Per seguire la mia stella

È un destino curioso, quello del genere romanzo storico. L’autore del più noto romanzo storico italiano, infatti, giunse a negarne addirittura la possibilità teorica. Sì, proprio lui, Alessandro Manzoni in persona, che aveva da pochissimo dato alle stampe l’edizione ventisettana dei Promessi Sposi, in un saggio ultimato nel 1831 e intitolato Del romanzo storico e, in genere, dei componimenti misti di storia e invenzione, escluse recisamente l’ammissibilità di un tale tipo di opera. O si scrive storia tout court o si inventa di sana pianta. Ma mescolare i due elementi non si può. Queste erano le conclusioni del saggio manzoniano, che vide la luce solo nel 1850, dieci anni dopo la quarantana (o meglio: quarantaduana) dei Promessi Sposi.

 

Qui, in quest’opera teorica, Manzoni spinge alle estreme conseguenze il suo ideale etico di scrittura, che è quello del rispetto assoluto del Vero. “Un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlar con più precisione, irrevocabilmente… un oggetto che può bensì esserle trafugato dalla dimenticanza, ma che non può esser distrutto dal disinganno” per usare le sue splendide formulazioni.


Quest’ambiguità irrisolta, tra impossibilità teorica e necessità pratica, si ripresenta in un certo senso anche per la traduzione. Da Dante in poi sappiamo tutti che la poesia non si traduce, non si può tradurre, perché “nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare senza rompere tutta sua dolcezza e armonia”, eppure tutti continuiamo a leggere poesia tradotta, perché non se ne può fare a meno.


Ma per tornare al genere romanzo storico, come non pensare al caso di Artemisia di Anna Banti. Questo romanzo, storico, che nasce dal rimpianto per un manoscritto distrutto. L’autrice lavorava da anni all’opera sulla grande pittrice seicentesca, quando nell’agosto del 1944 in seguito al bombardamento di Borgo San Jacopo a Firenze, il manoscritto andò perso. E il romanzo che abbiamo noi oggi è la ricostruzione, durata tre anni (dato che uscì nel 1947) di quell’originale scomparso. Come se la modalità di esistenza del genere dovesse svilupparsi malgrado una catastrofe, o per porre riparo alle sue conseguenze.

 


Queste vicende con le riflessioni che ne scaturiscono ci sono state suggerite dalla lettura di un romanzo storico appena stampato da Guanda, Per seguire la mia stella di Laura Bosio e Bruno Nacci, e che ha per protagonista una donna per alcuni versi simile a Artemisia Gentileschi, ne è quasi una prefigurazione.
La protagonista di quest’opera avvincente di più di quattrocento pagine, ambientata nel Cinquecento, è infatti Chiara Matraini, poetessa lucchese vissuta tra 1515 e 1604.


È la storia di una donna fuori dal comune. Un’eccentrica. Nel senso etimologico. Una donna senza ubi consistam, alla lettera. Continua a spostarsi. Non trova un suo luogo definitivo. A Lucca le sue case sono quella di Santa Maria Forisportam, dove è nata, e il palazzo Cantarini, sede della famiglia del marito, il per nulla amato Vincenzo. Dopo la morte precoce del quale si trasferisce, con il figlio Federigo, in Corteorlandini, in un palazzotto affacciato a Santa Maria Nera. E poi, quando il figlio le viene sottratto dalla terribile famiglia dei suoceri, va a vivere in campagna, Chiara, nella tenuta di Matraia (da cui deriva il cognome). Da Matraia a Lucca fa la spola varie volte nel corso del tempo. Al punto che i narratori usano l’aggettivo “ennesimo” per qualificare uno dei suoi tanti traslochi, dalla campagna alla città (e dalla città alla campagna).


Per un periodo, verso il finire della vita, la nostra Chiara si vedrà addirittura costretta a emigrare a Genova, dove passerà un paio d’anni, ospite della famiglia Centurione. E tutto ciò per evitare il clima pesante sorto in seguito a una penosa causa giudiziaria intentatale contro dal figlio Federigo. La solita bella famiglia italiana, così uguale a se stessa nel tempo!


