Teatro Povero: un paese contro l’oblio

Reportage dall’esperimento comunitario di Montichiello

Il futuro è la costruzione di una festa carica di attesa. Oggi Gigino compie vent’anni e tutto il paese si stringe in un abbraccio di pietre e vento, di radici e rami. È l’ultimo rimasto di quell'età, con lui sorge l'ultima possibilità di sopravvivere nel cambiamento. Gli adulti sono disillusi da ciò che non hanno saputo realizzare, i vecchi si fanno forti di primavere che ricordano solo loro. Ma Gigino cosa ha deciso? Resta nel borgo di combattimento o va a lottare per sé altrove?

 

Non lo sappiamo, forse non lo sa nemmeno lui, sappiamo però cosa ha scelto la gente di Monticchiello nel 1967, 200 anime nel comune di Pienza, provincia di Siena, e cosa ha continuato a scegliere fino a ora, fino a Il paese che manca, ideato, discusso e recitato dagli abitanti attori sotto la guida e per la regia di Andrea Cresti: il Teatro Povero, l’autodramma, la drammaturgia partecipata, il racconto di una comunità che si racconta. Pensieri, dubbi, opportunità messe a tavola giornalmente dalle scelte di ognuno diventano, sulle tavole del palcoscenico, pensieri, dubbi, opportunità di tutti.

 

Ritrovarsi per imparare a riconoscersi e aprirsi alle trasformazioni del tempo. Per quanto è dato, per quanto è possibile interpretarle e attenuarle. “Il teatro ha cambiato veramente Monticchiello – mi racconta Arturo Vignai, tra i fondatori del Teatro Povero – ci ha istruito, ha eliminato certe timidezze, adesso parliamo meglio e siamo più franchi. Non è servito a quello che speravamo noi, al ripopolamento”.

 

Il paese che manca è allora il sogno di una rivincita, la rivoluzione della fantasia, lo sberleffo dell’immaginazione in faccia a uno Stato che ha abdicato la difesa dei più piccoli fra lui in favore del profitto, dei mercati. Il dato di fatto e di partenza è il piano di razionalizzazione di Posteitaliane SpA per il 2015 che prevede la chiusura degli uffici postali nelle zone periferiche. Sono 59 in Toscana. Uno è quello di Monticchiello, dove Vignai ha lavorato per anni, prima di andare in pensione. “La nostra situazione è drammatica – mi dice chiaramente – in paese ci sono rimasti soltanto i vecchi, i giovani sono pochissimi. Levare l’ufficio postale per noi è un gravissimo danno. Dove andiamo a riscuotere la pensione? Le Società per azioni pensano solo a tagliare, a loro non interessa niente se la popolazione soffre. Che cosa facciamo? Li facciamo morire del tutto questi paesi? Noi stiamo qui, soffrendo e sperando”.

 

Andrea Cresti durante le prove de Il paese che manca, ph. Teatro Povero di Monticchiello

 

 

L'incontro tra uomo e natura

 

Stanno a Monticchiello “come le larve delle cicale rimaste aggrappate ai rami dell’alberi dopo il solleone”, dice Nagis durante lo spettacolo, subito però rimbrottato da Arturo: “È bella questa immagine, perché vuol dire che alla prossima stagione ricominceremo a cantare”. Assistere a Il paese che manca è quindi come guardare dalla finestra nella casa di fronte: non è spiare (la finestra è aperta), è condividere, perché anche altri sappiano cosa succede. Tutti devono conoscere e spartire tutto, tanto i pesi quanto le gioie, per poter decidere al meglio e per il meglio.

 

Monticchiello è un “paese in teatro” per dirla con Vignai. La strada per il palco, in Piazza della Commenda, si snoda attraverso vie strette, disegnando una esse dolce, sonante. La sala è uno slargo di sedie in discesa chiusa da praticabili in legno, in proscenio un tavolo imbandito con bibite, spumante, piatti e tovaglioli, indietro e leggermente rialzati un altro tavolo con sopra della farina e alcune panchine fatte di tronchi con schienali aguzzi e astratti. Sul fondo i teli che sormontano entrate e  uscite si gonfiano come vele. La scenografia sembra la mezzaluna di una meridiana in cui i tempi si specchiano e confondono, la porzione di una raggiera di ‘quando’ e ‘allora’ che passano da un momento all’altro. Le quinte sono le levigate mura duecentesche della chiesa, gli alti solenni cipressi, le facciate delle case con le pietre e i mattoni a vista, grossi, scoperti, come gli abitanti attori del Teatro Povero, con le loro voci senza microfono, le genuine imprecisioni, la necessità di dire ed essere ascoltati. La naturalezza del recitar vivendo.

