Amico che parla

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, non abbiamo solo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera, ma abbiamo pensato di organizzare dieci incontri: maestri che parlano di maestri. Nel secondo giorno, mercoledì 9 marzo alle ore 16.00, Maria Nadotti parlerà di John Berger.

 

A volte sembra che, come un antico greco, io scriva soprattutto di morti e morte. Se così è, posso solo aggiungere che lo faccio con un senso di urgenza che appartiene unicamente alla vita.


Abidine Dino viveva con la sua amata Guzine al nono piano di un HLM in uno di quegli studi per artisti che, in un certo periodo, la città di Parigi ha costruito per i pittori. Lì erano felici, ma nell’insieme lo spazio dello studio e dei suoi ripostigli non era più grande di quello a disposizione dei passeggeri di un autobus a lunga percorrenza. Traduzioni, poemi, lettere, sculture, disegni, modelli matematici, rachi, mandorle ricoperte di cacao, cassette dei programmi radiofonici in turco di Guzine, abiti eleganti (entrambi, se pur in modo diverso, vestivano con impeccabilità da stilisti), giornali, sassolini, tele, acquerelli, foto – c’era di tutto. E ogni volta che andavo a trovarli, venivo via con la testa ricolma dello spazio di vasti panorami, persino della Grande Anatolia – tale era il modo in cui Abidine e Guzine guidavano il pullman su cui abitavano.


Questa settimana Abidine Dino è morto all’ospedale parigino di Villejuif. È morto tre giorni dopo aver perso la voce e non essere più riuscito a parlare.


Una settimana fa una delle ultime cose che Abidine mi ha detto è stata: Non esagerare nel tuo nuovo libro. Non c’è bisogno di eccedere. Mantieniti realista. Lui era realista a proposito del suo cancro. Sapeva quanto fosse grave. Ma l’aggettivo da lui usato per parlare del suo stato di salute era un aggettivo che si potrebbe usare a proposito di una scarpa stretta con cui si è dovuto camminare a lungo.
Ogni immagine che mi torna in mente su di lui quand’era vivo include inevitabilmente strade, caravanserragli, viaggi. Aveva una vigilanza da viaggiatore. Come ha detto Saadi, il poeta persiano:

Colui che dorme sulla strada perderà
il cappello o la testa.

 

Abidin Dino, Partisans

Nella piccola libreria-alcova dello studio, o davanti al cavalletto portatile che di notte chiudeva, Abidine viaggiava di continuo. Dipingeva donne che diventano pianeti. Disegnava il dolore dei pazienti in ospedale come se si servisse dell’ago di un sismografo. Non molto tempo fa mi ha dato la fotocopia di alcuni disegni fatti a persone che erano state torturate. (Come molti dei suoi amici era stato in carcere in Turchia.) Guardali, mi ha detto, mentre mi accompagnava all’ascensore al nono piano, e può darsi che un giorno, da molto lontano, ti arrivi qualche parola. Forse solo una o due. Basteranno. Dipingeva fiori – le loro gole, i loro canali del Bosforo per l’amore. Quest’estate, all’età di ottant’anni, mentre si trovava in una yali, una casa sul vero Bosforo, ha dipinto una porta bianca con sopra un segno misterioso. Una porta bianca che non era nella yali, ma altrove.


Nella notte della sua morte, mi sono svegliato che non era ancora l’alba, e ho pregato per lui. Ho cercato di trasformarmi nella lente di una specie di telescopio perché da qualche parte un angelo, nell’accompagnare Abidine, riuscisse a vederlo un po’ meglio. Forse non meglio. Semplicemente un po’ di più. Poi mi sono trovato faccia a faccia con un foglio di carta bianca, così pieno di luce che non c’era spazio per nessun colore rimasto orfano.


Più tardi mi sono addormentato, nient’affatto angosciato. La mattina dopo di buon’ora Selcuk, un nostro comune amico, mi ha telefonato per dirmi che avevamo perso Abidine. (Era morto in ospedale circa due ore prima che io mi svegliassi.)
Stavolta ho pianto, sconvolto dal dolore come un cane. Il dolore è animale. Gli antichi greci lo sapevano.


Spesso, quando si parla della morte di un uomo nobile, si dice che si è spenta una luce. È un cliché, eppure come descrivere meglio il crepuscolo che le tiene dietro? Il foglio bianco che avevo visto è diventato nero carbone, e il carbone è il colore dell’assenza.


Assenza? Il segno dipinto sulla porta bianca durante l’estate mi ricordava un’altra serie di disegni e dipinti fatti da Abidine negli ultimi mesi. Erano di folle. Immagini di innumerevoli volti, distinti l’uno dall’altro, ma insieme nella loro energia simili a molecole. Le immagini, tuttavia, non erano né sinistre né simboliche. La prima volta che me le ha fatte vedere ho pensato che questa moltitudine di volti era come le lettere di una scrittura ancora non decifrata. Misteriosamente scorrevoli e belle. Adesso mi chiedo se Abidine non fosse partito per un nuovo viaggio, se quelli non fossero già i ritratti dei morti.


E in questo momento risponde alle domande, perché d’un tratto lo ricordo citare Ibn al Arabi: “Vedo e annoto le facce di tutti coloro che sono vissuti e che un giorno vivranno, da Adamo sino alla fine dei tempi”.

 

da Fotocopie (traduzione dall’inglese di Maria Nadotti).

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