A questa mobilità geografica corrisponde un’ altrettanto difficile collocazione nell’ambito letterario o, se si preferisce, sociologico-letterario. Nel senso che, come ci viene detto nel capitolo Libri, tutte le altre famose poetesse del Cinquecento, erano o nobili come Vittoria Colonna, Isabella di Morra, Laura Terracina e Laura Battiferri. Oppure cortigiane di rango come Gaspara Stampa e Veronica Franco. Lei, Chiara Matraini, no: lei non rientrava nelle categorie prestabilite; era una semplice borghese, figlia di una famiglia di tessitori, ricca sì, ma caduta in disgrazia, perché implicata prima nella cosiddetta Rivolta degli Straccioni (1531) e poi in un tentativo, fallito, di congiura. Uno dei suoi fratelli, il prediletto Luiso, era stato invece imprigionato in una torre (una delle cento torri di Lucca) per un’accusa di sodomia. E lì, nella triste torre, era morto.


Inoltre, Chiara, rimasta presto vedova, ebbe varie relazioni. Una, durata molti anni, con un uomo sposato di nome Bartolomeo, e di cognome Graziani. L’altra con un uomo di legge, Cesare Coccapani.
Insomma: una donna libera, aperta, colta. Un pericolo, soprattutto per una piccola città come Lucca.
Se i borghesi e i nobili lucchesi la osteggiano e la trattano freddamente, Chiara si può però avvalere del sincero appoggio di tutta una serie di fedeli servitori, uomini e donne: il misterioso Juan, la laconica Zita, e poi Anna, Linuccio, e infine l’umile Bona. Questo, dei domestici, rappresenta come un altro, piccolo romanzo parallelo, pieno di calore e simpatia, un po’ alla Dickens. Così come le vicende del suocero di Bartolomeo Graziani, l’erudito Gherardo Sergiusti, descrivono dal lato maschile la vita dell’intellettuale di provincia, sorta di controcanto a quella femminile, e dunque ancor più complicata, di Chiara.
Con Gherardo entra nel romanzo il tema della Riforma, dato che questi è in contatto prima personale e poi epistolare con uno dei grandi riformati italiani, cioè Pietro Martire Vermigli.


Ma il tema religioso è solo uno dei molti fili che compongono questo tappeto variegato. Tra gli altri c’è quello letterario, ad esempio. Il paradosso petrarchista: l’originalità cercata, e raggiunta, attraverso la ripetizione parossistica di pochissime parole tematiche, e tutte derivate dal Grande Modello. (Un elenco è fornito a p.270: alto, sole, vittoria, chiaro, volo, destino eccetera). Un altro ancora è quello, e si capisce, amoroso, nella sua dialettica illusione-disillusione. “La sua volontà di illudersi era rimasta intatta” viene detto di Chiara e anche: “ lei non gli avrebbe concesso di deluderla”, dove il lui è Bartolomeo Graziani.
Un altro ancora è quello del potere, dato che alcuni personaggi, come il perfido banchiere Gaspare Ducci, si muovono tutti in un’aria di perenne intrigo, in bilico tra finanza, politica e malavita comune.
Il romanzo è strutturato in tre atti più un’ouverture.


Tra le tre parti c’è un’evidente diversità nel rapporto tra tempo narrato e tempo della narrazione. La prima infatti si svolge tutta nell’anno 1542, mese per mese, pur con ampi squarci di memoria sul passato. La seconda invece comprende un periodo molto più ampio, dal 1543 al 1571, l’anno di Lepanto, ed è occupata fra l’altro dall’idillio campestre di Chiara e Bartolomeo a Matraia, “chiusi dentro il loro amore come un uovo in cova”. Idillio bruscamente interrotto dall’assassinio dell’uomo. Un mistero che forse si chiarirà più avanti. Nel 1555 esce la prima edizione del canzoniere di Chiara, stampato dall’amico editore Vincenzo Busdraghi.


La parte finale è la più breve e la più visionaria. Chiara ormai più che ottantenne ricapitolerà tutta la sua vita in una sorta di lunga allucinazione, scandita in sette stazioni, tante quanti sono gli archi in muratura che contempla, e animata da una prosa di qualità molto alta.
Spesso nel tessuto linguistico del libro spiccano similitudini di rara bellezza: “il fogliame scurito si stagliava contro il cielo come rame a sbalzo”. Oppure: “piansero l’una sulle spalle dell’altro, come i bambini che si portavano dentro”.


Infine, una curiosità: nel penultimo capitolo Bagno a Corsena è immaginato l’incontro tra Chiara e Michel Eyquem, ossia Montaigne.
Il capitolo è molto divertente. Ci voleva una donna, per quanto poetessa e di osservanza petrarchista, per ricordarci che il grande Montaigne è (anche) in fondo un gran chiacchierone.

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