Simenon e la giustizia

Sono passati più di cento anni dalla nascita di Georges Simenon e il fenomeno continua. Il successo di pubblico non ha conosciuto soste, anzi sembra incontrare rinnovate fortune. Tradotto in più di cento lingue, dal cinese all’islandese, dal russo al giapponese è stato venduto in oltre mezzo miliardo di copie. 

Con ritmi maniacali, impulsivo nello scrivere quanto ricercato nei particolari, attento al pubblico quanto al denaro, curioso nel captare stimoli per le sue storie, Simenon ha prodotto qualcosa come quattrocento romanzi, per non parlare dei racconti, dei resoconti di viaggi, del lavoro come giornalista, con il proprio nome o con pseudonimi. Come egli stesso ha riconosciuto, sono “nato per scrivere”. Dopo il corpulento, solido, lento e rassicurante Maigret, il pubblico scopre i romanzi “durs”, quelli senza l’ispettore e spesso estranei al genere poliziesco, quelli su cui Simenon riversava le ambizioni di scrittore.

 

Di recente è uscito in Francia Simenon et la Justice (Encrage, Paris, 2017), saggio di due magistrati C. Guéry e A. Fabbri. Esso riepiloga i grandi temi dello scrittore e nel contempo mette a fuoco i protagonisti delle narrazioni rispetto agli snodi della vita, alle loro trasgressioni, alle risposte della collettività.

Come Simenon ha spesso ricordato, la sua attenzione si dirige verso l’uomo “nudo”, non datato, quasi “astorico”, una sorta di individuo eterno ed essenziale, attorniato dalle emozioni di sempre. Se si considerano i romanzi con Maigret, le cronologie sono indifferenti: potrà cambiare qualche dettaglio del commissariato o della casa dei coniugi Maigret, l’ambientazione fissata negli anni 50 (come la serie televisiva con Bruno Cremer) o negli anni 60 (come la serie con Gino Cervi), il telefono potrà essere più moderno, le auto più veloci, gli abiti di altra fattura, ma la sostanza non muta. 

 

In realtà però le storie sono innervate dal contingente. I protagonisti, indagati psicologicamente senza elucubrazioni, sono radicati nella società, in ambienti spesso piovosi e tristi, piatti e solitari, dove vige la struttura in classi, dominano il denaro e la proprietà e crudelmente si erigono muri tra chi ha e chi non ha. La recente riproposta de La casa dei Krull (Adelphi, 2017) è una prova letteraria sul dramma degli immigrati che non sfigura nel nostro presente. 

Non traspaiono ansie metafisico-religiose in questo pacato Dostoievskij, sono assenti idioti tormentati, santi alla ricerca della verità, individui proiettati verso l’oltreumano. Compaiono piccoli eroi, disperati immersi in una tragedia terrena, spesso emarginati, malati, perseguitati. Fanno parte della numerosa categoria degli uomini fragili, vittime di debolezze e passioni di frequente non resistibili. È l’epopea della gente minuta, sempre “testa a testa” con il proprio destino, la vasta galleria della “commedia umana” cui è stato dedicato un apposito saggio (D. Gallot, Simenon et la comédie humaine, Paris, 1999). Simenon ebbe a dire che “non ho fatto un affresco, ma solo un mosaico con minuscole tessere”. E queste tessere sono frammenti di vita comune, con individui mediocri, lontani da un mondo ufficiale invece ipocrita e perbenista. 

 

 

In questo quadro umano emerge perentoria la fragilità umana. Esiste una zona indistinta dove le sicurezze si offuscano fino a perdersi. In quel momento si presenta un’occasione che porta a cedere, a smascherare la presunzione di una forza solo apparente. Il volume dei magistrati francesi insiste in modo particolare sul “passaggio della linea”, cui Simenon ha dedicato un romanzo in lista di attesa per riemergere dal catalogo mondadoriano (La linea della fortuna, 1958). Esiste nella vita di ciascuno una demarcazione tra la condizione in cui essa scorre tranquilla e talora rispettabile, e un’altra dove invece alcuni incidenti trascinano all’improvviso l’individuo in una spirale involutiva. Là si perde la dignità e a volte la sopravvivenza, scivolando in una zona dove il confine con la legge è flebile e indistinto. È come perdere pezzi di sé, inizialmente insignificanti ma che hanno consentito di procedere secondo le regole. Poi travolgono come una valanga e la deriva, spesso angosciosa, può condurre alla trasgressione sprofondando tra i disperati e i senza futuro. L’anomalia lacera la quotidianità ed è il caso dei sospetti in una comunità puritana (La morte di Belle, 1952), dell’illusione per un’altra esistenza (Il borgomastro di Furnes, 1939), della fuga verso l’ignoto (Lettera al mio giudice, 1947), del matrimonio rotto (In caso di disgrazia, 1956), del predominio degli eventi esterni (Camera azzurra, 1963). Dopo la fiammata, tutto ritorna come prima, spesso peggio di prima. 

