dall’inerzia e girargli intorno, perché è stanco di illuminare “un pugno di fango” abitato da “quattro animaluzzi”. La scoperta del sistema eliocentrico lascia poi libera la scena a Galantuomo e Mondo, la “operetta infelice e, per questo, morale” della piccolezza rivoluzionaria dell’uomo davanti al Creato si tramuta in “operetta immorale e, per questo, felice” della piccolezza conformista dell’uomo davanti ha ciò che ha creato. Carullo-Minasi costruiscono un teatrino filosofante con due carretti che spingono in giro, come i discorsi, e non trovano direzione se non fermandosi uno addosso all’altra. In un immaginario ‘ready-made’ che unisce il circo cialtrone di Fellini ai fondali fantastici di Méliès, su musiche alla Il favoloso mondo di Amélie, i due trovano tra le pagine di Leopardi le loro paure di coppia di vita teatrante e girovaga, dove la fama è il risvolto della fame, e infiniti sono i mondi che pensano: “io non vado a teatro, sono il teatro”.

 

Comunque, non sei solo se hai qualcuno che ti racconta che solo tu non sei. Anche per Hanta questo qualcuno sono i libri e le storie che contengono. Da trentacinque anni lavora a una pressa compattatrice di carta ed è il protagonista dell’ultimo spettacolo che abbiamo visto a I Teatri del Sacro, Una rumorosa solitudine di Donati-Olesen, scritto da Jacob Olesen e Amandio Pinheiro e liberamente tratto da Una solitudine troppo rumorosa, romanzo dello scrittore ceco Bohumil Hrabal. In scena, Amandio Pinhero, tra una ‘selva oscura’ di volumi e cartacce, e il contrabbasso di Eugenia Barone, dà un italiano stentato a pensieri suoi e di Nietzsche, Kant, Hegel, de La Bibbia o di Lao Tze. Come a dire che tra i rifiuti c’è una cultura che non sappiamo più usare, che la nostra cultura stessa è diventata un rifiuto, buono per i topi e per chi vive nei sotterranei dell’esistenza. Finché non arriva una pressa tecnologicamente più avanzata, e il vecchio e Hanta devono essere sostituiti con il nuovo. Uno spettacolo che rimane impresso per le citazioni rammentate, se si ha buona memoria.

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