 

Il paese che manca, ph. Teatro Povero di Monticchiello

 

Oltre questo ventaglio magico si apre e stende la Val d’Orcia, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2004. La cartolina è realtà: la natura ha incontrato l’uomo e ne è nato il paesaggio, tanto che vorresti che la strada proseguisse sempre avanti per non distogliere mai lo sguardo. E invece curva e curva ancora tirandosi dietro gli occhi. Monticchiello è in alto, arrampicato in collina, e per salire bisogna venire a patti con la gravità, assecondarla con brevi e cauti giri di volante. Il nome sui cartelli stradali è scritto in nero su fondo giallo, come i monumenti, gli eremi, le fragilità in equilibrio sull’incertezza del tempo. Tanta avvincente e solenne bellezza non ha tenuto lontano nel 2007 una lottizzazione, uno scempio, un ecomostro, con echi su scala nazionale (e sull'autodramma di quell'estate), e molti anni prima, nei Sessanta, non ha arrestato la profonda crisi legata alla rapida eclissi della mezzadria. Quelli che per scelta o necessità rimangono iniziano a riflettere sul senso delle rapide trasformazioni che stanno travolgendo il loro mondo e le loro identità. Nasce così il Teatro Povero di Monticchiello.

 

La Valle d'Orcia, ph. Teatro Povero di Monticchiello

 

 

La fucilazione mancata

 

“È stata una forma di protesta questa iniziativa del teatro – mi spiega Arturo Vignai – eravamo emarginati, non avevamo neanche una strada asfaltata. Ci venne in mente questa idea perché il teatro era una vecchia tradizione di Monticchiello, già negli anni Trenta venivano fatte delle rappresentazioni all’aperto”. Nel luglio 1967 si allestisce il primo spettacolo in piazza. Il testo ha come tema la resistenza della gente del borgo a un antico assedio. L'anno successivo il tema è di nuovo la storia remota. La svolta arriva nel 1969 quando si decide di mettere in scena la sventata strage del 7 aprile 1944. “Il 6 aprile c’è stato uno scontro armato tra partigiani e camicie nere, concluso con la vittoria dei partigiani – ricorda Vignai come fosse ora – la mattina del 7, verso le 6,30, sono arrivati i tedeschi a rastrellare la zona, c’hanno cavato tutti dalle case, a calci nel sedere, c’hanno portato tutti giù fuori porta, c’ero anch’io, davanti a tre mitragliatrici, tutti con le mani alzate, volevano fucilarci”. Li salvò una signora tedesca, Irma Angheben, moglie di un proprietario terriero di Monticchiello, aiutata dal Parroco Don Marino Turriti. Sul muro destinato alla fucilazione il monumento realizzato da Emo Formichi ricorda l'evento a chiunque varchi la porta del paese. Mario Guidotti, sociologo della letteratura e giornalista, che aveva partecipato da partigiano allo scontro a fuoco con i fascisti, scrisse un copione sull'episodio. In quel momento era addetto stampa della Camera dei Deputati e riuscì, coinvolgendo stampa e televisione, a far nascere il caso Monticchiello. Anche il nome Teatro Povero, ripreso da Grotowski, si deve a lui.

