Oggetti d’infanzia | Cancello

Da piccola, durante i mesi estivi, la grande aia della nostra casa veniva allestita per accogliere i numerosi braccianti che lavoravano i campi sotto la direzione del mio nonno paterno. Mangiavano in fretta seduti su cassette da frutta all’ombra degli alberi di noce, si sdraiavano per un breve riposo sull’erba o sulle stuoie di canna sparse qua e là per poi tornare presto alle loro faccende faticose. Nella calura del mezzogiorno accompagnavo spesso la nonna al limite dell’aia che si affacciava sui campi, per chiamare a raccolta i braccianti, e per aiutarla a portare i fiaschi colmi d’acqua e vino freschi. Una grande apertura delimitata da pioppi secolari separava la corte dalle terre coltivate.

 

In un sogno ricorrente che ha accompagnato per anni la mia infanzia e che mi ha fatto così spesso svegliare di soprassalto in preda al panico, vedevo su quel confine tra corte e campi, tanto innocuo di giorno, un sontuoso cancello in ferro battuto: due ante mastodontiche incorniciate in basso da un ornamento di varie file di fiori, in alto, abbellito da pennacchi a forma di fulmine, un chiavistello a capocchia quadrata lo teneva incatenato. Il cancello sbatteva per il forte vento fino a scardinarsi e aprirsi all’orizzonte sul campo di zolle scure. Io stavo lì davanti, impietrita dalla parte dell’aia, il vestito bagnato, la bocca aperta per urlare, ma nessun suono si udiva. Dall’altra parte mi affrontava l’ombra di un animale pauroso.

 

Cominciai a chiedere insistentemente ai miei che costruissero un cancello là dove lo avevo visto in sogno. Cominciai a raccogliere chiodi di ferro, avanzi di lamiera per contribuire alla costruzione. Il nonno però diceva che in campagna le aie devono mantenersi aperte e i passaggi lasciati liberi, ma lui non sapeva chi si nascondeva nei suoi campi.

 

Tanto feci, tanto dissi che una domenica d’autunno il nonno, probabilmente esasperato, probabilmente per consolare un’inquietudine fanciullesca, annodò vari fogli di rete metallica su dei paletti di ferro. Mi chiamò per finire insieme il lavoro. Finalmente il cancello stava prendendo forma, era più largo che alto, era brutto, ma io sentivo che appena sarebbe stato montato nessuna bestia ci avrebbe più assaliti. Il giorno in cui venne issato ero fuori di me dalla contentezza. Ci volle un po’ di tempo per aggiustare e oliare quei pezzi assemblati alla meno peggio, per metterlo in linea tra i grandi pioppi, per unire le due ante con una catena. Il cancello non servì a nulla. Il sogno ritornò dopo poco tempo a infastidire nuovamente le mie notti, mentre il cancello, con grande disappunto di mio padre, costituiva un inciampo al passaggio delle macchine agricole. Venne battezzato affettivamente “e scapoz”.

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