Sulla peste digitale e il libro di carta

Sul “Sole 24 ore” del 24 marzo (ma alcuni spunti erano già sul “Foglio” del 6 febbraio) Alfonso Berardinelli parla della crisi dell’editoria e della critica letteraria, che per lui vanno di pari passo: nello scenario editoriale degli ultimi anni il libro è diventato un’entità intoccabile e indiscutibile, e in questo cieco protezionismo la critica che non ha paura di criticare vede ridotti i suoi spazi fin quasi a nulla, mentre l’unica critica lecita è quella, del tutto inoffensiva, che fa in sostanza pubblicità fingendo di essere altro. In questa analisi, grosso modo condivisibile, attira l’attenzione un’affermazione apodittica posta al principio di tutto il ragionamento: "Quando il mercato librario cominciò a entrare in crisi con l’arrivo dei media elettronici, il problema diventò quello di vendere e di vendere molto". Dunque la causa del declino che da circa otto anni interessa l’editoria italiana sarebbe questo soggetto indistinto e indefinito, i “media elettronici”, nel quale, si può intuire, rientra tutto il caleidoscopio di opportunità digitali che sta erodendo il tempo dedicato ai consumi culturali nobili, e in primo luogo la lettura. 

 

Nella sua convinzione Berardinelli non è solo: direi anzi che questa forma di brutale determinismo tecnologico è condivisa, in modi più o meno sfumati, da una parte importante e influente di critici, opinionisti, giornalisti e dirigenti editoriali (del resto anche le vittime meno inconsapevoli dell’intossicazione digitale sono spesso le prime a rimpiangere i sé stessi di qualche anno fa, liberi dalla schiavitù dello smartphone). Viene da pensare a quel Ludovico Settala del XXXI capitolo dei Promessi sposi, protofisico autorevole, che durante la peste vide bene il pericolo e si adoperò a salvare vite, ma al tempo stesso contribuì a far accusare, torturare e bruciare come strega una cameriera, il cui padrone pativa strani dolori di stomaco. Quel medico, scrive Manzoni, “partecipava de’ pregiudizi più comuni e più funesti dei suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma senza allontanarsi dalla schiera”. Così questi uomini di cultura che riflettono sullo stato dei costumi, prodotti e consumi culturali italiani sono avanti a tutti (per intelligenza, esperienza, arguzia) e dicono molto di vero, ma sono incapaci di liberarsi dai pregiudizi che derivano, in sostanza, dall’essersi formati dentro un sistema culturale poco adatto a comprendere quello che sta accadendo in una parte di mondo sempre più invadente e sempre meno virtuale, e reagiscono spesso con un massimalismo antitecnologico che è di fatto una forma di populismo. La nuova strega sono i “media elettronici”, causa pressoché unica della peste digitale che sbriciola i cervelli e rischia di lasciare senza lavoro i critici e gli editori. 

 

Credo che il problema principale dell’assunto di Berardinelli e di molti altri assunti analoghi stia, prima ancora che nella loro verità, nell’approssimazione con cui vengono definiti i contorni del “nemico”. E questo proprio nel momento in cui tutti coloro che, per ragioni professionali o personali, hanno qualcosa da dire riguardo le sorti del libro e della lettura dovrebbero sentire la responsabilità di vietarsi ogni vaghezza e affilare lo sguardo in merito a ciò che accade in rete, a maggior ragione se si pensa che stia lì il nodo del problema (questa richiesta, mi sembra, non è troppo diversa da quella che Berardinelli fa per l’ambito letterario). Parlare di “media elettronici” come causa della crisi del mercato librario non ha più senso di quanto ne abbia il dire che la guerra in Siria è provocata dagli esseri umani. La rete non è un continente unitario, ma un insieme di continenti che si creano, si uniscono e si separano in una metamorfosi continua, dove agiscono tendenze in parte sinergiche e in parte opposte, e dove “lettore” e “non lettore”, “libro” e “non libro” possono significare, anche contemporaneamente, cose diverse fra loro e diverse da quelle a cui siamo abituati. L’altro corno del problema è che gli strumenti tradizionali di osservazione sistematica dei comportamenti sono sempre meno in grado di restituire un quadro oggettivo dei fenomeni della rete, che accadono in tempi, modi e dimensioni in gran parte fuori dalla nostra possibilità di monitoraggio e controllo (la gran mole di tracce che lasciamo nel corso della nostra vita digitale è gestita in maniera non trasparente, e dunque è come se non esistesse, o è fuorviante). Eppure tutte queste difficoltà non esimono dall’impegno di capirne di più, ma anzi lo rendono più urgente e necessario.

