Oggetti d’infanzia | L’aeroplanino

L’aeroplanino era prestampato in metallo. A differenza delle macchinette non aveva le ruote. Era la riproduzione in scala molto ridotta di un caccia della Seconda guerra: l’ala larga e arrotondata dello Spitfire, con due cannoncini, lo distingueva dallo spigoloso nemico, il Messerschmitt, che avrebbe inoltre dovuto farsi notare per un forellino al centro dell’ogiva. Era piccolo e stava comodamente in tasca. Da lì usciva già volando, trattenuto per la fusoliera da due dita e con tutta l’autonomia del braccio per andare su e giù, passare tra le gambe dei mobili, le persone, sfiorare pali, spigoli, gerani.

 

L’aeroplanino non doveva mai posarsi in terra, o sul piano di un mobile. Temevo che avesse lo stesso problema dei rondoni. Calcolavo piste d’atterraggio e palmi di tavolo liberi per la rincorsa, ma quando mi abbassavo a sfiorare il suolo, non fidandomi, finivo per tirare a me la cloche, cabravo deciso, il muso verso il cielo. Il carrello era perduto. L’elica assente e la carlinga opaca che non si vedeva niente dentro. Mancava persino il piano di coda orizzontale: ferita di duello aereo, manovra azzardata, un’avaria che l’abilità di un asso avrebbe comunque saputo gestire con freddezza, tenendo d’occhio il livello del carburante sulla via del ritorno, la temperatura del motore, l’altitudine.

 

 

Questa riduzione delle appendici sporgenti amplificava il mistero aerodinamico del piccolo oggetto. Era così liscio e perfetto che entrava e usciva dalle tasche senza resistenza, anzi il continuo andirivieni aveva decisamente contribuito a rendere l’aeroplanino sempre più astratto e simbolico: da simulacro dello storico mezzo da combattimento, adulto e vittorioso, si era trasformato in semplice cosa o segno cruciforme nel quale far collimare i riferimenti del panorama. L’aeroplanino stava alla distanza massima di un braccio in via di sviluppo, una stellina brillante tra lo sguardo e il mondo circostante. Ogni cosa era misurata dal suo volo.

 

L’oggetto aeroplanino è poi proliferato. La sua essenzialità è diventata matrice di tanti altri oggetti complessi e auto costruiti. Nel rapido scaltrirsi delle mani e sclerotizzarsi della mente i modellini d’aereo possono difatti rappresentare gli ideali catalizzatori, i buchi neri, la palestra per l’ossessione e la mania che accomuna adulti e bambini nella fisima, nella spropositata attenzione alle sfumature, ai dettagli: dipingere l’omino nella carlinga con il caschetto color cuoio e la divisa desertica, se lo Stuka è quello in picchiata su Tobruk, altrimenti se destinato alla battaglia d’Inghilterra dell’estate del ’40… fino a mettere la sciarpa azzurra al collo del microscopico pilota incastonato nel cockpit del p-38 Lightning perché somigliasse in tutto ad Antoine de Saint-Exupéry in persona, quindi al “Piccolo principe”.

 

 Ora però questi oggetti si levavano raramente in volo, avevano carrelli aperti e ruote, sostavano affiancati sulla mensola della stanza come in un campo di aviazione piratesco. Ponevano soprattutto il problema della loro reciproca sistemazione. Il gioco stava adesso nella relazione tra gli oggetti, nello stabilire con quale ordine incastrare le ali e le eliche di uno stormo costruito secondo proporzioni, epoche, necessità che non erano mai state sul medesimo piano se non in quella specifica stanza. Era tutta un’arte di combinazioni. L’oggetto stormo superava quello del singolo aeroplanino, la compattezza e geometria dell’insieme aveva finito per prevalere sull’accuratezza dei particolari e gli studi si concentrarono da allora sull’aerodinamica di gruppo.

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