Sette tesi sulla magia della radio

I libri scritti da chi fa la radio di solito sono delle biografie, o dei romanzi. E di solito, quando li leggi, ci rimani male, un po’ come quando finalmente incontri il tuo conduttore radiofonico preferito al supermercato e pensi: “beh, però, pensavo meglio”. 

Il libro di Massimo Cirri – Sette tesi sulla magia della radio (Bompiani, 2017) – è sia una biografia che un romanzo, ma scritto in forma di saggio “leggero”, o, come avrebbero detto nella radio degli anni venti, “saggio radiofonico”. E in questo caso non c’è delusione, perché a leggerlo (308 pagine di formato ristretto) fa l’effetto di sentire una puntata di Caterpillar, noto talk show di Radio2 creato da Sergio Ferrentino insieme a Massimo Cirri nel 1997 e oggi condotto da Cirri e Sara Zambotti. Per chi ama Caterpillar – di solito sono una setta di fedeli che si ritrovano ogni anno a Senigallia e si sposano pure tra di loro – leggere il libro di Cirri è un po’ come sentirne la voce, il ritmo, le battute. Il testo ha i tempi del suo parlato alla radio, lo riconosci subito, ne senti in testa la pasta vocale che ti accompagna da anni mentre torni a casa in auto.

 

Ma questo libro non piacerà solo ai fanatici di Caterpillar, questo libro è per tutti quelli che tutti i giorni accendono la radio e soprattutto per tutti quelli che non lo fanno, che non sanno cosa si perdono. Questo libro potrebbe convincere tutti quegli studenti svogliati che ho avuto nel tempo e che non sono riuscito a convertire all’ascolto della radio, per i quali la radio era solo un sottofondo. 

Il libro di Cirri forse potrebbe convincere gli studenti che la radio non è morta, perché ha un senso ascoltarla, e addirittura potrebbe farli appassionare a una cosa noiosissima come la storia dei mezzi di comunicazione di massa. Quando in classe parlavo di come era nato il broadcasting facevo sempre una gran fatica. Quando parlavo di David Sarnoff e della sua idea del radio music box, ovvero gli albori dello sfruttamento commerciale del mezzo radiofonico, tutti sbadigliavano. Cirri invece trasforma la storia di David Sarnoff, il telegrafista che ricevette l’SOS dal Titanic e che poi sarebbe diventato uno degli uomini più influenti della storia del broadcasting statunitense, in una storia romanzesca, che dura giusto il tempo di un blocco di parlato tra una canzone e l’altra. Ogni capitolo del libro è come un blocco di “parlato” all’interno di una scaletta di un programma radiofonico e ogni blocco corrisponde a una magia della radio, descritta in forma di racconto o di mini-episodi tratti dalla storia della radio. 

 

 

La storia della prima radio libera d’Italia, ideata da Danilo Dolci nel 1970 per catturare l’attenzione del governo sulla lentezza della ricostruzione seguita al terremoto del Belice, diventa un piccolo racconto epico sull’importanza di dare voce a chi non ha mai avuto voce. Questa è la storia che gli invidio di più, perché ogni volta che la affrontavo a lezione per spiegare come si era infranto il monopolio della Rai sulla radio, vedevo volti sbadiglianti e telefonini che si alzavano come barricate. Era sicuramente colpa mia, che gli snocciolavo la storia come una medicina da prendere per poter passare poi a cose più contemporanee, ma forse era anche un problema di linguaggio. Se potessi tornare indietro, racconterei loro la vicenda storica di Radio Sicilia Libera usando le parole del libro di Cirri. 

 

Il libro contiene altre micro-storie di radio che si leggono come un romanzo, come la vicenda del deejay americano Scott Muni, che dai microfoni di Wnew-FM si mise a negoziare con Cat Olsen, il sequestratore/rapinatore di banca protagonista del film Quel pomeriggio di un giorno da cani

Ma queste storie, insieme ai momenti più “saggistici” del libro, in realtà svelano qualcosa di più personale, ed è per questo che prima ho parlato di libro biografico pur essendo un libro con pochissimi riferimenti biografici: il libro parla del modo di fare radio di Cirri e di Caterpillar (e ancora prima del modello a cui si ispira Caterpillar, ovvero Borderline e altri programmi della Radio Popolare di Milano degli anni ottanta e novanta). E questo modo di fare radio ha una caratteristica particolare: non è broadcasting, non è “a freccia unica. Da una parte chi parla, dall’altra chi ascolta” (Danilo Dolci), ma è una radio che si fa insieme agli ascoltatori. Il libro racconta uno specifico modello di radiofonia, in cui gli ascoltatori sono protagonisti e si conoscono attraverso la radio. Ascoltatori che chiamano al telefono, che pagano un bene gratuito come la radio pur di sostenerla (il caso dell’abbonaggio di Radio Popolare, ancora oggi una delle magie più strane della radiofonia italiana), che si fanno sposare da Cirri e Solibello, ascoltatori che si prestano a fare da inviati e corrispondenti esteri che fanno invidia ai grandi giornali, ascoltatori che rompono le scatole, sempre, ma che non sono solo una presenza fantasmatica o numerica negli indici d’ascolto. 

 

Con questo saggio leggero, in forma di flusso radiofonico, Cirri riesce nella magia di parlare di Caterpillar e dei suoi vent’anni di radio (solo considerando Radio Rai) senza quasi mai nominarlo, ma pescando dalla storia della radio quegli episodi che insieme compongono il ritratto di un mezzo socievole, sociale, che tiene insieme le persone, “trasloca l’intimo nello spazio pubblico”ed è capace di ridurre le distanze, come quella volta che a Caterpillar chiesero agli ascoltatori in coda in auto di uscire, bussare al finestrino dello sconosciuto autista in coda come loro e offrirgli un caffè “perché se ascolta Caterpillar non può essere un maniaco sessuale”. Quei due ascoltatori sconosciuti, divisi da due finestrini ma casualmente ritrovatisi in coda uno accanto all’altro, hanno poi continuato a vedersi. Ne è nata un’amicizia, forse qualcosa di più. L’ascoltatrice non lo dice al telefono. Ma è andata davvero così. La radio è stato il primo social media della storia.

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