 

È vero dunque che negli ultimi anni il libro è diventato (più di quanto già non fosse) un idolo laico, ipostasi di un sistema di valori minacciato da una nuova barbarie ipertecnologica, patria dell’uomo di cultura e in quanto tale oggetto da difendere a tutti i costi e al di là del merito. Come sempre, prima si vince la guerra e poi si discute del perché, con chi e contro chi si è combattuta. L’argomento che continua a essere il più convincente per una larga fascia di pubblico riguarda i pregi del libro di carta come interfaccia materiale, come contenitore; ma non tanto per i motivi specifici che rendono ancora oggi la lettura su carta più appagante e funzionale della lettura a schermo (e ce ne sono diversi); il punto è la percezione soggettiva del valore, la possibilità di stabilire con lo strumento di lettura un rapporto emotivo prima ancora che intellettuale. Il carisma del supporto prevarica il contenuto, fino a renderlo quasi un pretesto.

 

 

Un articolo di Paula Cocozza (How eBooks lost their shine) uscito poco meno di un anno fa sul “Guardian” commenta l’arretramento della lettura digitale negli USA (in realtà discutibile) e la parallela ripresa del cartaceo con queste parole (il corsivo è mio): “Another thing that has happened is that books have become celebrated again as objects of beauty […] Once upon a time, people bought books because they liked reading. Now they buy books because they like books”. Un tempo si compravano i libri per leggerli, ora si comprano perché sono belli, e gli editori si impegnano a farli sempre più belli e seducenti alla vista e al tatto, anche per segnare la distanza dal ben più rozzo libro digitale: questa, che l’articolista celebra come una rivincita del cartaceo dopo tanti anni di ripiegamenti forzati, a guardar bene rischia di essere una gloria effimera, e dovrebbe suonare come un segnale di allarme per tutti coloro che fanno libri non soltanto per decorare gli scaffali. Nel XV secolo molti copisti reagirono alla minaccia del libro a stampa calcando la mano sulle caratteristiche che la nuova tecnologia non riusciva a eguagliare: miniature elaborate e coloratissime, calligrafia esasperata: in una parola, allora come oggi, l’alta definizione rispetto la bassa definizione del nuovo medium, per citare un recente libro di Massimo Mantellini; i codici erano senza dubbio più belli, più preziosi, più piacevoli da guardare e sfogliare dei primi incunaboli; ma non bastò: non sempre, e non in tutte le fasi di passaggio fra tecnologie l’alta definizione è un valore assoluto, o sufficiente a determinare una scelta.

 

Peraltro, se ogni medium è la rimediazione di un altro medium (ovvero il nuovo medium imita il precedente per incorporarlo e progressivamente sostituirlo), nel primo periodo il confronto è a portata di mano ed è piuttosto semplice per i detrattori evidenziare i limiti della nuova tecnologia e nasconderne, sminuirne o svalutarne i vantaggi; ma nel medio termine i vantaggi emergono, e i limiti vengono superati, o ci si abitua perché i vantaggi sono, comunque, superiori agli svantaggi. Come ai tempi di Gutenberg, anche oggi si tende a far leva su elementi estrinseci, lasciando in ombra la prima ragione d’essere del libro: il contenuto. È come se per amare un libro non fosse più necessario leggerlo, ma bastasse averlo, oppure leggerlo male, o solo in parte (e leggere libri mediocri o pessimi fa parte dello stesso quadro). Più la nostra vita intellettuale si impoverisce, più si cerca di reagire nascondendo a noi stessi prima ancora che agli altri questo impoverimento, e il libro (ma il libro di carta, ben piantato sulle mensole) è ancora oggi lo strumento più efficace per affermare uno status intellettuale. Al contrario (è fin troppo banale dirlo) per il lettore vero, per chi, cioè, acquista o comunque si procura un libro in base a priorità di contenuto, la scelta di dove leggerlo, se su carta o in digitale, non è certo irrilevante, ma è comunque secondaria rispetto alla possibilità di leggerlo (possibilità economica, disponibilità materiale, comodità d’acquisto, di conservazione, di consultazione; ma anche senso di responsabilità per l’ambiente e le risorse, che attualmente pesa poco o nulla, ma dovrebbe).

 

