Storie di ordinaria estraneità

Negli anni del primo dopoguerra, il riscatto di una nazione sconfitta arrivò inaspettatamente dal cinema, che divenne proprio in quegli anni un fenomeno globale, la principale fonte di svago di un mondo che ricominciava a vivere. Nessuno però aveva mai sentito parlare di quello italiano, che di svago ne offriva ben poco. I film di Rossellini, De Sica, Zavattini e di tutti quelli che seguirono, aprirono la strada a una nuova idea dell'Italia dopo vent'anni di fascismo. Fu chiamato neorealismo, un cinema girato tra città distrutte e campagne sconvolte dal passaggio del fronte, con attori presi dalla strada e che raccontava storie di vita quotidiana: bambini lustrascarpe, operai disoccupati ladri di biciclette, le vicende della guerra e le macerie morali da cui ripartire. L'urgenza di dire è il motivo per cui continuiamo a rivedere quei film che hanno fatto scuola in tutto il mondo e che hanno ispirato tante declinazioni del neorealismo.

 

È inevitabile richiamare quel modo di fare cinema quando si parla del lavoro di Leonardo Di Costanzo, che nasce documentarista ed è passato al cinema di finzione (categorie in verità un po' logore) con L'intervallo, acclamato in giro per il mondo: la vicenda di due adolescenti che, per un momento, sembrano essere liberi da un destino che già li opprime. Napoli e il sistema della malavita stanno sullo sfondo - o meglio, fuori dal film - ma sono una presenza incombente, che tutto condiziona.

 

 

C'era naturalmente molta attesa per la nuova opera di Leonardo Di Costanzo, a cinque anni di distanza da L'intervallo: un termine di paragone che pesa. Ma il regista, pur lavorando negli stessi luoghi (la periferia napoletana), con attori non professionisti e una squadra in buona parte confermata (sceneggiatura di Maurizio Braucci e Bruno Oliviero, montaggio di finissima fattura di Carlotta Cristiani), realizza un film che ha un timbro diverso, più pessimista, ma che raggiunge un umanesimo ancora più profondo, perché le parti in gioco ora sono ora di più. Ne La regola del gioco, Jean Renoir diceva che il dramma, nella vita, è che ognuno ha le sue ragioni. E i dilemmi morali sono il cuore de L'intrusa.

 

La storia è presto detta: in un centro per bambini alla periferia di Napoli, oasi di pace in un quartiere degradato, arriva Maria, la giovane moglie di un boss di camorra, con una figlia piccola e uno neonato. Trova rifugio in una casupola nel giardino del centro. Non sappiamo perché abbia deciso di stare lì, apprendiamo poi che il marito è in carcere a seguito di delitti efferati e che lei non va d'accordo con la suocera. Chi ha deciso che può restare è Giovanna - una magnifica Raffaella Giordano, figura storica della danza d'avanguardia, la cui settentrionale intonazione profonda, a contrasto con la polifonia in lingua e dialetto napoletano, è il sound, la linea continua, del film - che ha creato questo centro e ne è la carismatica figura di riferimento.

 

La bambina, molto sospettosa dapprima, viene un po' alla volta coinvolta nelle attività del centro. Parla con gli altri bambini, che sanno benissimo che è la figlia di un piccolo boss, ma la accettano fra loro. Chi non è d'accordo sono le madri, i dirigenti scolastici e, infine, i collaboratori di Giovanna. Tutti affezionatissimi a lei, ma che le aprono gli occhi sul fatto che accettare quella presenza estranea significa infrangere le regole di una comunità, venire a patti col sistema. D'altra parte, per Maria prendersi una pausa dallo spietato sistema familistico - così sembra pensare Giovanna - è l'unica via di scampo.

 

 

Il film ha un avvio lento, descrive i luoghi dell'azione poco alla volta (belli come sempre i disegni di Gabriella Giandelli, che fanno da quinta all'azione), presenta i personaggi di scorcio, fino ad arrivare all'incontro/scontro tra Giovanna e Maria, Giovanna e la bambina. I primi piani intensissimi svelano l'enorme tensione che sta soprattutto nel non detto. Maria abbandonerà la comunità di soppiatto. Il film finisce con una grande festa che scioglie la tensione ma lascia aperti tutti gli interrogativi. Chi è l'intrusa? Maria che ha mandato all'aria la vita di una comunità di frontiera? O Giovanna, corpo estraneo in un mondo in cui le regole non scritte resistono persino alla volontà di una leader?

 

Leonardo Di Costanzo è regista troppo accorto per offrire una risposta a questi interrogativi. Gli preme mostrarci come l'incrocio dei destini individuali si scontrano con un mondo dove le nostre vite sono sempre più prigioniere, dove l'anelito di libertà individuale è soffocato dalla società quando cerchiamo di ribellarci, di prendere in mano il nostro destino. Il suo è un cinema adulto che chiede a chi guarda di interrogarsi. Non offre soluzioni.

 

Non prende le scorciatoie che l'effetto Gomorra ha provocato, non ci sono morti ammazzati, non c'è l'epopea della malavita. Preferisce descrivere il mondo di Giovanna - una figura che ha delle affinità con Fabrizia Ramondino negli anni dell'impegno sociale, un animo aristocratico nel fare il bene ma anche la difficoltà della condivisione - che, spiega il regista, potrebbe essere l'avamposto del nostro futuro, delle infinite mediazioni che la complessità della società del domani ci chiederà. Dal documentario Di Costanzo ha portato con sé la verosimiglianza dei luoghi, delle facce, delle piccole azioni - un calcio a una palla - che spiegano più di tante parole. Una lezione di verità.

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