 

Ma permane la scommessa per un domani diverso e l’evasione rappresenta un salvataggio esistenziale. Urge scappare, fuggire, trovare un rifugio dove essere al proprio posto, “restare solo nel proprio angolo, nel proprio sudore... lasciare un mondo nero e fantomatico, un’esistenza irrigidita, la paura dell’altrui genere” (La fuga del Signor Monde, 1945).

La convinzione però di Simenon è che la forza del destino è più forte della volontà dell’individuo e che alla propria sorte non si può sfuggire. Di qui il pessimismo di Simenon: il suo mondo è quello del disincanto, in quanto manca un orizzonte lontano, il sogno è irrealizzabile. I nostri saggisti parlano anche di vena decadente nella descrizione di queste identità frantumate che vivono di sogni incompiuti, nella nausea di vivere, nella reciproca incomunicabilità di cui il sesso meccanico è la variante più evidente, nei paesaggi plumbei e mai solari.

 

In questa cornice compare la figura di Maigret, una sorta di confessore laico, senza partito, anch’egli ribelle alle regole. Come osservano i due magistrati, l’ispettore è un borghese inquieto e irrequieto, scelto come protagonista perché è in grado di entrare ovunque, senza molti complimenti ma con la sagacia dell’uomo semplice. Si presenta così come ‘riparatore di destini’.

Neanche la giustizia è di aiuto. Simenon non vi crede, perché la giustizia non può giudicare in quanto ad essa interessa il criminale “dopo” e non “prima”, non si spinge a conoscere il retroterra personale, e le motivazioni dei comportamenti non sono in grado di recuperare la “distanza” indispensabile per giudicare (p.161). Ai giudici mancano gli elementi (p.175), tuttavia non possono fermarsi, hanno l’obbligo di decidere. Del resto il loro compito è reso ancora più arduo per come l’imputato si presenta davanti a loro. E a tale proposito Gide notava, come ricordano gli autori (p.177), l’analogia con lo straniero di Camus. In particolare Jean di La vedova Couderc e Mersault di Lo straniero sono entrambi assenti, estranei ad un rituale ritenuto assurdo. Ma per Camus quell’uomo è in rivolta, fuori dalle regole mentre il personaggio di Simenon è smarrito, deragliato. O, come ammette sconsolato Petit Louis, è “sfinito” (Corte assise, 1941).

 

Anche gli operatori processuali, giudici e avvocati, non godono della fiducia di Simenon, peraltro unici ad indossare la toga, di cui invece sono privi l’accusato, i giurati e i testimoni.

I giudici appartengono a una classe sociale che non vogliono tradire e così la garantiscono. Vogliono apparire, sono accurati nel presentarsi anche fuori del palazzo, sono posti a garantire l’ordine e l’armonia a dispetto delle peculiarità dei singoli. Non suscitano empatia, non vanno “verso” l’altro, sono interessati a stare al mondo.

Gli avvocati non fanno una migliore figura, disposti a vendere l’anima per il successo professionale, avidi di denaro, privi di dirittura morale, anche loro incapaci di comprendere la persona da difendere. Talora sono pervasi da uno scatto nobile, come il protagonista di Gli intrusi, del 1938, ma sono casi rari.

Del resto il delinquente, quando commette il crimine, è già un altro, un estraneo alla società, perché l’atto criminale lo ha emarginato e su di lui è stato applicato uno stigma (p.161). Viene dipinto come mostro, complice un processo che, mai memorabile ma sempre di routine, diviene spettacolo e spettacolarizzazione.

 

Comunque non esistono soluzioni eccezionali che consentano di separare i buoni dai cattivi. Ciascuno partecipa in quota all’una o all’altra categoria, perché la legge è troppo severa per essere rispettata integralmente e il proibito esercita una seduzione spesso invincibile. E Maigret insegna che “la giustizia risolve i casi, ma non i drammi umani che restano”.

