Tempo riflesso

L’antico respiro del presente

 

Corrado Benigni è un avvocato. Ha scritto qualche anno fa un libro, Tribunale della mente, che sembrava nato in un’aula del Palazzo di Giustizia, tanto era fitto di termini giuridici, di lessico e sintassi processuale. Ora quell’aula di tribunale sembra aprirsi, scoperchiarsi, sfondare le sue mura ed entrare nell’universo. Sembra spalancare una dimensione più vasta, legata alle forze potenti e incommensurabili della natura. Perché questo nuovo libro ha una dimensione cosmica e in certi momenti persino panteista. È una cosmogonia moderna e attualissima, innestata nelle immagini contemporanee della città, delle automobili, della fotografia. Ma si avverte la presenza dei poeti antichi – greci e latini – con cui Corrado Benigni condivide il senso di una metamorfosi perenne, di un movimento vorticoso, di una danza eterna della vita con la morte, come i sacri funerali del secondo libro di Lucrezio, in cui i lamenti degli anziani si mescolavano alle grida dei neonati e ciò che nasce irrompe in ciò che si conclude.

 

La parola sepolta

 

È dunque una cosmogonia antica e insieme moderna ed è soprattutto una cosmogonia legata al grande tema della parola. Non solo la parola manifesta, non solo la parola che diciamo ma anche quella che sfugge alla nostra pronuncia e che rimane lì, muta e ammutolita, e diventa ancora più urgente perché essa ci chiede di venire alla luce da un luogo nascosto, ci invoca da un luogo celato allo sguardo, ci invoca segretamente. Ecco, il segreto. Questo è un tema frequente nel libro, quasi ossessivo, e molto originale. È il tema di ciò che non si offre all’apparenza e resta taciuto in qualche parte del mondo e di noi, come afferma Corrado Benigni a pag. 43: “la poesia impone all’evidenza la forza di ciò che è segreto”. E poco prima descrive un'altra faccia del segreto; descrive mirabilmente il mondo invisibile degli insetti, il luccichio delle zanzare vaganti, le gemme, gli steli, le uova, le larve, tutto un pullulare di vite minime, di infiniti esseri senza nome che emergono dal fango, affogano, vengono inghiottiti, scompaiono per sempre. Ma l’invisibile può anche significare le voci che affiorano dalle venature del legno o quelle che giacciono laggiù in fondo al pozzo (in puteo veritas), oppure le voci umane che noi all’improvviso percepiamo e che sono quelle di chi ha abitato la nostra casa prima di noi: “Quante voci restano imprigionate nelle case abitate prima di noi. Impigliate tra le fessure dei muri, nelle fughe del pavimento, ci respirano accanto, presenze invisibili, si muovono furtive al nostro fianco. A volte provo a interrogarle (…)” (Il silenzio della scena, pag. 52)

 

Le tavole della legge e le tavole della poesia

 

Ma in questo libro qualcosa è rimasto del precedente, come è giusto che sia in ogni vero poeta: svolta e permanenza, avventura e fedeltà. È rimasta la passione giuridica per l’esattezza e il vocabolo preciso, il nome che può essere solo quello, sia in un endecasillabo sia in un articolo del codice penale. In poesia – ci insegna Corrado Benigni – non si tratta tanto di esprimere qualcosa ma di chiamarla con il suo giusto nome, con il suo nome vero, quello che si annida giù in fondo, sepolto sotto strati di nomi generici. Ed è un nome che la poesia e la giurisprudenza – in questo davvero sorelle – devono cogliere con scrupolosa e severa precisione. Rimane comune, nelle tavole della legge e nelle tavole della poesia, questa passione per l’insostituibile e per l’acume dimostrativo. Passione per la verità e per il pensiero, come dice il titolo. 

 

Teniamo la rotta di una nave che non è nostra

 

Questo libro si intitola infatti Tempo riflesso, nel doppio senso di specchiato e di meditato. Specchio e riflessione. Tempo in cui ci specchiamo e tempo su cui ci interroghiamo. Corrado Benigni d’altra parte è un poeta che pensa. Pensa e si interroga sulle grandi questioni del tempo, della memoria, della morte e della rinascita. E come i primi poeti che hanno meditato sulla natura, περί φύσεως, possiede una dimensione ragionativa e insieme una dimensione cosmica. Conosce le strettoie e le lame aguzze del pensiero ma anche il respiro dell’universo. C’è un vento impetuoso e incessante che percorre queste pagine, un vento primigenio, un vortice di atomi e di particelle, di incontri e di intrecci. Nulla rimane fermo. Nulla rimane nostro. Teniamo la rotta di una nave che non è nostra, scrive Benigni a pag. 53. Città e stagioni lontane all’improvviso si trovano insieme, nello stesso pensiero, nella stessa visione.

 

Le bolle di sapone grandi come auto 

soffiate da un artista di strada a Oxford Street 

e i guanti senza dita della ragazza dark seduta a fianco 

sulla metro a Charing Cross. Estate 1992. 

Il mendicante chiede pietà all’uscita della stazione, 

mentre due ragazzi si baciano 

seduti sui leoni di Trafalgar Square. 

Tra le palpebre socchiuse, provo a fermare 

l’immagine di quei volti 

intrecciati per un attimo col mio. 

(pag. 24)

 

Ph Jim Mangan.


