Sylvia Plath nei versi di Ted Hughes

“È solo una storia. La tua storia. La mia storia”

Il 29 gennaio 1998, in maniera del tutto inaspettata, sorprendente – come era del resto nella sua indole –Ted Hughes dà alle stampe la raccolta poetica intitolata Birthday Letters; una raccolta, l’ultima della sua brillante carriera da Poeta Laureato inglese, in cui lo Hughes poeta rivela la sua sensibilità di uomo, o meglio, in cui la sua sensibilità di uomo e di poeta si intersecano, magistralmente. È una sensibilità la sua, un poco grossolana, grezza, come si addice, dopotutto, al tentativo che un uomo può fare di avvicinarsi al mistero della femminilità, a quel mistero che è stata e resta sua moglie, Sylvia Plath. Ci prova Hughes, cerca di avvicinarvisi in punta in piedi, ma è massiccia la sua personalità, quasi prepotente, al punto che conviene dichiararsi da subito in difetto, ammettere che dopotutto sì, in qualcosa si è mancati, che qualcosa è sfuggito. C’è una differenza tra loro, una diversa postura che è, in ultima istanza, quella diversa posizione che l’uomo e la donna assumono più o meno inconsciamente, ed è a partire da questa sua differente postura che Hughes scrive a Sylvia. «Eri rinchiusa, boccheggiante, in una camera dove io non potevo trovarti, o anche solo sentirti, e tanto meno capirti», così recitano i versi di The Rabbit Catcher. C’è, in altre parole, una incomunicabilità di fondo che nessuna passione o ardore sono riusciti a sanare, ma che forse, a posteriori, ora che i giochi sono fatti, è possibile perlomeno dichiarare.

 

Hughes sceglie di pubblicare la sua raccolta proprio in quella data, giorno nel quale, a suo avviso, l’allineamento di Nettuno sotto il segno dell’Acquario avrebbe garantito ottimi auspici, a conferma di quella sua attitudine sciamanica, attenta alle corrispondenze alchemiche, magiche, un’inclinazione che era già peraltro diventata cifra della sua intera poetica. Ed effettivamente gli astri gli hanno dato ragione, e il successo non tarda ad arrivare; milioni di copie vendute tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti, terra in cui proprio la moglie, americana, lo aveva fatto conoscere, anni prima. Ciò che il pubblico, tuttavia, ancora non sapeva era che Birthday Letters sarebbe stata davvero l’ultima fatica di Hughes: il poeta era gravemente malato, affetto da un tumore al colon per arrestare l’avanzata del quale si stava sottoponendo in gran segreto a invasivi cicli di chemioterapia. Viene a mancare il 28 ottobre dello stesso anno, otto mesi esatti dopo la pubblicazione della raccolta. Di qui, dunque, l’ostinazione affinché Birthday Letters venisse pubblicata proprio in quella data, a chiusura della sua carriera, quasi a voler ribadire il legame indissolubile che lo legava a Sylvia Plath, l’impossibilità di rivolgersi all’uno senza fare riferimento all’altra. Tutto era iniziato con lei, e con lei tutto doveva concludersi. Fatto questo, poté congedarsi dall’Aldiquà.

 

 

Abbiamo esordito definendo Birthday Letters nei termini di una raccolta sorprendente; e lo è, se si considera che il lettore è posto di fronte a versi nei quali il nome di Sylvia torna ad essere pronunciato, dopo trentacinque lunghi anni, anni durante i quali Hughes preferì tacere, seppellire dentro di sé il nome di Sylvia, accettando a testa bassa i colpi e le accuse che provenivano dagli estimatori della moglie, nonché dalle femministe che lo volevano responsabile della morte della poetessa di Boston, e che peraltro si erano affrettate a interpretare quel silenzio come una tacita conferma delle sue responsabilità. Con Birthday Letters Hughes rompe il silenzio; avverte che è giunto il momento di farlo, e, di contrasto, è un boato quello che ora si sente, il rumore di un dolore sordo segretamente covato, mai sopito e mai del tutto elaborato, un dolore a cui si unisce il senso di colpa, sì, ma non verso l’opinione pubblica, i critici letterari o gli accademici, bensì verso i figli, Frieda e Nicholas, così piccoli e già orfani di madre. Le poesie parlano di Sylvia, del loro matrimonio, ma è ai figli che Hughes dedica l’ultima sua fatica letteraria, quasi come volesse consegnare a loro un’immagine, quell’immagine, della comunione poetica straordinaria, eccellente, che lo univa alla loro madre.