 

Il paese che manca, ph. Edoardo Agnoletti

 

 

Un esperimento sociale

 

In questi anni si definisce anche la particolare metodologia di creazione condivisa degli spettacoli. L’assemblea degli abitanti del borgo e dei membri della compagnia si confronta per mesi, dialogando con un gruppo ristretto eletto all’interno e incaricato di trasformare in proposte teatrali le suggestioni che provengono dall’assemblea stessa. La discussione collettiva porta al soggetto e poi al testo su temi ritenuti urgenti per l’anno in corso. Da qui prende vita l’autodramma: questa la definizione coniata da Giorgio Strehler e fatta propria dal Teatro Povero. Ogni spettacolo va in scena solo per una stagione. Tra le professionalità esterne che si sono confrontate con i monticchiellesi, oltre a Mario Guidotti, si ricordano Arnaldo Della Giovampaola, il regista degli spettacoli degli anni Settanta, Don Vasco Neri, parroco intellettuale del paese con alle spalle una solida preparazione sociologica, e Andrea Cresti, che dal 1982 e fino al 2007, dopo aver svolto il compito di revisionare i testi scritti da Mario Guidotti, si occupa della regia e partecipa alla scrittura di tutti i lavori, aderendo al gruppo ristretto che dà forma agli stimoli provenienti dalle assemblee della compagnia: Maria Rosa Ceselin, Marco Del Ciondolo e Vittorio Innocenti. Dal 2007 ad oggi il percorso creativo si è modificato: si è sciolto il gruppo storico e alle assemblee ristrette, oltre a Cresti, prende parte un gruppo di giovani allo scopo di introdurre linfa nuova, attuale, nel momento più delicato della costruzione del testo teatrale.

 

Il paese che manca, ph. Edoardo Agnoletti

 

 

Teatro solidale

 

Monticchiello è Il paese che manca dalla cartina italiana delle unicità da salvaguardare, ma lo sono anche i giovani, i loro sguardi sono persi, smobilitati, s-travolti dalla ricerca di connessioni che comunicano solo incomunicabilità. “Stanno vicini ma non insieme. Sempre a pesticciare con que' maledetti aggeggi!”, dice la mamma di Gigino. Quando arrivano Maddalena, la sorella emigrata di Gigino, il suo fidanzato Athanase, le due amiche Concetta e Valeria, si siedono sulle panchine e si appiccicano ai cellulari. Rancori, rifiuti, sogni abbozzati, sono i regali che portano al festeggiato. Il pensiero di Concetta è lapidario, impietoso: “Provo un po' di malinconia ogni volta che qualcuno di noi dice quello che pensa. Sì, malinconia perché mi sembra che l'unico sentimento che lega i nostri pensieri, in questo momento, sia il rancore...”. Athanase si distrae perché ha una storia, un lungo filo intricato che lo lega al passato: è scappato dal Burundi quando infuriava la guerra civile. L’America dipende da dove parti. Anche Gigino, pur non essendosi mosso da casa fin ora, ha qualcosa da raccontare, il Teatro Povero di Monticchiello.

 

Lo ricorda Arturo: “Gigino veniva al mondo e noi si parlava della fortuna, della provvidenza, la via breve verso la felicità...”.  Era il 1995 e l'autodramma si chiamava Alizzardo. Il metateatrale è il quadrante su cui girano le lancette di Monticchiello. Gigino è il Teatro Povero, è il tempo scandito dagli spettacoli del Teatro Povero nel nuovo millennio. Festeggiando lui, il popolo festeggia se stesso, la sua forza, la tenace disponibilità a scorgere, anche nel ghigno di un Giocattolaio, il potere unificante e costruttivo della fantasia. Hanno aperto un museo, il Tepotratos, gestiscono l’edicola-libreria, l'ufficio turistico, il centro internet, l'emporio poli-funzionale, il servizio di distribuzione farmaci, quello di biblioteca. Restando insieme, uniti, si riesce a raccontarsi che ce la si può fare. “Poi, magari, non ci si fa – mi dice Arturo Vignai prima di lasciarmi ai pici all'aglione della Taverna di Bronzone, lo storico ristorante gestito sempre dal Teatro Povero – un altr'anno, se ci si riuscirà, sarà il nostro cinquantesimo. Speriamo un po’ di arrivarci. Noi, comunque, andiamo avanti". Là dove li aspetta il futuro.

 

 

Il paese che manca resterà in scena tutti i giorni fino a sabato 15 agosto. Qui la mappa dei luoghi del Teatro Povero.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!
Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.