Timor, il calendario perpetuo di Enzo Mari

Dieci oggetti per l'estate

I calendari stampati in tipografia, si sa, alla fine dell’anno a cui sono dedicati, non servono più e quindi si eliminano, con grande dispendio di carta, di inchiostro e di energia, elettrica, idraulica ed anche intellettuale.

È per avversare la logica consumistica dell'usa e getta che Enzo Mari ha concepito dei calendari perpetui, così è nato anche Timor.

 

Timor nelle lingue maleo-polinesiache significa est ed è il nome della maggiore fra le isole di un arcipelago dell'Indonesia, la più ad est, appunto, ma è anche quello di uno dei tre calendari perpetui progettati da Enzo Mari (1932) per Danese.  Un nome così particolare gli deriva, insieme a quello di un altro calendario di Mari, Formosa (1963), dalla scelta inizialmente operata da Bruno Danese (1930 - 2016) di chiamare con il nome di isole tutti i prodotti del brand. Ed ecco allora la lampada da tavolo Bali (Munari, 1958); le ciotole Maldive (Munari, 1960) e Tongareva (Mari, 1969); il vassoio Arran (Mari, 1960); la lampada Falkland (Munari,1964); il portafrutta Atollo (Mari, 1965); il posacenere Borneo (Mari, 1967); la zuccheriera-formaggiera Java (Mari, 1968); la caraffa Trinidad (Mari, 1969); il vaso Pago-Pago (Mari, 1969) e molti altri ancora.

 

Mentre Formosa e un terzo calendario perpetuo, Bilancia (1959), sono da parete, Timor (1967) è un calendario da tavolo. Si tratta di tre calendari pensati con l’intento di realizzare oggetti non obsolescenti e che non passano neppure di moda, essendo stati progettati in modo funzionale e con una forma assolutamente essenziale.

 

“Forse esagero con l'idea di purismo” ha dichiarato un giorno Enzo Mari in un’intervista. “Ma sono convinto che nella forma vada eliminato il superfluo per ritrovarla povera, essenziale."

 

E così è anche quella del calendario Timor. Povera ed essenziale, la sua forma si sviluppa su una base in ABS stampata in un solo pezzo (nei colori bianco, nero o verde), alta sedici centimetri, larga sei e profonda nove, che ne garantisce la stabilità e l’economicità, per culminare in una parte superiore ad essa ortogonale su cui sono imperniate delle lamelle in PVC bianco, di misure diverse per i numeri dei giorni ed altre più lunghe per i nomi dei mesi e dei giorni della settimana (in quattro lingue: italiano, inglese, francese e tedesco). Lettere e cifre sono litografate in nero con il font Helvetica, prediletto tanto da Mari quanto da Danese per la sua purezza e per la sua leggibilità.

La rotazione a ventaglio delle lamelle attorno al perno consente di selezionare la data, così come avveniva nella vecchia segnaletica ferroviaria, a cui l’artista-designer pare si sia ispirato. Quando si guarda Timor, viene subito in mente l'amore di Enzo Mari per la forma stilizzata degli animali, che egli aveva già magistralmente manifestato fin dal 1957 nel suo gioco didattico dei 16 Animali per Danese. Ed ecco allora che la sagoma di Timor, nella posizione a lamelle chiuse, sembra evocare quella della testa e del becco del pellicano, mentre a lamelle aperte fa venire in mente la ruota che il pavone fa con la coda e ancora, quando le lamelle sono aperte a mezza ruota ricordano la forma della cresta del gallo e quella dell’upupa quando sono invece aperte per i tre quarti.

 

 

Enzo Mari, il calendario perpetuo Timor per Danese del 1967 nelle varie posizioni: a lamelle chiuse, a lamelle aperte, semiaperte e aperte per i tre quarti. Imballi originali di Timor.

