Tavoli | Guido Scarabottolo

Non abbiamo bisogno di un letto a baldacchino per sognare: i sogni vengono meglio se si sta sdraiati su una vecchia coperta, e una coperta stesa in un prato è anche il posto ideale per guardare le stelle. Le cose che si muovono dentro di noi, che siano visioni attraenti, mostri di cui non riconosciamo le fattezze, paesi lontani che abbiamo solo sentito nominare, grumi intricati di desideri e idiosincrasie senza forma, possono stare nelle pagine di un taccuino molto piccolo prima di prendere i contorni con i quali si mostreranno agli altri, in una mescolanza di pensieri. E intanto, in una pagina bianca, possiamo stendere un elenco pulito di impressioni (quasi una poesia), affidarci a pochi tratti di matita, a un numero limitato di colori. Forse Guido Scarabottolo comincia così a fare qualche passo sul limite di quegli abissi che si chiudono alle nostre spalle quando ci svegliamo al mattino, lasciandoci solo qualche traccia da seguire pazientemente: si accosta alla forma dei sogni in uno spazio semplice, disadorno, circondato da oggetti che hanno preso col tempo qualcosa della sua anima e per questo vuole tenerli con sé come sono, senza farsene un vanto.

 

Spazio nudo, mentale, spirituale, il tavolo che vediamo in questa fotografia, spazio di pensieri da mettere sulla carta in figure e colori che aspettano di essere condivisi. Dietro il tavolo c’è una scala rossa, ai piedi del muro bianco una sagoma nera. Immaginiamo che ci sia un momento in cui le fantasie solitarie hanno bisogno di corpi che salgano su quella scala, incollino grandi fogli alla parete, ritaglino le sagome da una lastra di compensato, come nell’officina di un artigiano. L’usura del pavimento ci dice che in quello spazio si cammina molto, ci si alza e ci siede frequentemente su sedie rigide, giusto il tempo di capire cosa bisogna fare quel giorno a bottega. Tante sedie parlano di un lavoro che comincia in solitudine, ma arriva a compimento con l’aiuto degli altri, persone con cui parlare, scambiare idee, urtarsi negli spazi stretti, sostenersi mentre si sta in bilico sull’ultimo gradino di una scala. Tavolo di poche pretese e di grandi slanci del cuore, quello di Guido Scarabottolo. Illustratore.

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