Severino Cesari. La dolcezza umbra

La dolcezza è stata la cifra umana di Severino Cesari, una qualità che appartiene agli umbri, e che è anche quella della regione dove Severino era nato, terra di profondi umori, grazia e anche di determinazioni assolute; perché c’era qualcosa di roccioso in lui, che si è manifestato dal momento in cui la malattia l’ha colpito, atterrato, ma non demolito, anzi. Roccia ed erba verde e tenera, sono le immagini che conservo di Severino. La prima volta che l’ho visto era nelle stanze di via Tomacelli, a Roma, al Manifesto. Era l’inizio degli anni Ottanta e Severino vi era arrivato da poco, proveniente, credo, da un altro giornale di quella che allora era l’estrema sinistra, Il quotidiano dei lavoratori. Nonostante che lo stigma del periodo fosse l’ideologia, manifestata in ogni modo e a ogni livello, lui non aveva nulla di simile. Non che ne fosse privo, non mancava di una visione del mondo, tuttavia non la metteva mai avanti, non entrava nei discorsi che s’intrecciavano con lui. La curiosità, la disponibilità, la capacità di ascoltare. Prima di parlare lasciava passare qualche secondo, come se stesse raccogliendo le idee, come se quello che voleva dirti dovesse passare almeno due volte dalla sua mente, poi principiava a dire con una sorta di esitazione, d’incertezza, quasi una balbuzie. Porgeva qualcosa che aveva pensato e ripensato con una forma d’interrogazione, prima a se stesso. Mai risposte dirette e neppure indirette; riflessioni, esitazioni, interrogazioni, che spostavano sempre il discorso a lato o in qualche zona della sua mente che non era facile conoscere.

Seduti dietro i tavoli della redazione c’erano lui e Domenico Starnone. Due persone così diverse, eppure così simili. Erano dei silenziosi, meditavi, l’umbro e il napoletano, entrambi dei rimuginatori, seppure in modo molto differente. Ho lavorato con Severino per parecchi anni, forse otto o dieci. La cronologia non è il mio forte e neppure le date. Ci sentivamo per telefono, perché all’epoca andare dall’Emilia, dove abitavo, a Roma era un piccolo viaggio e costava anche, tempo e un po’ di denaro. Telefonate lunghe, con quei lunghi silenzi di Severino dentro la cornetta del telefono. Aspettavo la risposta ai miei interrogativi. Severino era il mio editor, se così si può dire. Non chiedeva o riceveva semplicemente i pezzi che scrivevo per il quotidiano comunista di via Tomacelli. Li commentava, faceva obiezioni con paziente umbra maieutica. Voleva arrivare al punto, dirmi qualcosa che non funzionava nel pezzo, ma non ci andava dritto, e neppure girava intorno. Componeva ellissi di parole, affinché, alla fine, fossi io a dire quello che suggeriva con molto tatto, riguardo e finezza. La dolcezza consisteva in quel movimento di pensiero e di parole che fluiva nel suo discorso composto di silenzi. L’immaginavo dall’altra parte del filo con quella esitazione che si concentrava nel suo mento, nel passaggio dalla cosa che aveva in mente alla frase compiuta. Ti portava lì pian piano.

 

Ricordo che avevo scritto una lunghissima recensione a Il mulino d’Amleto di De Santillana pubblicata da Adelphi. Non era d’accordo. Bisognava tagliare il pezzo. Di sicuro era troppo lungo. Severino mi suggeriva di essere più essenziale, di non divagare. Ma c’era qualcosa di non detto nel suo discorso telefonico. Alla fine concordammo la riduzione. Era giugno, probabilmente. A settembre squilla il telefono. Era Severino. Durante l’estate aveva letto anche lui il libro di De Santillana. Mi diceva che avevo ragione, che era come avevo scritto e che lui ancora non lo sapeva perché il volume non aveva avuto il tempo di leggerlo, e che i tagli che mi aveva suggerito erano sbagliati. Quale fosse la questione su cui non era in accordo non la rammento più, e forse lui non la disse, né prima né dopo. Ma quello che importava era la nostra, la sua, interlocuzione. Il rapporto tra noi. Leggere, scrivere, correggere, pensare ancora. Interlocuzione è una brutta parola probabilmente, ma è quello che Severino sapeva fare: parlare tra, parlare in mezzo, parlare e collegare pensieri espliciti e pensieri impliciti. Lo spazio del suo dire era uno spazio intermedio, di raccordo. Anche quando la malattia si è accanita crudelmente con lui, dall’ictus, al trapianto del rene e poi il tumore, lui interloquiva con il male che abitava il suo corpo, creava spazi tra le cose e tra le persone.

