Terra nullius

Ho incontrato Rafeal Camacho a marzo in Città del Messico, nello spazio del collettivo del Crater Invertido. Ci siamo rivisti nuovamente tre mesi dopo, in un bar della Stazione Centrale di Milano. Rafael era in Italia insieme a José Arteaga per la presentazione di Recuperando el Paraíso/Retrieving Paradise al festival internazionale di documentari sui diritti umani di Forlì. Rafael è un giornalista messicano.

 

Recuperando el Paraíso è il frutto di un lavoro di scambio con la comunità indigena di Santa Maria de Ostula (che sorge su un territorio Nahuatl) iniziato nel 2009 e conclusosi nel 2017. Documentata è la resistenza armata della comunità, la lotta per la difesa della terra comunale contro l’occupazione da parte dei caciques, narcotrafficanti, operanti con la complicità del governo centrale, mediata dalla polizia. 

 

La prima scena del documentario presenta alcuni membri della comunità, mentre puliscono armi interrate nel 2010 e riesumate nel 2014 onde evitare la confisca delle stesse da parte de Los Templarios, i signori del narcotraffico nel Michoacan. Il ritorno nel territorio degli attivisti è avvenuto dopo un allontanamento degli stessi per un periodo di quattro anni, dovuto a un aumento degli omicidi contro chi difendeva il bene comunitario naturale. 

 

Le forze militari governative sono state più volte denunciate – per via dell’utilizzo della violenza anche armata contro la popolazione – da diversi media indipendenti, tra cui Enlace Zapatista. La lotta dal basso contro l’espropriazione della terra da parte dei narcos racconta di una comunità che aziona quello che Walter Benjamin chiamava “il freno di emergenza della storia”. O quanto meno di una delle storie.

 

Gli europei arrivati in America non hanno riconosciuto il diritto alla proprietà della terra esercitato dalle popolazioni aborigene e si sono appropriati di quei territori sulla base del proprio modello legale. Il sistema formale di matrice europea, stabilito dall’autorità costituita, riconosce il diritto di proprietà immobiliare di un terreno a una persona fisica o giuridica, il cui nome viene registrato a prova e pubblicità del proprio diritto.

 

 

Nei sistemi non formali, non legali o tradizionali la proprietà comunitaria è legata al numero limitato dei membri di un gruppo che godono di detta terra, e la delimitazione territoriale è fluida e indeterminata. La verità storica plasmata, raccontata dai vincitori, scritta e pubblicata prevale su una verità raccontata oralmente. La pluralità di sistemi, scientifici e olistici, produce contraddizioni quando gli uni vogliono prevalere sugli altri: gli europei categorizzarono giuridicamente il territorio degli indigeni come “terra nullius”, inabitata o di nessuno e quindi occupabile legalmente. La legge della Corona rimpiazzava immediatamente quella dei pagani conquistati. La legge de Los Templarios adotta ancora oggi, per assai probabili interessi spartiti, la logica di diritto europea.

 

Il disordine illegale che viene dal basso è, come nel caso della Comunità di Santa Maria de Ostula, capace (spesso solo temporaneamente) di bloccare megaprogetti industriali e commerciali per ridare accesso e controllo del bene comune alla collettività. Astrarre le nostre vite da un sistema capitalista ormai indiscusso pare una concessione di libertà vigilata nell’afa agostana di chi corre a vendere dollari in ragione delle politiche di Pyongyang e Trump. Una libertà che ci riporta a leggere la basilare differenza che Marx segnava tra l’uomo e l’animale: l’uomo produce i propri mezzi di sostentamento. Su questo principio elementare l’uomo occidentale ha fondato la propria cattedrale dell’accumulazione per diventare esso stesso capitale umano già sostituito da robot nell’industria e prossimamente anche nell’economia dei servizi. Da tutto questo il diritto agrario ereditato da Zapata e il diritto storico e collettivo dei popoli indios sui propri territori non potrebbero essere esistenzialmente più lontani. Essi sono anzi un esempio della tensione fondamentale tra democrazia e capitalismo e mostrano le crepe di quel patto sociale alla base della democrazia capitalista pronto ad implodere.

 

 

La telecamera inquadra un cartello piantato nella terra, che dice “XAYAKALAN - Comunidad indigena de Ostula”. È il 2009. Il 14 giugno dello stesso anno viene realizzata nel municipio di Aquila la XXV Assemblea nazionale ampliata del congresso nazionale indigeno nella regione del pacifico centrale in cui viene redatta la DICHIARAZIONE SUL DIRITTO ALL’AUTODIFESA INDIGENA. In esso viene scritto che “Considerando:

 

1. Che attualmente la guerra di sterminio neoliberista contro il nostro popolo ha raggiunto un grado di distruzione, saccheggio e sfruttamento mai visti prima e che questo pone a grave rischio l’esistenza, la sicurezza e i territori relativi dei popoli originari;

