Oggetti d'infanzia | Vecchie biciclette

Ogni sabato, dopo aver pranzato , ci dirigevamo con mio padre verso il mondo bucolico che si svelava a tre minuti di macchina dalla zona urbana in cui abitavamo.
Proprio all’inizio della pianura, tenuta ancora a campi vigne e orti, abitavano in una grande casa colonica gli ultimi due fratelli della mia nonna paterna, lo zio Nino e la zia Sandra, dell’antica famiglia gli unici ancora vivi, e soprattutto gli unici a non essersi mai mossi da quell’abitazione, contrariamente agli altri fratelli che macinati nel rullo compressore del secolo breve si sparpagliarono tra miniere e cave, buone per infilarcisi o da far saltare con la dinamite.

 

Costoro io non li conobbi mai: uno morì per mali da lavoro, l’altro cadde da un treno di ritorno dal Lussemburgo, le brevi indagini lo definirono vittima d'una rapina, ma il portafoglio con la paga di minatore fu riconsegnato in valigia con tutta l’altra roba. Su di loro avevo sentito storie affascinanti, crudi scioperi e fredde partenze, vite lontane e difficili. Si raccontava, però trovarne una prova o un segno tangibile era difficilissimo.

 

A guardare sotto il pergolato d’uva bianca, tra le bigonce stese ad asciugare e l’insalata spumeggiante, il ricordo dei morti non era visibile né pareva aver lasciato segni particolari. Chissà, forse un traliccio o il carretto erano stati saldati dalle loro mani, o la motozappa arancione era stata un loro acquisto, anzi, quei pochi segni del progresso che sbucava tra il verde delle siepi erano certo opera loro, ma tutto si perdeva tra la verzura, i pampini e le bestie del pollaio: insomma c’era troppa vita presente e attiva perché l’attenzione si volgesse a quella passata e ne fissasse il ricordo.

 

Il segmento che il transito di quelle vite aveva rappresentato si perdeva in quel marchingegno inesorabile che è la natura, e chiedere al fratello rimasto non serviva granché, fin da piccolo Nino interagiva sapientemente con quel divenire continuo per poter ricavare qualcosa da ogni stagione, e la memoria si raggrumava, fuor dal fare pratico dell’orto, in cortesi “sì”, “no”, “ eh beh”.

 

Per trovare scarnificati segni che raccontassero delle esistenze di quella casa bisognava entrare nella capanna dell’aia, là dove un camino aveva annerito ogni cosa come in una notte scenica, e nel profondo nero, tra il nero su nero, si sarebbero potute osservare delle vecchie biciclette appese. Erano i mezzi antichi dei fratelli, ossidati e impressi nella caligine, coperti da un sudario di ragnatele spessissime; spiccava il caucciù dei copertoni: ormai fossile e diventato d’un lugubre giallo. Di quel colore la mia mente decretò fossero i corpi senza vita, seppure ancora non ne avessi mai visti.

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