 

A tal proposito, molto si può dire di Ted Hughes, ma certamente non che sia stato un ingenuo. Non si illude di consegnare alla stampe la verità del suo matrimonio, del suo legame tutto particolare con Sylvia Plath. Sa bene che lui stesso rappresenta e incarna «quell’unica persona che non può essere creduta da tutti coloro che hanno bisogno di trovare un colpevole»; lo sa, è consapevole che la sua verità non sarà mai creduta come tale, ma tutt’al più si potrà affiancare alle altre, alle numerose versioni, e per paradosso sarà anche quella meno accreditata, poiché su di lui pende l’accusa di aver ucciso Sylvia, di averla indotta al gesto estremo. Non è, dunque, una rivelazione per tabloid quella a cui Hughes ambisce, una confessione tanto scioccante quanto attesa dal grande pubblico; Hughes puntualizza: «È solo una storia. La tua storia. La mia storia» (Visit).

 

È ambizioso il progetto che Hughes si pone, ambizioso ma disarmante nella sua dignità. Ciò a cui il poeta ambisce, su sua stessa ammissione, è aprire un varco che sappia condurlo vicino a Sylvia, una sorta di corridoio, fatto di immagini e di parole, che gli permetta di giungere al cospetto della moglie defunta; Hughes vuole aprire «un contatto diretto» con lei, «privato e intimo… pensando principalmente di evocare la sua presenza, e di sentirla lì, in ascolto». Hughes, dunque, non ha mai interrotto il dialogo con Sylvia, non ha mai smesso di parlare con lei, di tentare un dialogo impossibile. E se ha ragione Derrida quando afferma che il perdono, quello più autentico, si misura sempre con l’impossibile, ovvero, se il gesto del perdono e della sua richiesta si misurano sempre con il muro dell’imperdonabile, non è da escludere che in questo dialogo serrato con la moglie, Hughes abbia voluto dare voce al lato più radicale dell’amore, quello che accetta la sfida di misurarsi e di compiere un gesto impossibile; perché è senza dubbio un gesto d’amore quello che si invera sulla pagina.

 

Questa pubblicazione dimostra come il suo silenzio, quello che la stampa aveva definito nei termini di un affascinante silenzio da “tasso irsuto” (a bristling badger-silence), non fu un vile atto di rimozione, un tentativo attraverso il quale si prova a dimenticare, ad andare avanti – come spesso si dice in questi casi – bensì l’incubatrice di un dolore, la traccia che il gesto compiuto da Sylvia Plath aveva lasciato, un dolore che Hughes decise di tradurre, a modo suo, utilizzando il linguaggio che gli era più familiare, quel linguaggio che condivideva con la moglie e che, attraverso di lei, aveva perfezionato: la poesia. È un dono quello che Hughes confeziona, un dono al quale lavora incessantemente, da quel maledetto 1963 in avanti. «Tutta la tua bellezza, la tua intelligenza, è un dono, mio caro, che proviene da me»: così scriveva Sylvia Plath, in Soliloquy of the Solipsist. Hughes sa che nelle parole della moglie c’è un fondo di verità; sa che lo slancio poetico di Sylvia è sempre stato decisamente più autentico, così come sa che è stata proprio Sylvia ad imprimere una nuova direzione al suo flusso creativo, quel flusso che in gioventù lui non riusciva a fare proprio, ad assumersi, tanto da essere stato tentato più volte di mollare tutto, e trasferirsi in Australia al seguito del fratello Gerald. Come ricambiare la generosità di Sylvia, se non attraverso l’uso sapiente e creativo delle parole, ovvero, attraverso l’arte che lei gli aveva insegnato ad ascoltare e coltivare?

 

Certamente è difficile vedere nei versi che compongono Birthday Letters il profilo dell’uomo-lupo, fiero e sontuoso, quel profilo da cacciatore, da predatore dietro il quale Hughes si era atteggiato fino ad allora – quel profilo che aveva peraltro contribuito ad attrarre la giovane Sylvia, da poco sbarcata a Cambridge –, e sotto la cui sontuosità e fierezza aveva lasciato che le composizioni, quelle che lo avevano portato al successo, si imprimessero sulla pagina. È piuttosto un lupo ferito quello che scrive questi ultimi versi, un lupo che ulula sulla cima della collina di Primrose Hill, me lo immagino così, e al cui urlo, a tratti disumano, il lettore non può far altro che porgere l’orecchio.