 

Dopo anni di discorsi al telefono e visite a Roma, Severino cominciò a occuparsi di libri. Ricordo una riunione di collaboratori del Manifesto a Roma, c’erano Remo Ceserani, Giorgio Boatti e altri amici di quella stagione. Severino non stava più al giornale, mi sembra di rammentare. Arrivò con un paio di libri che aveva curato presso Theoria. Era la collana “Ritmi”. Con la sua solita dolcezza, pudore, ma anche convinzione, ci mostrò quei volumetti. Ne era orgoglioso, ma sempre in modo discreto, mai esibito, mai eccessivo. Parlava del lavoro che aveva avviato come una collaborazione: “Mi hanno chiesto di dare una mano”. Poi, dopo qualche tempo, venne “Stile libero” con Paolo Repetti. Ci eravamo persi di vista e ora ci rivedevamo nelle stanze di Einaudi dove eravamo entrambi approdati. Si fermava di colpo in mezzo al corridoio e, anche se era uno o due anni che non ci vedevamo, cominciava a parlare come se ci fossimo visti solo il giorno prima. La conversazione è stato lo stile del suo essere nel mondo. Con gli autori che seguiva, con gli amici della casa editrice, con gli amici sconosciuti e lontani che lo leggevano negli ultimi anni di strenua e indefessa lotta con il male. Sempre con dolcezza, garbo, pudore, come solo gli umbri sanno fare. “Stile libero” è stata una delle poche cose innovative in editoria negli ultimi decenni. Una pietra che rotolava staccando muffe dell’editoria, trascinando con sé una intera generazione di scrittori. Uno stile frutto del suo lavoro e quello di quel folletto che è Paolo Repetti. Coppia improbabile e insieme perfetta. Uno l’opposto dell’altro: lui silenzioso e quasi balbettante, l’altro ciarliero e ficcante. “Stile libero” è stato anche uno scandalo nella compassata Einaudi degli anni Novanta. Una provocazione continua. Il dolce Severino ha interpretato la parte dell’innovatore, quasi un’antitesi del suo carattere così antico e remoto. Lui che era nato come scrittore nelle stanze del Manifesto, autore di un sottile libro di racconti da Sellerio, ha lasciato il passo agli altri scrittori, li ha scoperti o inventati, li ha consigliati, li ha seguiti, li ha spinti a dare il meglio di sé con costanza, sensibilità, decisione. Non tutto quello che andava pubblicando mi piaceva, non tutto mi corrispondeva. “Stile libero” ha interpretato al meglio, come ha detto qualcuno, l’età dei consumi nell’editori italiana, quella della società di massa allargata degli anni Novanta e Duemila, in cui la letteratura è diventata un prodotto di consumo. Se l’ha fatto in modo intelligente e decisamente alto è merito di Severino Cesari, del suo stile e del suo metodo di lavoro. Ci siamo visti poco negli ultimi anni. Qualche scambio di email. Un paio di telefonate. Un incontro a Torino al Salone. “Ti seguo ancora, ti leggo”, aveva detto. Ogni parola era un gesto di rispetto e di affetto, una gentilezza, un’attenzione, spontanea e irriflessa come un respiro. Una voglia di vivere che era ammantata dell’ennesima grazia. Prima di questi ultimi mesi non avevo capito che la sua vita è sempre stata composta di piccole cose. Pensava e viveva intorno a frammenti di vita, frammenti di opere, frammenti di parole, che poi ricomponeva nella sua testa e che uscivano dalla sua bocca con quella forma strana e inusuale. Con un sorriso che non avevo mai visto sulla bocca di nessuno, mai piegato all’insù, come nelle faccine che oggi si usano, ma disteso, inafferrabile, enigmatico. Sarà stato così sino all’ultimo, ne sono certo. La dolcezza sino alla fine e anche dopo.

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