Oggetti d'infanzia | Macchinina arancione

Era il tempo della Ferrari numero 28 di René Arnoux.
Tiravo l’alfa di Mauro Baldi.
Era più cicciotta delle altre macchinine, slanciate e moderne.

 

Anzi, a ben vedere aveva l’aspetto di una macchina aggiunta un po’ per caso, per fare numero, come fosse arrivata da una collezione diversa: anche lei con scocca di metallo e componenti in plastica, ma non aveva la linea di una Formula 1, e soprattutto l’abitacolo non era vuoto, c’era l’omino infilato dentro, un pezzettino di plastica monocromo dalla forma improbabile, senza disegno alcuno a restituire le fantasie del casco.

 

Ma quel pezzo di plastica era il pilota, senza dubbio, pilota di quella macchina tutta arancione con il musetto più grosso e con il fondo accidentato, che risentiva maggiormente dell’attrito della moquette: a differenza delle altre macchinine non scivolava via silenziosa, il rumore delle ruote che giravano era percepibile, e soprattutto erano possibili improvvise e ingestibili deviazioni.
Insomma: io tiravo dritto, ma lei faceva un po’ quello che capitava, in evidente stato confusionale e non come gesto di libertà e ribellione.
Tiravo, dicevo, questa macchinina cicciotta.

 

In verità non mi era assegnata una macchina precisa, la disposizione sulla griglia di partenza era quella ufficiale, delle prove del campionato di Formula 1 che seguivamo anche quando questo significava alzarci alle cinque del mattino, tutti sdraiati – sì, mamma e papà compresi – sul divano in pigiama: “a vedere l’effetto che fa”, mi verrebbe da dire.
Preparavamo il circuito nello spazio rivestito di moquette che avevamo a disposizione per giocare, occupato per lo più da mattoncini di lego in disordine e pezzi di meccano (e le bambole? dove diavolo erano le bambole?) e disponevamo i “ferri” in modo da disegnare il circuito: Monza, Hockeneim, Imola o Silverstone. Questi “ferri” erano delle barre di alluminio lunghe poco meno di un metro ciascuna, e larghe circa tre centimetri, che papà aveva recuperato non so dove proprio perché avessero questa funzione di cordoli.

 

Io, dicevo, non tiravo delle macchine precise. Tiravo le ultime sei, emozionata per quel tanto di responsabilità in un gioco così serio con conseguenze così importanti per la vita del mio fratello più grande (sì, lo so: ignara delle ripercussioni che avrebbe avuto nella mia vita questo giocare alle macchinine, questo tirare le ultime sei, questo dover fare per bene il compito che mi veniva assegnato).
E comunque tra quelle ultime sei, Mauro Baldi, mi perdoni che lo ricordo così, figurava sempre.
Quindi era nei fatti: tra me e quella macchina infelice si era creato un rapporto speciale, arrivo quasi a pensare che se un giorno Mauro Baldi si fosse piazzato in pole-position, Paolo mi avrebbe detto che avrei dovuto tirarlo io: con un po’ di imbarazzo, certo, ma con la certezza di fare la cosa giusta.
Mauro Baldi non ci ha mai giocato questo brutto tiro, e io sono stata sempre tranquilla, a carponi dietro mio fratello con le ginocchia bruciate per l’attrito sulla moquette.

 

Di tutto questo la cosa buffa è questo “tirare”: si facevano scivolare le macchine, l’attrito aiutava a che non percorressero tutto il rettilineo in un lancio soltanto, come fossero state biglie pronte a scivolare via. Tutto sembrava molto corretto, affidato all’oggettività del gesto, lasciate fuori da questo procedimento le nostre personali passioni: se doveva vincere la Mclaren c’era poco da fare, il “tiro” e il suo imperscrutabile ordine non potevano essere messi in discussione.
È che, soprattutto per via di Mauro Baldi che all’improvviso curvava come agganciato e trascinato da un filetto di moquette, io avevo sempre un po’ di paura di sbagliare a tirare. Ma che diavolo vuole dire? Come si sbaglia un movimento con il braccio tanto semplice? Avevo paura che andassero fuori, sui cordoli, scomponendo i “ferri”? Avevo paura di lanciare troppo forte e sorpassare? E poi, beninteso, se anche una delle mie sei macchinine ultime della griglia stupiva il pubblico con una implacabile rimonta, alla soglia del -6 passava nelle mani esperte di mio fratello.

 

Oggi mio fratello custodisce in bella mostra nel suo studio le miniature di tutte le Formula 1, dipinte pezzo per pezzo e incollate a mano. Gli è bruciata la cucina di recente: un disastro. Ho trovato piuttosto curioso che l’unico posto dove la fuliggine non si è infiltrata sia proprio sotto quelle teche. In tutta la casa, madeleine, lo stesso odore di bruciato delle nostre ginocchia consumate, i giocattoli delle bimbe ricoperti di polvere nera, così come i tasti dei computer.
Ma le macchinine no: lì a guardarmi, lucide come sempre, mentre attorno mi scrutano, severe e nere di polvere, anche le gonnelline rosa delle Barbie che regalo compulsivamente alle sue due figlie, che pettino con codini e fiocchetti lilla, ricopro di “con questo vestito sei bellissima” e bacio e abbraccio prima di salire sulla mia Transalp, con il mio casco scuro, indossando i jeans, la felpa e le scarpe da tennis un po’ sporche.

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