La modesta ripresa, in Italia, della vendita di libri nei canali trade (+ 2,5% a valore nel 2017, + 1,2% a copie secondo i dati AIE), accanto al calo del numero dei lettori, che continua (40,5% nel 2016 secondo i dati Istat) è, io credo, e con un paradosso solo apparente, un ulteriore indicatore della marginalizzazione della forma libro, e quindi di crisi strutturale delle forme di lettura tradizionali. In altre parole, il libro si sta progressivamente spostando in zone sempre più lontane dal proprio originario centro di senso, nelle quali potrà essere facilmente sostituito da altro senza percezione di perdita: questo movimento può dare l’impressione di un dinamismo positivo, ma è il contrario. Allo stesso modo lo stallo, il rallentamento o l’arretramento che più o meno ovunque sta avendo il libro digitale, perlomeno quello distribuito dai grandi editori (in Italia + 3,2 nel 2017, rispetto al + 21,6 del 2016: dati AIE) non è da festeggiare con un trionfalistico Print is back, come se fosse la dimostrazione che l’eBook è un fenomeno transitorio (ovvero nel modo in cui l’hanno commentato pressoché tutti i Ludovico Settala dell’editoria). La maggior parte dei libri elettronici che formano oggi l’esiguo 5,2% del mercato sono incunaboli digitali che cercano di ripetere da vicino il libro tradizionale: sono a tutti gli effetti libri, anzi moltissimi sono libri cartacei digitalizzati, e del resto il carattere primitivo dei formati più diffusi renderebbe difficile fare qualcosa di troppo diverso; il passaggio dalla carta al supporto elettronico è nella maggior parte dei casi un processo banale, a ribadire il fatto che sono entrambi parte dello stesso universo teorico, e l’esperienza di lettura migliore si ha su strumenti dedicati (eReader) con una tipologia di schermo (eInk) che pur col grande limite del bianco e nero cerca di replicare nella maniera più fedele possibile le caratteristiche della carta (non è retroilluminato, non stanca la vista nella lettura protratta).

 

La maggioranza di quanti leggono libri digitali legge anche libri cartacei, scegliendo a seconda della convenienza, della tipologia di libro, di fattori certamente anche emotivi, ma non soltanto emotivi. Insomma sono lettori veri, certo più veri dei lettori per i quali la carta è ormai poco più di un feticcio: il problema è che sono sempre meno. Se nel XV secolo la forma libro era in ottima salute e proprio la rivoluzione tipografica contribuì in maniera determinante a diffonderla e quindi ad aumentare la richiesta, la rivoluzione digitale si colloca al contrario in un periodo in cui il libro vede il proprio ruolo notevolmente ridimensionato, parallelamente al crescere di una pigrizia intellettuale che cerca ovunque il più comodo sfogo. Eppure è sbagliato affrettarsi a collegare le due cose in maniera meccanica, e dare per scontato che la crisi del libro sia provocata dai media digitali: prima di tutto, lo si è già detto, perché i media digitali, senza ulteriori specificazioni, non sono una categoria utilizzabile per costruirci sopra dei ragionamenti. Tutti i fenomeni esaminati fin qui, per l’ambito del cartaceo e del digitale tecnicamente ma non ontologicamente disruptive, partecipano della crisi, organica e di lunga durata, della forma libro, non come supporto, ma come modalità privilegiata di creazione e di trasmissione del sapere. Il libro digitale, quel 5,2% di cui si è detto, fa ancora parte della stessa tradizione culturale e di questo mercato editoriale; eppure, nello stesso momento, appartiene a una dimensione “altra”, nella quale si sta sempre più ridefinendo la lettura e in generale il consumo di contenuti, in modalità quasi del tutto fuori dal controllo degli operatori tradizionali, e soprattutto sempre più frammentate, sempre più lontane dalla cultura della complessità di cui parla Gino Roncaglia nel suo ultimo lavoro, e di cui il libro è stato e in parte è ancora l’espressione più alta: perdere di vista il libro digitale significa, per un editore, perdere di vista il proprio core business e pregiudicare il proprio futuro; frenarne artificiosamente la crescita, come molti fanno e alcuni orgogliosamente rivendicano, significa contribuire per la propria parte alla crisi del mercato, di un modello culturale, di un tipo di lettore; e proprio del lettore più vero e sincero, che andrebbe studiato e corteggiato e non colpito col fuoco amico, perché è l’unico che può aiutare chi pubblica libri a non imbalsamarsi nel presente, e a connettersi a nuovi possibili spazi di progetto, se ancora sono possibili. 

 

Mentre lo scrivo, mi fa un po’ impressione che si debba ripetere ancora oggi quello che già era chiaro cinque anni fa; rispetto ad allora, possiamo forse lasciarci alle spalle con minori ansie un ultimo specioso assioma: come il libro è altro dal contenitore, allo stesso modo il libro non è l’editore, e meno che mai quel pugno di cinque editori che da soli fanno oltre il 60% di questo mercato stanco e fragile. La maggior parte di loro ha già completato una sanguinosa resa dei conti interna per adattarsi al nuovo contesto economico, o sono sulla buona strada; ma raramente questo processo di ridimensionamento e ricambio ha toccato i piani alti. Sempre disponibili a fraintendere segnali ambigui e a ignorare segnali chiari, scarsamente inclini alla critica e ancor meno all’autocritica, credono che il peggio sia passato, e si godono il loro personale ritorno all’ordine. In Fiesta di Hemingway c’è questo interessante dialogo: “‘Come sei finito in bancarotta?’ domandò Bill. ‘In due modi’ disse Mike. ‘A poco a poco e poi all'improvviso’”. 

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