 

Il popoloso mondo di Simenon con le sue infinite maschere è in realtà spopolato. La memoria si coagula infatti su alcuni temi di fondo, che sono i fantasmi che l’hanno accompagnato nella vita.

Tra tutti, essenziale ed assorbente, il rapporto con le donne. Compaiono nei romanzi le figure femminili reali della sua vita, dalle mogli partecipi a pieno titolo della sua fortuna, alle cameriere – segretarie amanti fedeli, agli innumerevoli e disseminati intermezzi più erotici che galanti. Tra tutte la madre, fondamentale ma lontana, silenziosa ma onnipresente, a cui Simenon dedicherà la sofferta Lettera a mia madre nel 1974.

 

E Simenon vedrà nella donna un elemento oppressivo che porta alla rovina, avrà con lei nella vita un legame disaffettivo tra rapporti puramente erotici e mogli solide (Régine, la prima), contorte (Denyse, la seconda), amanti coabitanti (Boule, la cameriera) e la paziente ex segretaria (Therese, la terza).

Singolare, come notano gli autori, è che il nostro decida di smettere improvvisamente di scrivere nel 1972 poco dopo la morte della madre, come se i fantasmi del passato, quelli più invadenti, fossero spariti. Del resto “l’infanzia… perseguita tutta la vita” e “io non ho fatto altro che esternare me stesso”.

E la sua vita è stato un peregrinare continuo, un’ossessione per il viaggio, una fuga permanente dalle origini. Ha cambiato casa 33 volte, ha girovagato tra Parigi, gli Stati Uniti, l’Africa, fino a Capo Nord usando aerei, auto di lusso e barconi fluviali. Ha lasciato una quantità smisurata di fotografie che evidenziano la propensione per i particolari e per le persone comuni, come testimonia tra tutti il pregevole volume L’oeil de Simenon (Paris, 2003). 

 

La ricerca dell’altro è stata incessante, l’inseguimento di un’identità mai appagante, forse placato soltanto dall’anonimato di Losanna, ove dal 1974 andrà a vivere fino alla morte.

Purtuttavia la sua Liegi, squallida, mesta, povera, grigia, traspare sempre nei romanzi travestita da campagna francese, provincia americana, pervasa dall’aria soffocante del principato ecclesiastico a cui il nostro si ribella. La famiglia Simenon è religiosa praticante, il nonno sacrestano in una parrocchia e Georges frequenta giovani inquieti, finché a 16 anni si impiega come commesso in una libreria. Nel frattempo la madre affitta le camere dell’appartamento in cui vivono in Rue de la Loi a studenti, stranieri e viaggiatori, che Georges osserva immagazzinando frammenti di quella realtà che riverserà nei romanzi. 

Quanto Simenon è errabondo e inquieto, tanto il commissario è placido, abitudinario, affidabile. A differenza sua, coniuge instabile ed egoista, la moglie del commissario è serena, dedita, appassionata, discreta, la immancabile “signora Maigret”. A differenza sua, sessualmente ossessivo alla ricerca di rapporti preferibilmente mercenari, i romanzi con il commissario sono praticamente asessuati, senza affetti o amori impudichi.

 

Chiedersi perché Simenon venga letto, seguito e amato senza soste per così tanti anni non ha risposta univoca.

Avrà ragione lo stesso Simenon quando sostiene che “Se mi leggono vuol dire che non mi sono sbagliato sull’uomo... Se i personaggi fossero falsi, non mi leggerebbero ovunque”. Del resto aggiungeva che “ogni destino merita ed è degno di essere narrato”. 

Avrà rilevanza lo stile, ritmato morbidamente e senza aggettivi, con la cadenza del passato prossimo che sfocia nel presente senza mai divenire remoto, con una tiepida pacatezza.

Avrà pregnanza la capacità di vedere, quasi appartenesse “Scuola dello sguardo” del Nouveau Roman, la sensibilità di sentire umori e odori, l’attitudine a trasferire nella pagina l’immagine di quanto descrive come testimoniano i celebri “incipit” dei romanzi. 

Forse Simenon sarà stato, come secondo taluno, un “imbecille di genio”, ma di certo non finisce di stupire, di sorprendere. In positivo.

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