2. Che nella stessa guerra la repressione governativa e paragovernativa scatenata contro il popolo si è espressa nell’omicidio e nella detenzione di centinaia di leader indigeni, e che l’occupazione militare e para militare dei nostri territori criminalizza la lotta sociale e l’intento organizzativo che ha origine nei nostri villaggi in maniera indipendente e autonoma;

3. Che come accaduto nella fase ultima della dittatura di Porfirio Diaz, le attuali leggi e politiche governative stanno causando il massiccio spopolamento delle nostre comunità e l’invasione dei loro territori originali da parte di grandi multinazionali e forze governative, coperti da una giustizia politica venale che per anni non è stata in grado di affrontare efficacemente i problemi seri, principalmente legati alla terra, che affliggono i nostri popoli;

 

 

 

4. Che in ogni momento della nostra storia i popoli originari hanno creato forme organizzative legali e legittime per la propria autodifesa, arrivando anche a formare eserciti indigeni che hanno segnato la vita di questo paese, come l’Esercito di liberazione di Sud e Centro guidato dal generale Emiliano Zapata, o come l’attuale Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale;

PROCLAMIAMO:

PRIMO. Che di fronte alla guerra di sterminio neoliberale, I NOSTRI POPOLI, TRIBÙ E NAZIONI, così come le comunità che li compongono, HANNO IL DIRITTO INALIENABILE, DERIVATO DALL’ART. 39 DELLA COSTITUZIONE, DI ORGANIZZARSI E DIFENDERE LA PROPRIA VITA, SICUREZZA, LIBERTÀ E DIRITTI FONDAMENTALI OLTRE CHE LA PROPRIA CULTURA E I PROPRI TERRITORI.

SECONDO. In accordo con ciò che dispone la Convenzione dei Centosessantanove della Organizzazione Nazionale del Lavoro “Sopra i popoli indigeni e tribali in paesi indipendenti” (1989), i nostri popoli HANNO, NEL LIMITE DEI PROPRI DIRITTI ALLA LIBERA DETERMINAZIONE E AUTONOMIA, IL DIRITTO DI ORGANIZZARE LA PROPRIA AUTODIFESA NEL MODO CHE CONSIDERANO PIÙ ADATTO CON RISPETTO AI DIRITTI UMANI; rispetto a ciò, nel quadro della nostra cultura e organizzazione tradizionale, di politica comunitaria, guardie comunali o altre forme organizzative comunitarie per l’autodifesa indigena, SONO LEGALI, LEGITTIME E, SOPRATTUTTO, NECESSARIE DI FRONTE ALLA PROFONDA CORRUZIONE E DECOMPOSIZIONE DELLE ISTANZE INCARICATE DI IMPARTIRE GIUSTIZIA.

TERZO. Di conseguenza denunciamo e ripudiamo qualsiasi atto del governo finalizzato a screditare e impedire IL NOSTRO LEGITTIMO DIRITTO ALLA DIFESA DELLA NOSTRA ESISTENZA, DELLA NOSTRA SICUREZZA, DELLE NOSTRE LIBERTÀ E DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELLA NOSTRA CULTURA E DEI NOSTRI TERRITORI. Inoltre si specifica che qualsiasi azione governativa tendente a criminalizzare la nostra ORGANIZZAZIONE PER L’AUTODIFESA ha il solo scopo di facilitare la repressione e la distruzione contro il nostro popolo.

QUARTO. Facciamo appello ai popoli, tribù e nazioni indigene del paese, così come alla società civile nazionale e internazionale e agli organismi difensori dei diritti umani, a prestare attenzione a qualsiasi atto governativo di REPRESSIONE e SMANTELLAMENTO delle nostre forme organizzative per la nostra difesa.

Facciamo appello ai popoli, tribù e nazioni indigene del paese, così come alla società civile nazionale e internazionale e agli organismi difensori dei diritti umani, per impedire l’annientamento fisico e culturale del nostro popolo e per fermare la guerra di sterminio neoliberale.

 

Nel 2009 la Comunidad indigena de Ostula è stata la prima comunità nello stato di Michoacan a usare armi per riprendere la propria terra e a lottare sia contro i criminali sia contro un malgoverno che li considera illegali, invasori di terre, ostacoli da rimuovere. La nascita di gruppi di autodifesa auto-organizzati trova la sua ragion d’essere nella complicità esistente tra forze di polizia e cartello della droga. Fu la riforma dell’articolo 27 della Costituzione nel 1910 a tradire il diritto dei contadini alla terra. Perché allora riconoscere decreti e riforme? Fu poi l’esercito, incaricato dal governo centrale, il responsabile del disarmo delle comunità autoctone. 

