Terrorismo permanente

Nel pomeriggio del 28 settembre Stephen Paddock si presenta alla reception del Mandalay Resort and Casino e si registra con la sua carta di credito. Sale al 32esimo piano aiutato dai facchini dell’albergo: dieci grosse valigie. Dentro ci sono tredici fucili mitragliatori e varie pistole automatiche. Ha con sé una mazza da demolizione. Resta nella stanza quattro giorni senza aprire le valigie. Nel frattempo va a giocare nei casinò di Las Vegas com’è solito fare. Il 1° ottobre c’è un concerto sotto la torre dove alloggia Paddock: Harvest Festival, concerto di musica country con 22.000 spettatori, tante famiglie con bambini. L’uomo rompe con la mazza i vetri accuratamente sigillati della sua stanza e punta i fucili sulla folla sottostante. Sono solo quattro minuti di raffiche con i mitragliatori: le armi automatiche poggiate su un treppiede hanno un dispositivo che accelera i colpi fino a 800 al minuto. Restano sul terreno 58 morti e più di 500 feriti. La polizia sale di corsa al piano chiamata dai vicini di stanza. Entrano le teste di cuoio nella sua stanza: Paddock si è suicidato. Nelle ore che seguono all’attentato FBI, CIA e servizi di sicurezza americani si domandano: Paddock era un convertito all’Islam? Un lupo solitario dell’Isis?

 

Un terrorista guidato da una cellula eversiva islamica dormiente? Le risposte arriveranno solo 24 ore dopo, senza sciogliere l’enigma su questo sessantenne dedito al gioco e amante delle armi da guerra. Paddock è il primo terrorista post-Isis. Non un terrorista pre-moderno, come hanno scritto i giornali, ma un terrorista post-Isis. Non somiglia per nulla ai ragazzi che a Barcellona, e prima a Parigi e Londra, si sono suicidati trascinando con sé vittime innocenti. Paddock è solo il primo dei nuovi assassini che hanno debuttato nel paesaggio contemporaneo. Il terrorista è un Signor Nessuno, che sino a un momento prima di uccidere non ha dato nessun segno di follia o impazzimento? Com’è possibile che si sia trasformato in assassino seriale così organizzato e determinato? La risposta la troveranno probabilmente gli psicologi o gli psichiatri, che indagheranno nella sua vita privata interpellando parenti, ex mogli, fidanzate, vicini di casa, colleghi e amici. Ma sarà una risposta che non cambia il senso del suo gesto. Paddock ha dimostrato che chiunque oggi può essere a tutti gli effetti un terrorista, e anche un terrorista suicida. L’Isis ha vinto la sua battaglia trasformando gli omicidi seriali da casi clinici in azioni di guerra. La stessa paranoia, l’unica malattia mentale che si diffonde per contagio, agisce in questa direzione.

 

 

Come ha scritto Luigi Zoja nel suo libro Paranoia. La follia che fa storia (Bollati Boringhieri) “un potenziale paranoico è presente in ogni uomo ordinario, in ogni fase della sua esistenza, in qualunque società si trovi”. Nella pagina in cui definisce questa follia lucida che è la paranoia, Zoja cita una frase di Primo Levi riguardo le SS: “I mostri esistono ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi, sono più pericolosi gli uomini comuni”. Stephen Paddock è a tutti gli effetti “un uomo comune”, come probabilmente lo sono i ragazzi con la cintura esplosiva legata alla vita in Israele e in Libano, come i giovani che sono entrati sparando all’impazzata nel Bataclan. Tutti normali, ma anche tutti paranoici. È sempre più evidente che il terrorismo ha rotto la barriera che separava i combattenti per le cause ideologiche e la gente qualunque. Si è insinuato nelle nostre vite con un’evidenza incontrovertibile.

