Oggetti d'infanzia | La carta

Premessa: io amo la cancelleria.
Quando arrivava Stiassi era una carica straordinaria di energia. Stiassi era un re mago, quello dell'oro: portava la carta. Io non lo sapevo prima, naturalmente, ma quando il camion arrivava io lo vedevo subito perché il territorio di mia competenza, l'immenso cortile che stava tra la casa dei nonni e la mia e la cantina, era da me costantemente monitorato. Tranne quando vivevo lungo le rive del fosso, dietro la cantina, un mio personale Rio delle Amazzoni, per il resto ero sempre di guardia e niente e nessuno poteva sfuggire al mio radar. Il camion di Stiassi si vedeva bene sin dalla strada, prima del cancello d'entrata. Subito scattavo al galoppo: dovevo essere il primo a farmi vedere e a raccogliere la messe di blocchi per note, tubi di cartone da imballaggio, buste grandi, rotoli di carta crespa grezza, risme di fogli colorati, e soprattutto le agendine, di tutti i tipi, colorate e non, o con la copertina di plastica-coccodrillo. C'erano le mie sorelle e cugine, affamate di carta, ma io ero disposto a combattere per essere il primo e combattevo. Ma poi, in fondo, di cosa dovevo preoccuparmi, loro non lo vedevano nemmeno il camion di Stiassi, io sì, perché montavo la guardia, perché così fanno i soldati veri, sempre in armi. Quindi non c'era nessuno in grado di battermi sul tempo. Alle ragazze restava solo più qualche rismetta, un po' di fogli di protocollo, un paio di quadernoni da contabilità difettati e, forse, una agendina. Ma nient'altro. Io facevo il pieno, io ero il vincitore e detentore del tesoro cartaceo per i due tre mesi che sarebbero seguiti.

 

 

Il bello veniva il giorno dopo, quando cominciava il lavoro di progettazione con la carta. Anzitutto gli appunti sulle agende: una per i calcoli, una per i disegni, un'altra per le annotazioni generali sul progetto. L'armatura da guerriero dell'acqua fu uno degli apici della mia meravigliosa vita di settenne: un'armatura, con elmo e spadone e scudo e pettorale e ginocchiere per affrontare, con un'operazione d'attacco che partiva dal ponte tibetano del fosso (grande infrastruttura opera di mio cugino scout),  le pantegane più terrificanti mai viste transitare per quei territori. Erano eserciti squilibrati, il mio e quello delle pantegane, uno contro centinaia di individui delle rispettive specie, ma io avevo la carta e i cartoni di Stiassi, ne avevo in quantità e non temevo scontri con chicchessia. 

 

Il tutto si svolse prima sulla riva a sud del Rio, ma poi nel greto stesso, dalle profondità assai critiche che raggiungevano anche i sessanta centimetri. I cartoni più rigidi reggevano robustamente, le carte – quella crespa innanzitutto – erano un ottimo amalgama strutturale, nelle giunture tra pettorale e bracciali e tra ginocchiere e cosciali. Lo spadone era un triplo strato di cartone pressato e avvolto da carta gommata adesiva, roba con cui far male a un colosso. La battaglia infuriò fin dentro all'acqua, le carte via via si gonfiarono e si allentarono, ma lo spadone  resistette e picchiò duro addirittura sulla capoccia di un bel panteganone, quello del primo esemplare che precedeva la guarnigione ben nascosta alla mia vista, ma pronta all'intervento a un segnale dell'avanguardia. Ebbi come un trasalimento in quel momento, quasi di dispiacere, per quel capino.  Ma tant'è, c'est la guerre. Fu lì che mi guadagnai il fregio del guerriero, una minuscola ferita sull'alluce destro che la belva mi procurò  quando, chiusa per un attimo in un cul-de-sac, mi morse e un suo canino rimase confitto sul cuoio della scarpa. Ma le pantegane arretrarono e dovettero risolversi a pensare a una strategia migliore da sviluppare nel futuro. Quella ferita divenne una splendida cicatrice, il documento di quella battaglia . 

 

E tutto ciò ha potuto accadere solo grazie al mio “oggetto d'infanzia”, la carta, anzi le carte, che il signor Stiassi (non ho mai saputo come in realtà si chiamasse l'autista gentilissimo che mi salutava con l’affetto e la gioia preventiva di chi non vede l'ora di assistere al sorgere della felicità di un bambino davanti a un dono intensamente desiderato) mi ha con regolarità assicurato a domicilio, con la scusa di comprare del vino da mio padre, per tutto l'arco delle elementari.

 

Poi cadde l'inverno delle Medie e la notte del Liceo-Università. Sino al regno oltremondano dell'età adulta.

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