Oggetti d’infanzia | Bianco, nero e azzurro

Erano in tre, e hanno segnato la mia infanzia: gli zii di mia madre, Maria e Guglielmo, e la bisnonna Erminia. I miei genitori, d'estate, mi lasciavano ostaggio dell'affetto di quella tribù di vecchi, tra Reggio Emilia e Levanto, un po' per far fronte alle difficoltà economiche, un po' per il desiderio di quei tre di avere un piccolo sovrano da servire.

 

Erano soprattutto in due a contendersi le mie preferenze: la nonna Erminia, piccola e con i capelli bianco-azzurri, come una dolcissima fatina straripante d'affetto, e il gigantesco Guglielmo gambadilegno, un omone che (oggi posso dirlo) assomigliava a Gadda, consevatore dall'umor nero e sarcastico, la gamba portata via dalla guerra. In mezzo la zia Maria, che consapevole di non poter competere con le attenzioni che Erminia e Guglielmo mi riservavano, cercava almeno di ovviare ai disastri provocati dal cieco affetto della madre e del marito. Per esempio: nel suo temperamento anarchico, Guglielmo mi aveva insegnato a gettarmi i piatti alle spalle dopo mangiato. "Ecco, così fanno in Russia dopo che han bevuto!", e fingeva di buttarsi il piatto alle spalle: io non vedevo il trucco, e me lo gettavo per davvero dietro le spalle.

 

Dopo che si erano spaccati i primi esemplari, e dopo averci gridato dietro infuriata per le nostre risate, la zia Maria si era organizzata, e attenta si piazzava alle mie spalle per prendere al volo quell'improvvisato disco volante. Ma è proprio allo zio gambadilegno che debbo la (involontaria forse) lezione di che cosa significhino le parole "sacrificio" e "fedeltà". Lo zio era un compagno di giochi ineguagliabile, ma aveva un difetto: era juventino.

 

E io invece mi appassionai da subito alla Grande Inter di Mazzola e Facchetti. Un giorno cominciai a parlare a tavola dei miei amici, che venivano al campo indossando il completo della loro squadra preferita, dalla maglia fino alle scarpette da calcio. La richiesta era implicita: "Giusto", disse Gambadilegno, "adesso lo comperiamo anche a te!". Io ero fuori di me dalla felicità, saltai al collo dello zio e baciai riconoscente anche le due donne di casa, e aspettai tranquillo il grande giorno. Me lo trovai all'improvviso sul letto: maglietta, calzoncini, calzettoni e scarpette. Perfetto, tranne un dettaglio: la maglietta era bianconera. Era il completo della Juventus.

 

Non dissi nulla: superato lo sbalordimento, riportai il tutto in salotto. A cena nessuno parlò di calcio, le due donne non sapevano neanche che cos'era: tra me e lo zio ci fu un silenzio più eloquente di tanti discorsi. Forse non lo guardai neanche in faccia, e lui non ebbe voglia di scherzare, come suo solito. Quel rifiuto mi costò, ma il prezzo non fu più grande della gioia intima e piena di orgoglio che provai nel dire quel no.

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