 

Inoltre, questo piccolo oggetto creato a metà degli anni sessanta rappresenta, in un certo qual modo, un esito del percorso compiuto fino a quel momento dal ‘Mari artista’, militante nelle fila del gruppo milanese dell'Arte Cinetica e Programmata, ma costituisce anche la quintessenza del successivo pensiero del ‘Mari designer’ sul destino sociale del disegno industriale, a cui egli ha in seguito dedicato le proprie energie intellettuali.

 

Come ha teorizzato Lea Vergine (tra l’altro da quasi cinquant'anni compagna di vita di Enzo Mari) in un suo famosissimo testo, il Movimento dell’Arte Cinetica è stato l'ultima Avanguardia. Ma è stato anche la seconda avanguardia italiana dopo il Futurismo, dal quale ha ereditato l'interesse per il dinamismo, cui ha affiancato, di proprio, insieme ad altri assunti, quello per il coinvolgimento in prima persona del fruitore dell'opera. Costui, infatti, secondo il dettame cinetico, non veniva ritenuto un consumatore passivo, ma era invitato a partecipare in modo attivo alle azioni dinamiche consentite dall’oggetto con cui si trovava ad avere a che fare. Ed è proprio così che avviene anche con Timor che, senza l’intervento del suo utilizzatore, cesserebbe di segnare il tempo e vedrebbe addirittura negata la propria natura di calendario.

 

È dopo essersi convertito al design, che Enzo Mari concentra la propria attenzione sugli studi inerenti la percezione visiva, oltre che sull'aspetto etico-sociale dell'atto progettuale, rivolto tanto alla fase di produzione dell'oggetto, quanto a quella del suo utilizzo da parte del fruitore. Secondo il suo teorema, il compito del designer non consiste esclusivamente nella creazione di oggetti belli (appartenenti, cioè, a quel good design, da lui tanto avversato), ma deve invece vertere sullo studio della loro funzionalità, su quello della semplicità della loro realizzazione da parte dell'industria e sulla praticità del loro utilizzo a beneficio del destinatario finale. Questi suoi studi gli meriteranno, nel 1967, il suo primo Compasso d'Oro (dei 5 che ha conseguito, di cui l'ultimo alla carriera, assegnatogli nel 2011) con la seguente motivazione: per le "ricerche individuali sul design".

 

In proposito, così ha annotato lo stesso Mari nella propria autobiografia, 25 modi per piantare un chiodo”, pubblicata da Mondadori nel 2011:

«Sono felice che a me venga assegnato per le ricerche individuali, anziché per un oggetto.»

E persino Alessandro Mendini ne ha ribadito il concetto in una sua dichiarazione divenuta famosa:

«Mari non è un designer, se non ci fossero i suoi oggetti mi importerebbe poco. Mari invece è la coscienza di tutti noi, è la coscienza dei designer, questo importa.»

 

Non molto tempo fa, a chi gli domandava che cosa ne pensasse del suo calendario perpetuo, Mari, con la schiettezza che lo contraddistingue da sempre, ha risposto: 

«I calendari perpetui presentano sempre alcune difficoltà sostanziali: occorre ricordarsi di aggiornarli ogni giorno, richiedono interazione. Inoltre, non ci si può scrivere sopra e non riportano festività o vacanze. Non voglio dovermi ricordare di cambiare ogni giorno la data!». 

Evidentemente, quando ha rilasciato questa dichiarazione l’era del cinetismo era ormai trascorsa da un pezzo, comunque resta il fatto che Timor, vera icona del design, ha talmente incontrato il favore del pubblico, da essere ancora in produzione dopo oltre cinquant'anni.

 

In anteprima: il prossimo inverno, il PAC (Padiglione di Arte Contemporanea di Milano) dedicherà ad Enzo Mari una mostra antologica, visitabile dal 18 Dicembre 2018 al 10 Febbraio 2019 e curata dallo Studio Enzo Mari, che presenterà al pubblico mezzo secolo di idee e di progetti dell'artista-designer milanese.

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