Il tempo, fabbro infaticabile

 

Il tempo lavora sempre: “fabbro infaticabile” lo definisce Benigni. L’identità è disseminata. La dispersione è inevitabile e “nella dispersione, la verità”. Ogni cosa entra nell’altra, varca il confine e diventa parte della cosa vicina. L’interno e l’esterno si toccano in un moto incessante, in una metamorfosi perenne, che non è più quella degli antichi – con la loro natura incontaminata, i loro grandi spazi – ma è quella attuale di una strada cittadina, di un autobus, di un ingorgo o di un condominio. Sembra affacciarsi un nuovo panteismo metropolitano, che la poesia di Benigni esprime benissimo nel testo intitolato, appunto, Condominio.

 

“Fuori dalla finestra, un uomo lavora, un altro cammina solo, ombre si allungano e chiedono pietà tra le facce mute dei passanti. Osservo da lontano. Al piano di sopra il televisore acceso fa compagnia all’anziano inquilino, mentre una mano chiude il portone alle spalle, la corsa dei bambini lungo le scale, il loro vociare sempre più vicino… È giorno. È notte. Interno, esterno. Dove finisce la mia vita? Dove continua la loro?” (pag. 45)

 

Le voci della fotografia

 

“L’immagine, come la parola, dice di noi / cosa non tornerà mai più” (pag. 70)

Nel piccolo rettangolo della fotografia, in un dettaglio, in una figura sullo sfondo può entrare il mondo intero. Questo insieme di infinito e infinitesimo, questo intreccio di singolare e di cosmico è tipico della lirica, dagli antichi a oggi, da Alcmane a Yves Bonnefoy. E infatti la fotografia è sorella della lirica. Potremmo abbreviare così: la fotografia sta alla lirica come il video sta al racconto e come il film sta al romanzo. Al pari della lirica, scrive Benigni, la fotografia dice ciò che avviene una sola volta e proprio perché avviene una sola volta porta con sé l'ombra delle cose escluse, che circondano come una moltitudine l'unicità del momento e vogliono entrare nella carta baritata. Momentum deriva dal latino movimentum e già questo suggerisce che l’attimo della fotografia non è mai statico. È piuttosto un movimento interrotto. E tale movimento – che viene troncato e non raggiunge il suo porto – contiene l’eco delle cose mancate, le rose che non sono state colte. Ma bisogna saperlo interrompere nell’attimo giusto, nell’unico istante consentito, nell’istante irrevocabile, come lo definisce Corrado Benigni parlando dell’Ade e del suo legame con la fotografia. Ed è un istante che il grande artista sa cogliere tra i mille possibili. È l'istante cruciale, il kairòs. Evoca una stagione mentre ne annuncia un'altra. Memoria e veggenza, ricordo e profezia: il kairòs della fotografia è questo congiungersi delle epoche, movimento centripeto con cui il passato e il futuro confluiscono nell' istante.

 

Cerco immagini che non ci sono

forse ripiegate dentro minuscoli dettagli, 

come trame scucite nelle figure di Kertész, 

l’abito liso della donna che osserva il soldato ussaro, 

lo sguardo di lui che non cede alle lacrime. 

Separazione o incontro? In uno scatto 

tutto si confonde, si somiglia, 

perché dentro l’immagine ogni cosa resta implicita 

e ciò che è scomparso riappare, isolato,  

nella durata oltre l’istante.

(pag. 75)

 

 

Un cammino iniziatico

 

“Nelle metamorfosi di Giacomelli 

i nodi del legno sono maternità, schiena, capelli. 

Se osservo i dettagli, un tronco è un nudo di donna con i seni  

o un uomo, 

un paesaggio con un arbusto. 

L’immagine è un alfabeto muto 

che condensa il vero 

di ciò che non ha nome, 

così l’albero segato diventa un fosso, 

un’ombra, una scanalatura nella terra” 

(pag. 67)

 

È come se in Tempo riflesso le figure venissero strappate alla loro funzione abituale. Ed sono questo strappo e questa disfunzione che permettono di entrare in una zona profonda e ignota del loro essere, una zona che mai avremmo colto con uno sguardo consueto. E ci permettono anche di comprendere il movimento nascosto che genera tale profondità dentro l'istante fissato dalla fotografia. In questo senso, suggerisce Corrado Benigni, la fotografia è un'esperienza iniziatica, ossia un'esperienza che, facendo convergere le stagioni e mostrandoci un tempo intero nel tempo microscopico dello scatto, tende all'epifania, tende allo svelamento del significato recondito dietro a quello immediato. Forse per questo – conclude Corrado – “c’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba” e la fotografia è un testimone veritiero e implacabile, ti costringe alla visione, vuole conoscere il tuo nome.

 

“C’è sempre un luogo più a fondo, confuso con l’immagine, / un essere perduto nei dettagli, che chiede la parola – / il tuo nome” (pag. 60). “In una foto, la luce di un lampione / tiene a bada le ombre, rivela l’inesplorato, / come se dietro l’immagine si consumasse/lo spazio rovesciato, la nostra trasparenza. // Un pulviscolo tiene insieme il passato, / figure piccole sul fondo, noi, / insetti nella ragnatela del tempo, / dove occhi invisibili ci afferrano, aldiquà” (pag. 74). 

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