 

Nel 2001 il filosofo Jean Baudrillard scriveva su “Le Monde” (oggi nel volume Lo spirito del terrorismo, Cortina Editore): “Il terrorismo, come i virus, è dappertutto. C’è una perfusione mondiale del terrorismo, che è come l’ombra portata di ogni sistema di dominio, pronto dappertutto a uscire dal sonno, come un agente doppio”. Il terrorismo sarebbe nel cuore stesso della cultura che lo combatte, secondo il filosofo francese, che collocava proprio lì, con un residuo di marxismo, la linea di demarcazione tra sfruttati e sfruttatori, tra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati, aggiungendo che questa stessa linea o demarcazione “si congiunge segretamente alla frattura interna al sistema dominante”. Era una tesi frutto dell’abbacinante attentato alle Torri Gemelle nel settembre del 2001. Ora le cose sono andate molto avanti. Non solo perché il terrorismo suicida è diventato endemico e costante in Occidente, coinvolgendo i giovani emarginati e frustrati delle immense periferie europee, ma perché il suo fantasma è penetrato nelle vene stesse dell’Europa e dell’America, diventando una condizione possibile, non solo agli islamici radicali, ma anche degli uomini bianchi di mezza età, come dimostra il signor Paddock, anonimo possessore di decine di mitragliatori, giocatore d’azzardo, frequentatore di casinò e con un ragguardevole conto in banca. Si diventa terroristi senza ideologia, senza fede religiosa, senza aderire a un movimento di rivendicazione reazionario o rivoluzionario. La distruzione delle ideologie di destra e di sinistra, la loro messa in scacco definitiva, è cominciata ben prima della caduta del Muro di Berlino, data dal giorno del ritorno dell’ayatollah Khomeini a Teheran il 1° febbraio 1979.

 

Il terrorismo è oggi la malattia endemica dell’Occidente, il suo stato di fatto duraturo e permanente. E non solo dell’Occidente, ma anche dell’Oriente, due metà del mondo unificate in una sola unità omnicomprensiva. Dal punto di vista delle stragi perpetrate mensilmente in ogni luogo del mondo, il Pianeta è oggi unificato. Se si prende per buona la definizione che parecchi decenni fa il politologo Raymond Aron diede del terrorismo – “è detta terroristica un’azione violenta i cui effetti psicologici sono sproporzionati rispetto ai risultati puramente fisici” – è evidente che il primo strumento del terrorismo non è la bomba o il mitragliatore, ma i mass media. Ai tempi del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro da parte delle BR, Marshall McLuhan, interpellato dai giornalisti, rispose che lo scopo fondamentale dei terroristi era di manipolare la stampa e i media. Ogni attentato ha sempre più una cassa di risonanza nei media, e oggi nei social media, così che l’onda d’urto delle esplosioni arriva sin dentro i nostri computer e smartphone: accade qui e non più là, in un tempo che è istantaneo. La rivendicazione presente o assente crea un’atmosfera di tensione, come ha messo in luce Nello Barile in Il marchio della paura (Egea). Dopo la strage di Las Vegas tutti i media del mondo, in qualsiasi lingua diffondessero le notizie, funzionavano come i media italiani in quei giorni del 1978. Sarà stato l’Isis o è solo un pazzo omicida che ha sparato sulla folla ignara? La matrice jihadista è diventata un optional. Anche se non ce ne siamo resi conto, siamo potenzialmente tutti degli jiadisti, basta solo che impazziamo e compiamo una strage: a piedi, in auto, sulla cima di un grattacielo, dentro una metropolitana, dappertutto e con ogni mezzo.

 

 

Non è consueto e non è neppure normale impazzire di colpo, diventare un folle sparatore come Stephen Paddok. Ma su alcuni miliardi di persone che abitano oggi il Pianeta, quanti possono diventare pazzi? Di follia metodica, come ha dimostrato il Signor Nessuno nella città del gioco americana. L’epidemia del terrorismo si è poi unita alla centralità del brand, come scrive Barile, “che sfrutta non solo la capacità d’acquisto ma la creatività stessa del consumatore”. Com’è accaduto per le marche della società post-fordista, il nuovo terrore post-islamico ha esteso “il proprio perimetro d’azione sulla vita quotidiana di soggetti che mettono a disposizione la propria mente, il proprio corpo, il proprio vissuto, ai fini di una causa che condividono più o meno integralmente”. Oggi il Terrore ha fatto un passo in più. Non siamo solo sotto l’influenza psichica degli atti terroristici, ma forniamo noi stessi più o meno inconsapevolmente la materia del terrore, come ha fatto Stephen Paddock. Siamo tutti membri dormienti dell’Isis. 

 

Questo articolo già uscito su «L'Espresso», è un allegato del volume di Marco Belpoliti, Chi sono i terroristi suicidi, da poco pubblicato da Guanda.

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