Luca De Filippo, o del merito paziente

“Noi andiamo avanti sempre, in teatro. C’è un motto: ‘La morte chiama vita, perché sennò vincerebbe due volte’”. Questo diceva in gennaio, sul palcoscenico del teatro Duse di Bologna, Luca De Filippo dopo la morte di Francesco Rosi, padre della sua attrice e compagna di vita Carolina. Oggi Luca de Filippo ci ha lasciato. Lo spettacolo in cui stava lavorando, Non ti pago, ha continuato ad andare in scena anche quando lui ha dovuto fermarsi. Ci mancherà questo artista sottile, raffinato, capace di tempi teatrali assoluti, di sottigliezze interpretative che viravano la malinconia in sguardo profondo nell’uomo. Una personalità sfaccettata, un enorme artista. Doppiozero ha chiesto di ricordarlo a due studiose che gli sono state vicine, Antonella Ottai e Paola Quarenghi, curatrici con lui dei dvd dell’opera del padre, Eduardo, e di altre iniziative.

(Ma. Ma.)

 

La grande magia, 2012-13.

 

Luca non era solo il figlio di Eduardo, era l’attore – un grandissimo attore – che ne continuava la tradizione. Non per una ragione così ovvia, come potrebbe essere quella “ereditaria”, ma perché era l’unico che ne fosse capace, l’unico che sapesse configurare in una sola persona, insieme alle doti di finissimo interprete, la sapienza del capocomico, del dramaturg e del regista, l’unico che conoscesse dall’interno tutta la complessa macchina del teatro e le pratiche che, sera per sera, la mettono in funzione. Nulla di naturale, come a prima vista si potrebbe credere, ma un lavoro lungo, attento, senza corse, senza clamori, conquistato negli anni “chiodo chiodo”. Pensava che il suo compito fosse quello di mantenere in essere un sapere a rischio di estinzione, un repertorio dentro al quale era nato e cresciuto. Non voleva rivoluzionarlo, voleva salvaguardarlo e consegnarlo alla civiltà teatrale che ci è contemporanea. Schivo per natura, con un’umiltà che è la virtù dei Grandi, aveva dedicato buona parte delle sue energie (non solo, si è concesso anche qualche incursione nei classici e nella drammaturgia contemporanea) a un lavoro di valorizzazione e approfondimento dei toni e dei colori dell’opera paterna, ritornando su testi meno conosciuti – Le bugie con le gambe lunghe – o su testi, come La grande magia, che a suo tempo non avevano riscosso il giusto apprezzamento. La persistenza che è riuscito ad assicurarle negli anni – non solo mettendola in scena, ma sollecitando e patrocinando le iniziative culturali che la dovevano diffondere – è il frutto di una rara arte teatrale, che ha saputo riconoscergli più il suo pubblico – al quale era devoto e che gli era devoto – che non la critica, più attenta alle esplosioni che alla continuità. Luca non rincorreva la sensazionalità, amava il silenzio, era capace di tenerezza e di rigore, di semplicità e di profondità, di onestà e di intelligenza. Con lui se ne va una storia alla quale abbiamo voluto un gran bene...

Antonella Ottai

 

Luca de Filippo a un incontro con studenti dell’Università La Sapienza, Roma.

 

Per tutti era il figlio di Eduardo. Era fiero, Luca di essere figlio d’arte, da due generazioni, nipote com’era del grande Eduardo Scarpetta; fiero di quell’eredità che suo padre gli aveva lasciato e che lui ha saputo amministrare così saggiamente, così oculatamente, cominciando dai testi comici, quelli più vicini alle sue corde e alla sua misura di giovane attore, per affrontare poi, solo nella maturità, i capolavori del repertorio paterno, quelle commedie tragiche o tragedie comiche, come le chiamava Eduardo, che sono Napoli milionaria, Questi fantasmi, Le voci di dentro, Filumena Marturano... E quello stesso patrimonio lo ha generosamente gestito, consentendo anche ad altri attori, ad altri registi, in Italia e all’estero, di rappresentarlo, concedendo una libertà piena, di cui non sempre apprezzava i frutti, ma che non si è mai pentito di avere accordato.

Ma questo ruolo di figlio, che gli è rimasto addosso fino all’ultimo, ha fatto velo, ai nostri occhi abitudinari e miopi, al suo ruolo di attore emancipato e finissimo, al suo talento di regista sobrio, alla sua generosità e al suo fiuto di impresario, alla sua saggezza di capocomico; in una parola, alla sua figura di padre. Il suo ultimo pensiero, quando cominciava appena a presentire, più che a decifrare chiaramente, i primi segnali di quella malattia che se lo è portato via al galoppo, senza neanche dargli il tempo di capire, è stato per i suoi attori, per la sua famiglia di attori, il cui futuro gli stava a cuore come quello dei suoi stessi figli. E non va forse nella stessa direzione l’idea di creare una scuola per attori, appena varata a Napoli, alla quale ha lavorato con entusiasmo fino all’ultimo?

Per essere apprezzato a pieno da una certa cultura provinciale e grossolana del nostro paese, Luca era troppo poco eclatante, troppo inglese nel suo understatement, che gli faceva ricordare a una giovane attrice che cercava motivazioni importanti per il suo piccolo ruolo, che “quello che dobbiamo fare è un lavoro, non un capolavoro”, o gli faceva rispondere a Vincenzo Mollica che gli domandava quale fosse l’insegnamento più importante che suo padre gli aveva lasciato: “Mettiti il cappello quando esci da teatro, se no ti prendi un raffreddore”. Una risposta alla Cechov.

 

Le bugie con le gambe lunghe, 2011-12, con Carolina Rosi.

 

È proprio vero che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce e la foresta di Luca cresceva silenziosamente. Aveva radici profonde e rami ben curati, come gli ulivi della tenuta nella quale produceva un olio di cui andava fiero. Luca ha portato avanti il suo teatro, lo ha fatto crescere, nell’alveo di una tradizione che amava e rispettava e che ha contribuito a rinnovare, divertendo il pubblico con quelle doti comiche che erano tutte sue, senza dimenticare che è «Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire», un motto che campeggia sulla facciata del teatro Massimo di Palermo e che gli piaceva tanto.

Misura, eleganza, generosità, senso dell’umorismo, queste sono solo alcune delle doti che il pubblico apprezza da sempre, ma che non tutti conoscono, in questo attore maturo e non imbolsito, che non ha fatto in tempo a invecchiare.

Paola Quarenghi

 

Uomo e galantuomo 85-86.

 

 

 

 

 

 

L'intervista è realizzata dagli studenti del corso di Editoria multimediale per lo spettacolo (2010-11), tenuto da Antonella Ottai e Paola Quarenghi, ed è girata alla Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II di Roma il 30 maggio 2011.

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