 

 

Quando le riprese di Recuperando el Paraíso hanno inizio, Rafael intervista due uomini anziani: Trino, appartenente alla polizia comunitaria, e Francisco, Commissario del bene comune. José Trinidad Cruz, Don Trino, inquadrato di spalle afferma: “Noi, la polizia comunitaria, possiamo chiamare noi stessi autonomi, poiché stiamo difendendo noi stessi. E il governo? Diciamo che noi stessi possiamo essere il governo. Noi vorremmo far tutto questo in modo legale, ma non è possibile. Pensammo di farlo attraverso una via politica, ma non potemmo farlo. Noi non ci stiamo preparando ad un confronto. Noi vogliamo la terra”. Francisco de Asis ripreso a volto coperto afferma: “Noi vogliamo che il Governo riconosca e garantisca che la terra è nostra e che la polizia comunitaria, che la gente ha scelto, agisca per la sicurezza della comunità. La polizia non ci rispetta ma noi agiamo per il riconoscimento di un diritto che è già nelle nostre mani”.

 

 

“Don Trino” è stato torturato e assassinato nel 2011 mentre Francisco de Asis è scomparso dal 2010.

Alcuni fra coloro che hanno deciso di non abbandonare la propria terra sono stati cosparsi di benzina e dati alle fiamme vivi. Alcuni tra coloro che sono stati ammazzati da armi da fuoco sono stati sepolti e sopra di loro sono state gettate carogne di animali. Altri sono stati semplicemente arsi. A minacciare le famiglie di andarsene è la polizia stessa.

Il lavoro al documentario si interrompe dal 2010 al 2013 per l’inasprimento del conflitto e della spirale di violenza. Ricomincia nel 2014 con le riprese delle rivolte armate in molte aree dello stato occidentale del Michoacan, cui parteciparono alcuni membri della comunità di Santa Maria Ostula. Alle riprese di liberazione armata fa seguito un episodio di violenza datato 19 luglio 2015 in cui un grosso commando, formato da membri della Polizia Federale e dell’Esercito, fa fuoco sulla comunità uccidendo il dodicenne Edilberto Reyes Garcia, sparandogli al volto e ferendo diverse persone, tra cui minorenni e anziani.

La lotta di una comunità indigena contro il narcotraffico è quindi repressa dalle forze statali, complici del crimine organizzato, che nel territorio di Santa Maria de Ostula prende il nome di Cavalieri Templari, ad imitazione dei “poveri compagni d’armi di Cristo e del tempio di Salomone”.

 


Los Templarios, oltre a chiedere dazi alla popolazione indigena in cambio dell’occupazione della terra comunale, controllano il porto di Lazaro Cardenas (che porta il nome del presidente che nazionalizzò il petrolio nel 1938), gestendo l’importazione di cocaina dal Sud America e di prodotti chimici cinesi destinati alla produzione di metanfetamine. La diversificazione del cartello ha portato anche al controllo del settore minerario e dell’industria del ferro, tramite una rete tentacolare fin dentro i governi locali. 

Il tentativo di usurpare il territorio alla popolazione indigena è dovuto a questi interessi, a cui si aggiungono quelli turistici transnazionali oltre a quello di punire una popolazione che è stata in grado di riconquistare la propria terra.

 

 

Nel luglio 2015 viene arrestato Cemei Verdia Zepeda, leader della Polizia Comunitaria di Sanata Maria de Ostula, con accusa (infondata) di furto ai danni del Municipio di Aquila. Viene liberato nel dicembre dello stesso anno.

Le segnalazioni di corruzione da parte dei gruppi di autodifesa hanno portato nel 2015 all’arresto di 146 funzionari pubblici. Sono stati processati un ex-governatore, un ex-deputato, quattro segretari di stato, sei sindaci, due direttori e quattro vice-direttori della polizia locale. 3.732 persone sono state accusate di far parte della struttura criminale de Los Caballeros Templarios. Più di 2.000 persone hanno perso la vita nel conflitto senza che lo Stato lo abbia riconosciuto. Lo stesso dicasi per gli scomparsi, più di 700, per cui non è stato mai formalizzato un programma di ricerca.

Il documentario si chiude mostrando nel 2016 la riconsegna della terra alla comunità indigena, dopo che Los Templarios sono stati allontanati dall’area. Gli arresti e le dimissioni di politici – a cui uno dei leader de Los Templarios, La Tuta, era legato – avevano ridimensionato i poteri del gruppo nel 2015. L’arresto dello stesso “La Tuta” nel medesimo anno, seguito all’imprigionamento de “El Cenizo” nel mese di giugno 2017 hanno siglato poi la fine di questo “Ordine Templare”.

 

Si stima che dal 2000 a oggi siano stati uccisi in Messico 126 giornalisti per mano dei narcos. Solo in seguito alla morte di Javier Valdez, fondatore di RioDoce, lo stato del Messico ha riconosciuto l’effettività di questi assassinii.

 

Recuperando el Paraíso è stato prodotto sotto “Creative Commons”, rifiutando un sostegno istituzionale o da parte dell’industria audiovisiva, prendendo le distanze dall’arte quale forma di intrattenimento o investimento.

 

La maschera che copre il viso della polizia comunitaria nel documentario li protegge dallo sterminio.

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