 

Scorrendo le ottantotto poesie che compongono Birthday Letters, ci si imbatte in passaggi spesso aspri, rancorosi, densi di rabbia. Dopo aver ricordato in Fulbright Scholars, poesia posta significativamente in apertura, il primo incontro con Sylvia Plath, un incontro dalla forte carica erotica durante il quale lei lo aveva morsicato sulla guancia lasciandolo sanguinante, mentre lui le aveva strappato la fascia per capelli, quella fascia che la poetessa era solita indossare, e dopo aver espresso in Visit lo stupore riguardo la scoperta di versi e scritture inedite della moglie, pagine in cui la figura stessa di Hughes viene messa sotto torchio, si arriva rapidamente a versi in cui la temperatura sfiora il suo massimo. «Che cosa posso dirti che non sai / della vita dopo la morte?» si domanda Hughes, nel suo dialogo serrato con la moglie. «Gli occhi di tuo figlio, che ci avevano turbato/ con la tua piega epifanica slavo-asiatica,/ ma che sarebbero diventati così perfettamente tuoi,/ diventarono umide gemme […]. Ricordo le tue dita. E quelle / di tua figlia le ricordano / in tutto quel che fanno. / Le sue dita obbediscono e onorano le tue, / Lari e Penati della nostra casa» (Life after Death). Hughes comprende, forse, le ragioni della poetessa, e le giustifica, ma non perdona la Sylvia-madre; non riesce a perdonarle il fatto di averlo lasciato solo, con due bambini piccoli da crescere, due bambini che chiedono della madre, con insistenza, desiderosi delle sue cure. A Nicholas, Hughes-padre deve asciugare gli occhi con «grandi mani di dolore», mentre alla più grande, Frieda, deve curare, dolcemente, «quella ferita/ che non poteva né vedere né toccare né sentire».

 

Sono tracce, come si è detto, di un dolore, di quel dolore che entrambi, reciprocamente, si erano procurati e scagliati addosso, come in una gara dove chi la combinava più grossa, avrebbe avuto la meglio. Eppure, a ben vedere, non sono né la rabbia né il lamento a prevalere. Rabbia, dolore, lamento, cercano – e trovano – in Birthday Letters la loro sublimazione; trovano il loro senso, adempiendo a una missione esteticamente più alta. Attraverso la sua ultima raccolta, ancor prima di giustificarsi, difendersi o mostrare a sua volta, quasi per ripicca, i lati scabrosi della personalità della moglie, Hughes desidera elogiare il sodalizio poetico che lo ha unito a Sylvia Plath, la loro statura di Poeti. In una lettera indirizzata a Anne Stevenson, biografa della moglie, scrive: «Vorrei ricreare per me stesso, se posso, la privatezza dei miei sentimenti e delle mie conclusioni su Sylvia, e rimuoverle dalle contaminazioni di chiunque altro».

 

Hughes sente di dover proteggere (ecco il momento in cui uomo e poeta convergono) l’immagine della moglie da quella «razza di iene che è arrivata fiutando il vento» (The Dogs Are Eating Your Mother?), ovvero, da coloro che hanno osato dissotterrare il ricordo di Sylvia, da coloro che se ne sono serviti per meri fini ideologici, ovvero, da coloro che hanno contribuito a insozzarne la memoria.

Irrispettoso, per non dire totalmente sciocco, è chi crede di trovare in Birthday Letters il profilo reale di un uomo, Ted, narciso e fedifrago, e di una donna, Sylvia, talentuosa e vulnerabile. Hughes consegna al “tempo grande” della letteratura una storia di iniziazione, la sua storia, unicamente sua e di Sylvia; giunge a sublimare la straordinaria comunione poetica con lei, il modo in cui entrambi si sono influenzati, a volte conflittualmente, fino a riconoscere quella irriducibile differenza tra loro, impossibile da sanare ma così fondamentale, vitale, per il loro sentire.

«Il nostro matrimonio è fallito» (Epiphany), dichiara Hughes; e forse è così, il loro matrimonio è fallito, l’uomo non ha saputo comprendere, intercettare, tutelare i desideri della donna, non ha saputo essere come lei voleva che fosse; eppure Ted Hughes e Sylvia Plath, il Poeta e la Poetessa, a distanza di vent’anni sono ancora qui, insieme; non si sono mai lasciati, e mai potranno. 

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