Oggetti d'infanzia | Puffi

Un’enorme scatola di cartone, riempita fino al bordo con degli esserini blu, intervallati da qualche tonalità di rosso. Per la precisione sono cento; d’ogni tipologia e professione. Lo so per certo, perché spesso, una volta imparato a contare, li mettevo in fila e controllavo che nessuno mancasse: allineati, dieci per dieci, come tanti soldatini.
Cento piccoli puffi. La collezione più preziosa, verso la quale nutrivo una gelosia folle. Ricordo perfettamente il giorno in cui un cuginetto più piccolo venne in visita. Malvolentieri, e naturalmente sotto stretta sorveglianza, gli permisi di giocare con i miei amati. Ma fu un errore! Il piccolo mostro tentò di intascarsi una puffetta infermiera e un puffo pagliaccio. Ovviamente me ne accorsi all’istante e mi fiondai su di lui, strappandoglieli di mano. Richiamata dalle urla, mia madre cercò di convincermi a regalarglieli, dopo tutto io ero la più grande e quindi la più ragionevole. Niente da fare! Come punizione mia madre per quattro mesi mi proibì di acquistare nuovi puffi.

Ogni mese, infatti, un prezioso puffo veniva ad arricchire la mia collezione. In realtà alcuni degli amici blu risalivano alle generazioni precedenti, dato che li avevo ereditati dai miei fratelli, ed era ben visibile quali fossero gli “anziani”, perché erano di un colore sbiadito, quasi azzurro. Alcuni erano sporchi, di un sudiciume antico, di quelli che non riesci più a togliere. Mio fratello, infatti, un po’ macabro, aveva l’abitudine di celebrare funerali puffeschi e così il prescelto di turno veniva sepolto sotto terra.
I miei giochi con gli ometti blu erano di altro genere. Naturalmente mi lasciavo influenzare dai cartoni animati che trasmettevano in televisione e riproducevo l’infelice battaglia di Gargamella contro i puffi. A dire il vero nella mia versione qualche volta il mago pasticcione riusciva nel suo intento di cucinarsi un puffo. Generalmente, però, mi divertivo a sistemarli nei cartoni vuoti delle uova, immaginando che fossero al cinema, al circo o a teatro. Una volta accomodati, iniziava lo spettacolo e, sulle note delle arie cantate da Pavarotti, si esibivano i puffi che non avevano trovato posto tra le fila del pubblico. Così trascorrevano pomeriggi interi.

Mi bastava davvero poco per divertirmi e non ero particolarmente desiderosa di possedere i prodotti che le industrie di giocattoli s’inventavano per attirare i piccoli consumatori. In tal senso, a me bastava un puffo al mese e le mie scatole di cartone.
Tuttavia, un anno a Natale, i miei genitori mi regalarono una bellissima casa delle bambole. Forse inconsciamente volevano sviluppare il mio senso materno – o più malignamente casalingo. Dopo una settimana appena, le dolci bamboline erano state sfrattate dalla casa per permettere ai puffi di trasferirvisi. I nani blu in quegli spazi raffinati si muovevano sgraziati, urtando in continuazione i mobili, ma ai miei occhi quello era il loro posto. Ben presto la villa divenne il set di incredibili avventure, di appassionati melodrammi e di horror sanguinolenti. E immancabilmente, seduti nelle scatole di cartone, i puffi che non ce l’avevano fatta a diventare degli artisti applaudivano entusiasti le opere dei loro amici.

Se penso a quello che faccio oggi, al mio tentativo di percorrere la strada del teatro raccontando storie ad un pubblico in carne ed ossa, posso davvero affermare che i giochi dell’infanzia – e in particolare i puffi – siano stati formativi e indicativi delle mie passioni di adulta. Per fortuna, non per tutti i giochi della fanciullezza si trasformano in professioni: mio fratello oggi cura le persone, invece di organizzare i loro funerali.
Se possiedo ancora i miei puffi? Purtroppo ho dovuto cedere la mia collezione ai nipoti – solo in prestito però! A tempo debito, quando avrò un figlio, andrò a bussare alle porte dei miei fratelli a reclamare la collezione di puffi, sperando che nel frattempo si sia arricchita di nuovi esemplari.
 

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